Carpe Diem, la lezione africana e la mia scelta

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Ci sono due facce nel Carpe Diem. O meglio, due interpretazioni, quella della saggezza e quella della superficialità, o stoltezza. Qui in Africa le due si legano, e così nella mia vita.

Difficile spiegarmi, ma provo. È saggio approfittare delle occasioni che oggi capitano nella tua vita, è superficiale approfittarne senza pensare alle conseguenze future. È saggio gioire del momento, ridere con gli amici, bere un bicchiere di vino in più, è da stolti non stare attenti alle parole di troppo… È saggio credere oggi nelle proprie potenzialità e forze, senza pensare che diminuiranno con il passare del tempo. E via discorrendo.

Se sono qui, io propendo per la parte saggia del Carpe Diem. Quella parte che accetta che domani sarà un’incognita, per quanti piani e progetti tu abbia potuto fare. Quella parte che osa sfidare il destino perchè oggi – adesso – conta più del passato e persino più del futuro. Quella parte che “godi” non vuol dire “perdere i sensi e dimenticare ogni cosa”, ma vuol dire vivi pienamente senza lasciarti condizionare da paure, supposizioni, presunti pericoli, presunti fallimenti.

Carpe diem è molto di più che “goditi l’attimo” (o il giorno). Carpe diem è carpisci il momento, comprendi al volo la situazione, afferra l’occasione, comprendi gli eventi, percepisci quello che accade… Vivi al massimo. Con stupore, intelligenza, empatia.

Anche la gente che mi sta intorno in questo villaggio vive all’insegna del Carpe Diem. Ma è un approccio primitivo, selvaggio. Lo dico non per sminuire o disprezzare, capireste meglio se viveste qui anche voi.

Dico che questa filosofia ha varie misure. C’è una misura consapevole, collegata alla scelta da vita. E c’è una misura istintiva, legata al proprio stato. Lo stato di chi non ha scelta, di chi non legge, di chi non aspira, di chi non viaggia e prova a conoscere il mondo.

C’è dunque uno stadio primitivo del Carpe Diem, e c’è uno stadio consapevole. Lo stadio consapevole era quello che ha spinto Orazio a scrivere un breve e intenso trattato di filosofia – rivolto a una donna, Leuconoe. Una breve Ode, che qui propongo in una traduzione che mi convince.

E poi, c’è lui, Eduardo. “Esiste sulamente stu mumento ‘e chistu rito ‘e vino int’ ‘a butteglia. E che ffaccio, m’ ‘o perdo?” Esiste solo questo momento, e questo po’ di vino rimasto nella bottiglia. Che faccio, me lo perdo?

No, io di sicuro non me lo perdo, perché questo sorso di vino vince la partita con l’eternità.

L’Africa mi ha dato una scelta e io me la vivo tutta – cogliendo l’attimo – con un grande obiettivo: crescere, e conoscermi meglio. E fare la mia rivoluzione umana.

Dint’ a butteglia
n’atu rito ‘e vino
è rimasto…
Embe’
che fa
m’ ‘o guardo?
M’ ‘o tengo mente
e dico:
“Me l’astipo”
e dimane m’ ‘o bevo?”
Dimane nun esiste.
E ‘o juorno primma,
siccome se n’è gghiuto,
manco esiste.
Esiste sulamente
stu mumento
‘e chistu rito ‘e vino int’ ‘a butteglia.
E che ffaccio,
m’ ‘o perdo?
Che ne parlammo a ffà!
Si m’ ‘o perdesse
manc’ ‘a butteglia me perdunarria.
E allora bevo…
E chistu surz’ ‘e vino
vence ‘a partita cu l’eternita’!
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