diario di un'italiana in ghana

Lavoro minorile, l’ipocrisia dell’Occidente

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Lui è Simon, ha 11 anni (se mi ha detto giusto). Magro, gambette sottili sottili, ma è forte, davvero. Può trasportare 15 litri d’acqua una, due, tre volte. Su e giù dal pozzo sulla spiaggia fino al nostro compound. Sì, mi denuncio, sfruttamento di lavoro minorile. Mi denuncio, ma ho le mie ragioni. E scrivo questo perché l’ipocrisia e i luoghi comuni sull’Africa sono una mia costante battaglia. Sostanzialmente anche il motivo per cui ho scelto di vivere qui. Qui in un Paese africano, qui in un villaggio di pescatori, qui dove povertà e indigenza sono il quotidiano. Qui dove vivono persone che hanno un orizzonte che si ferma alla linea tra il cielo e il mare su questa spiaggia che toccano ogni singolo giorno della loro esistenza.

Sfruttamento del lavoro minorile… qui si fanno figli per “tradizione”, perché se non hai figli non sei nessuno, non sei considerato – o almeno sei considerato mica tanto bene -. Si fanno figli perché non c’è nient’altro da fare. E si fanno figli, soprattutto, per avere un aiuto. Ora e nel futuro. Un figlio è un investimento, deve fare, produrre, rendersi utile. Subito, appena può. Quando sono i genitori a sfruttarlo.

Simon viene qui da noi ogni volta che può. Prende l’acqua, fa piccole commissioni e chiede: “posso togliere l’erba cattiva? Posso spazzare il compound?” A Simon diamo qualche soldino, pane, cibo, vestiti. Una volta mi ha chiesto un quaderno. Gliel’ho dato e gli ho detto: “Simon, se hai bisogno di un aiuto per i compiti chiedimelo, io sono qui”. Non me l’ha ancora chiesto. Simon ha bisogno di mangiare.

Oggi comincia un mese di festività dalla scuola, Simon me l’ha detto. Io non ho capito perché, ma Yaw (ovviamente) sì. L’ultimo giorno prima delle vacanze ogni bambino dovrebbe portare a scuola qualcosa da condividere con gli altri. Così oltre ai soldi gli abbiamo dato dell’aranciata. Così anche lui può fare una bella figura.

No, qui Trattati e Documenti internazionali non sono nulla. Prima vengono i fatti, la realtà. Quella che bisogna cominciare a conoscere, quella da cui bisogna partire prima di applicare la teoria.

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