diario di un'italiana in ghana

Quale tempesta può trascinarmi via?

barca 3

 

È cominciata con una barca di fortuna. Una breve traversata, da una parte all’altra della laguna, una spiaggia semideserta, per rivedere il fiume che si incontra con l’Oceano. Ada Foah.

Chilometri di passi nella sabbia per raggiungere il villaggio e mangiare qualcosa, chilometri di passi per tornare. Una tenda piantata tra due palme alla meglio alla luce della lampada, messaggi alle stelle. Addormentarsi senza un pensiero…

E risvegliarsi al suono bellissimo della pioggia che aumenta, aumenta e si fa violenta. Violentissima. Mentre il vento si alza e diventa bufera. Le palme battono sulla tenda e io mi aggrappo a una parte della struttura che la regge, la tengo stretta per non farla volare. Sì, ormai penso che voleremo via, trascinati nel vento e ributtati via chissà dove. Yaw si copre anche la testa per continuare a dormire. Dormire?

Questa tempesta ci trascinerà via – dico. Non si scompone: con dentro due pesci grossi come noi la tenda non può volare. Saggezza africana, abitudine a temporali di queste proporzioni, incoscienza? Mi fido, ma preferisco un altro tipo di saggezza. Comincio a fare daimoku, stesa e con una mano che stringe la struttura.

Devo fare pipì. Urgentemente, non posso aspettare. Pazienza se Yaw e la tenda voleranno via. Lo avevo avvertito. Quando rientro nella tenda, (che è ancora lì che combatte per restare salda e non ci riesce) sono fradicia e porto dentro acqua e sabbia bagnata. Fastidiosissima. Intanto saranno le 5, tempo di Gongyo mattina. La mia voce è più forte del vento e ottengo subito un beneficio. Questo vento, questa pioggia, questa tempesta hanno ragione! Nulla di sbagliato se sono qui.

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Fuori dalla tenda mi aspetta un regalo, una noce di cocco da mangiare e bere. Mi dicono che un paio di noci di cocco equivalgono a una flebo. Buono a sapersi. La prossima volta evito di farmi bucare, posso ordinare agli infermieri una cassa di noci di cocco.

Yaw mancava da qui da tempo. Si è sparsa la voce che c’è e pochi minuti dopo che la pioggia è cessata cominciano ad arrivare: cinque, dieci, quindici bambini… I saluti vanno avanti per un po’. Dobbiamo andare. Ci è rimasta dell’acqua e dei biscotti, glieli diamo. E succede un’altra cosa che mi riempie il cuore: il più grande mette tutti in fila e comincia la distribuzione dei biscotti (dopo averli spezzettati perché non sono sufficienti per tutti). Una bambina comincia a piangere, si lamenta di qualcosa che non capisco. Yaw sei sicuro che tutti avranno la loro parte di biscotti? Sono sicuro. Io non tanto, ma niente è perfetto. Però almeno ci si prova.

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 Viaggio di ritorno, stanca, fradicia, sporca. A qualcosa è servito, e la tenda ce l’ha fatta

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