L’incontro con i fratelli africani e il venditore “aumm aumm”

Questo viaggio non è solo fatto di bellezza, di movimento, di scoperte. È fatto soprattutto di incontri. Anche con i fratelli africani.

Quando il “mio” viaggiatore incrocia altri “neri” li guarda senza farsene accorgere, proprio come faccio io quando in Ghana, bianca tra neri, incrocio un altro bianco. Mi domando: cosa starà facendo qui? Cosa pensa? Qual è la sua storia? Come reagisce a quello che vede e cosa ne pensa? Vorrei tanto sapere se anche il “mio” viaggiatore pensa lo stesso, ma non glielo chiedo. Non adesso.

Con i “bianchi” io però non mi saluto. Loro invece sì, la maggior parte delle volte si salutano ed è spesso un: “Hello bro” o “Yeh, bro” o soltanto “bro“. Bro sta per brother, fratello.

A Caserta un venditore ambulante di una certa età gli ha chiesto da dove venisse. (Credo che siano anche incuriositi dal fatto che cammina con una donna italiana e la tenga per mano ). Si sono “scambiati la nazionalità” e poi si sono detti: “Siamo comunque africani, siamo tutti africani“.

L’ho trovato di un’emozione pazzesca. Kwame Nkwumah ne sarebbe stato felice. Il vero panafricanismo, l’unità del continente e dei suoi abitanti avrebbe dovuto partire da loro, dalla gente. I politicanti africani, sostenuti dalle iene europee e statunitensi, hanno soffocato tutto questo.

A Caserta – ah, superfluo dire che la Reggia, con i suoi appartamenti, le sue fontane, i suoi giardini, lo ha entusiasmato – è successa poi una cosa insolita. Insolita per come è accaduta e per i personaggi. In una stradina laterale alla Reggia un ragazzino che avrà avuto 12 o 13 anni, faccia pulita e modi gentili, si è avvicinato a noi e direttamente a Yaw ha mostrato – con fare sospetto – quello che aveva in una busta di plastica. “Vuoi comprarlo? È un decoder“.

Yaw ha capito solo dopo cosa stava accadendo e ovviamente si è stupito tantissimo. Io mi sono stupita che a tentare di rifilarci un oggetto ovviamente rubato fosse un ragazzo così educato e a modo, ma soprattutto pensavo a questa inversione di ruoli: non un africano che rifila qualcosa al bianco, ma il contrario.

Non è un cambiamento dei tempi, credo sia semplicemente una prova che cambiano i modi di vedere quello che hai di fronte a seconda di come si muove, di come veste, di dove si trova. È l’abito che fa il monaco. Soprattutto agli occhi esterni. I cliché sono duri da superare.

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