Eccomi qui,  seriamente… Ci provo, e so che questa è la mia prova. Vincere o perdere.

Ad accogliermi – qualche giorno fa, solo ora riesco a connettermi – queste tre cose nell’ordine: il caldo soffocante di 28 gradi alle 8 di sera; l’ufficiale di servizio ai visti che mi dice “lei ha un’estensione di sei mesi, ma questo non le consentiva di uscire dal Paese e poi rientrare, avrebbe dovuto rifare il visto” e intanto si consulta con un collega che gesticola un 5 con la mano. Riprendo il mio passaporto, metto “qualcosa” dentro e glielo ripasso, poco poco più “pieno” di prima. Lo riguarda, mi fa ripassare le quattro dita della mano destra sullo scanner, mette il timbro d’ingresso. E’ fatta.

Poi la terza cosa che mi accoglie: il sorriso e l’abbraccio aperto di Yaw. La notte è lunga e buia verso Keta, nel tro-tro noleggiato. Abbagliata dai troppi posti di blocco della polizia locale, da towns di passaggio dove i venditori sono sempre all’erta, anche di notte e in attimo circondano le macchine o i tro-tro. Pane, pure water, cibo vario. Ma siamo arrivati.

Sono qui.

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