diario di un'italiana in ghana

I miei amati “arresti domiciliari”

Sette giorni chiusa in un recinto.  Abbastanza grande sì, mi muovo in lungo e in largo, ma sto pur sempre agli “arresti domiciliari”. Ok, non è proprio un recinto, che diamine, è un compound accogliente e che ha un suo fascino. Una sua motivazione, di sicuro. Finora il tempo più lungo: sette giorni senza mettere il naso fuori (oh, sì, una volta, per annaffiare le piantine all’ingresso), senza vedere anima viva (sui sette giorni tre Yaw è stato ad Accra “in cerca di fortuna”).

Da soli scegliamo la nostra solitudine. Ma la solitudine non ci lascia mai soli. Non è facile pensare, non è facile pensarsi, ma occorre stare soli per farlo davvero, per capire con la tua vita, per capire che non sei dov’è il tuo corpo ma dove è la tua mente. E se la mente non c’è, non è con te, allora sì che sei perduto, che sei solo, che vorresti scappare via.

Ma io, scappare non posso. E del resto non capirei nulla altrimenti. So che sto facendo il mio percorso, altrimenti che significa vivere. Se nulla cambia, se io non cambio, che significa vivere?

Le notti sono state i momenti migliori, il silenzio vero nel buio di quando manca la luna e le stelle prendono tutta la scena.  Ho  scoperto che non ho paura del silenzio, che non ho paura della solitudine, ho scoperto che ho paura di non sapere chi sono, di non sapere dove vado, di non usare questa vita per fare la mia rivoluzione umana. Questa è la mia paura sincera…

Sette giorni di sensazioni diverse, di emozioni contraddittorie, di pensieri di ogni natura. E a proposito di pensieri… al momento giusto arrivano quelli che riescono a darti consolazione, che servono a distrarti e a rassicurarti che, qualunque cosa accada, c’è sempre una via d’uscita. E in questi pensieri ci sono le persone. Quelle che ami veramente e che sei sicura ci saranno per sempre. Il sempre di questa vita, e il sempre delle prossime.

E i miei guardiani? Chi sono i miei guardiani, in questi giorni in cui cammino così vicina a me stessa che alla fine mi confondo nella mia ombra. Ne ho uno soltanto e mi somiglia moltissimo. Mi permette di andare, se voglio e di restare, se mi fa piacere. Mi permette di aprire il portone di ingresso e di tenerlo chiuso. Mi permette lamentarmi e di mostrare gratitudine…

[Un’amica mi ha inviato questi versi, (il caso non esiste) mi calzano come una scarpa che conosce ormai il mio piede. Sono proprio miei.]

Anche se tu non hai piedi, scegli di viaggiare in te stesso, 
come miniera di rubini, sii aperto all’influsso dei raggi del sole.
O uomo, viaggia in te stesso, che da simile viaggio la terra diventa purissimo oro.
Avanza da amarezza ed acredine verso dolcezza,
che da suolo amaro e salato nascono mille specie di frutta!
(Rumi – Viaggio)

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