La barriera linguistica del colonizzatore

Uno dei motivi, il principale, che mi ha spinto a vivere qui è il desiderio di conoscenza. Provo fastidio a leggere o a sentir parlare di cose che non si conoscono. Cose che diventano enormi o insignificanti, quando magari nella realtà sono – al contrario – insignificanti o enormi. Mi piace conoscere e vivere il vero e niente conta quanto l’esperienza. Se parlo d’Africa voglio conoscerla, almeno un po’. Quel che posso, ovviamente. Fare esperienze vere. Toccare, sentire, osservare.

E questa era la premessa.

Sto leggendo “Decolonising the mind” di Ngũgĩ Wa Thiong’o. Il sottotitolo è “The politics of language in African literature“. La politica del linguaggio (o della lingua) è una politica subdola, che si inserisce come un verme piccolo che quando invade il corpo diventa così grande da non potersene più liberare. In Africa si è cominciato con la bibbia, si è proseguito a scuola e poi via via negli uffici pubblici e infine nelle famiglie, costrette a farsi consumare dal verme, costrette a cedere alla forza – non solo psicologica ma anche fisica – del colonizzatore e della sua lingua. (L’autore racconta anche di punizioni corporali a chi veniva scoperto, spessissimo i bambini, a parlare la propria lingua).

E ora passo all’esperienza diretta, che si ricollega alla premessa.

Stamattina sono venuti a casa tre fratelli. Sono nipoti di mio marito e una dei tre viene spesso perché abita qui vicino con la nonna. È una famiglia smembrata, divisa, come in Ghana ce ne sono migliaia. Il padre, la madre e altri figli vivono in Togo, dove il padre si è trasferito tempo fa in cerca di un lavoro, la ragazza giovane è rimasta con la nonna. Ovviamente frequenta le scuole di qui. Da queste parti, come in Togo e Benin l’etnia dominante è quella degli Ewe. Ma sono bastate tre linee tirate su una carta geografica sul tavolone della conferenza di Berlino del 1884 per dividere culture, persone, tradizioni, lingue…

Stamattina ho naturalmente parlato in inglese con i ragazzi ma poi la più giovane mi ha fermato, anzi mi sono accorta che mi traduceva ai fratelli. Loro non parlano inglese, parlano francese. Una famiglia smembrata, divisa da un confine fittizio e circa 100 kilometri soltanto a cui sono state imposte lingue diverse. Ma il “miracolo” è che nessuna costrizione e punizione ha potuto cancellare le lingue locali ed è solo nella lingua locale che questi tre fratelli (ma la loro storia assomiglia a molte altre) possono comunicare.

In Africa vivono 1 miliardo e quasi 200 milioni di persone, circa 2000 le lingue. Come si è potuto pensare che si potessero cancellare? Ma soprattutto, c’è bisogno di rivitalizzarle, darne lustro, scrivere poesie e romanzi per consegnarne il valore, il gusto, la storia. Perché una lingua – come prova a spiegare lo studioso keniota Wa Thiong’o – non è solo una sequenza di parole ma è il modo in cui interpretiamo noi stessi, la nostra tradizione, la nostra storia.

Una volta ho chiesto a mio marito quale identità sentisse come propria, quella Ewe o quella ghanese? Cosa credete che abbia risposto?

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