Rasta, quelli che lottano e quelli fasulli

Non si può pensare al Ghana senza pensare ai Rasta. Non si può parlarne dimenticando di parlare dei Rasta.

Ma di quali? Di quelli finti – giovanissimi perlopiù – che si aggirano nelle località turistiche sperando di vendere le loro collanine, braccialetti e quant’altro? Di quelli – giovanissimi perlopiù – che frequentano le spiagge adocchiando le donne bianche? L’età non importa, quel che conta è il colore della pelle e le opportunità che quella pelle riflette. Di quelli – sempre finti e giovanissimi perlopiù – che si fanno crescere i dreadlocks perché fa trend, perché piacciono alle bianche, perché in spiaggia ti notano di più? Di quelli, infine, con la canna tra le labbra a qualunque ora del giorno e della notte?

Beh sì, ci sono anche quelli. E tanti. Ma i Rasta sono altro. Molto altro. E il movimento Rastafari (non rastafarianesimo, per carità) è altro. E certamente, non solo marijuana e reggae music. 

È innanzitutto un movimento di lotta. Lotta per recuperare e diffondere le proprie origini in quanto black people. Lotta per cancellare gli effetti del colonialismo, sia esso culturale, politico, religioso. Lotta per affermare principi e modelli di vita che affondano le proprie radici nel passato più remoto. Lotta, infine, contro l’aderenza cieca e prona del black man ai modelli e alle strutture sociali, economiche e culturali del white man.

Questi rasta – veri, non falsi – non li troverete sulle spiagge di Kokrobite – o quando ci sono li noterete per un atteggiamento più riservato e discreto. Non li vedrete ubriachi e coinvolti in liti e piazzate – sì anche i maschi litigano e fanno piazzate. Non li vedrete con una giovane di 20 anni una settimana e con una sessantenne la settimana dopo (perché, come dicevamo, ciò che conta è il portafoglio e il colore della pelle. In quest’ordine). E non li scoprirete a imbrogliarvi o a rubare.

Però non sono tanti, vi avverto. E vi avverto anche che sono quelli più ai margini. Amano farsi gli affari loro, vivere una vita di Peace and Love, e a volte lontano dai loro concittadini che spesso li criticano. Loro, al sistema – quello corrotto e di chi è sceso troppo a patti col denaro e l’occidentalizzazione – non vogliono adeguarsi. E questo a molti non piace.

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Seppure il movimento Rastafari abbia una sua religione specifica legata alla figura dell’imperatore etiope Haile Selassie I, quello che è più interessante è l’aspetto socio-culturale. Questioni che spiega bene Shawn-Naphtali Sobers, membro del movimento e accademico.

C’è la lingua, per esempio, che contiene radici e sfumature diverse e diversi significati. Il linguaggio Rastafari – assimilato da molti Rasta intorno al mondo –  è un sincretismo di inglese, creolo, dialetto giamaicano e amarico.

E ci sono soprattutto due concetti che rendono il movimento una vera e propria organizzazione politica, nel senso ampio del termine: quello di unità e di ritorno alle origini. Nel senso di affermazione e riscatto.

Non si tratta di utopie ma di principi per cui i padri del panafricanismo avevano lottato. Unità tra gli africani e recupero della propria cultura, della propria capacità di costruire il proprio presente e futuro. Henry Sylvester Williams, W.E.B. Dubois, Marcus Garvey, Kwame Nkrumah… Dove sono finiti questi principi? E quanta di quella coscienza nera – black consciousness – è oggi ancora viva?

bandierarastaghanaPer inciso, la bandiera ghanese ha gli stessi colori di quella Rastafari e – sempre per inciso – a disegnarla è stata una donna, Theodosia Salome Okoh.

 

 

 

Emancipate yourself from mental slavery. Questo è un altro principio che dovrebbe essere ricordato, ribadito, accarezzato ogni giorno. Non solo in Africa. Come un mantra. E magari con una bella ganja tra le dita. Quella da meditazione 😉

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