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Africa, il grande equivoco. Crescita vs sviluppo

In Africa è boom. Boom di start-up, di investimenti, di palazzinari, di smartphone e app, e di moda occidentale – in qualunque forma. In Africa è tutto un boom. Perché? Perché questo continente è l’ultima frontiera, come il Far West per i cowboy e i padri pellegrini, come la via della Seta per i Marco Polo in viaggi di fortuna, di ricerca, di speranza. Una frontiera aperta, per noi.

È qui il sogno, sono qui le possibilità, è questa la meta.

Proprio qui, da dove in milioni tentano la fuga, sotto gli occhi indifferenti e complici dei loro leader (e intellettuali che poco si esprimono) a cui, prima o poi, qualche Governo europeo viene a proporre (anche quando non richiesti) aiuti, sotto forma di soldi, per realizzare sviluppo e frenare l’emigrazione. Pare che solo gli apparati burocratici e politici non sappiano dove finiscono quei soldi e che non è questo l’approccio per fermare il desiderio di scappare. Di costruirsi una vita altrove.

Loro scappano e noi arriviamo. Con i nostri know how, idee, progetti, voglia di fare. Per carità, ci sono buone volontà, ci sono buone idee, ci sono buoni progetti.

Ma perché – continuo a chiedermi – l’Africa non è un continente come tutti gli altri? Perché questo continente non è normale? Perché non trattiamo e non pensiamo all’Africa e alle sue nazioni come penseremmo ad altri continenti e ad altre nazioni? Perché bisogna sempre fare qualcosa, perché sappiamo sempre come si fa e soprattutto perché non siamo sinceri e ammettiamo: l’Africa è l’ultima frontiera e anche, se vogliamo, una frontiera facile – almeno per chi viaggia con soldi in tasca e molti di più in banca.

L’Africa è oggi quel luogo dove più che altrove europei e non solo continuano ad emigrare e/o investire. Perché? Forse perché è questa l’ultima frontiera. Qui tutto è diverso, qui si viene per cambiare. Per cambiare la propria vita.

Gli africani però, che se ne restino a casa loro, se una casa ce l’hanno, sennò restino nelle capanne e non rompino con questa storia dell’emigrazione. Perché emigrare possono solo quelli che hanno soldi – magari un conto in banca – e un passaporto che ha potere. Tanto per dire, Somalia, Sudan e Sud Sudan sono quelli che valgono meno (e andate a leggervi la situazione  storica e politica al momento). I cittadini di questi Paesi possono entrare, rispettivamente, in 6 e 9 Paesi senza Visa e in 24, 25 e 30 all’arrivo. Voi che fareste?

I nostri passaporti, invece di potere ne hanno, eccome. Possiamo viaggiare ovunque noi europei (anche se non abbiamo né arte né parte). Quelli dei Paesi africani sono spesso invece carta straccia (nonostante siano costosi da ottenere).

Va anche specificato un altro aspetto: noi siamo investitori, espatriati, operatori umanitari, etc. etc. Loro sono clandestini. Senza troppe distinzioni. That’s all.

Apro una parentesi: mi chiedo spesso come sarebbe questo continente e cosa ne sarebbe stato se tutto il resto del mondo non lo avesse visto come una grande miniera da cui attingere beni (compresi gli esseri umani) e ricchezze. Se fosse stato trattato in modo “normale”. E se si facesse trattare in modo “normale”.

C’è un grosso equivoco che mi sembra si stia diffondendo: cioè che oggi l’Africa viaggi a velocità supersonica. Certo, ci sono migliaia di iniziative in corso, portate avanti in vari settori – dall’agricoltura all’architettura; dall’ICT alla medicina e via discorrendo – e con gruppi di lavoro “misti”, dove anche gli africani di varie nazionalità giocano ruoli determinanti.  Ma l’equivoco di fondo è questo: crescita vs sviluppo.

La crescita riguarda il fatturato, l’economia, il Pil (prodotto interno lordo) di un Paese, lo sviluppo riguarda (anche) le persone. Tutte le persone, tutti i cittadini di una nazione. E studi recenti mostrano che nel continente cresce invece lo stato di povertà estrema.

È come se ci fossero oggi due Afriche, quella del boom e quella compresa nel termine stereotipi. Ed è come se l’Africa che cresce e ha successo volesse a tutti costi coprire l’altra, quasi come se non esistesse più. Eppure quest’Africa degli stereotipi – comunità rurali che vivono in capanne senza acqua né luce, ragazzi ciondolanti per le strade perché non hanno nulla da fare, carestie e conflitti – non è la minoranza, ma la stragrande maggioranza della popolazione africana.

L’ascesa della middle class e di giovani generazioni impegnate e preparate sta rivelando, invece, i limiti di una crescita anomala e un difetto evidentissimo di ingiustizia sociale. Ed è proprio quest’ingiustizia che continuerà a generare gli stereotipi sull’Africa. Malattie, guerre, fame, etc. etc. Stereotipi?

Qualche tempo fa il direttore di una testata italiana che si occupa d’Africa venne a trovarmi nel mio buen retiro. Questo buen retiro – luogo di incontri e riflessioni – si trova sulla costa della regione del Volta, una delle più arretrate del Ghana. Ebbene, questo amico, mi chiese: Non pensi di perderti qualcosa stando qui? La risposta è, ovviamente, no.

Questa, per quanto non piaccia, è una fondamentale finestra sul continente (scusate se riduco 30,370,000 km2 a uno spazio piccolissimo, ma nel piccolo c’è anche il tutto). Forse intendeva che mi perdo tutto quanto accade nelle metropoli africane (e comunque non me lo perdo perché frequento anche quelle); forse intendeva che mi perdo l’atmosfera frenetica degli incontri delle start-up; forse intendeva che qui è un luogo isolato e le cose capitano altrove? Qualunque  cosa intendesse dico no, io non mi perdo niente qui, piuttosto acquisto una visuale che manca a molti.

L’Africa è una frontiera, soprattutto per chi riesce a oltrepassarla ( e per noi europei è semplice). Per altri, per gli africani  – non quelli del ceto medio-alto, ovvio – l’Africa può diventare una prigione. Una meravigliosa prigione la cui meraviglia appare solo a chi può entrarvi e uscirne.

L’Africa è una frontiera e un equivoco. E l’equivoco – mi sembra di rilevare in certi ambienti – è che bisogna smetterla di essere pessimisti, disfattisti, qualunquisti.

Ripeto, ci sono due tendenze: chi continua a dipingere questo continente con luoghi comuni: guerra, carestie e (ormai mi dà la nausea dirlo) bambini soldato. Oppure chi la presenta così: Facebook e Google che avanzano, grandi architetture, imprese all’avanguardia, giovani con tanta energia e avvio di imprese. Certo che sì.

Ma come la mettiamo con milioni di persone che vivono sotto la soglia di povertà? Come la mettiamo con ospedali senza strumentazioni e medici e che non assicurano cure? Come la mettiamo con la mancanza di fogne? Come la mettiamo, soprattutto, con l’impossibilità di pensare e costruirsi un futuro mentre noi, su questa terra africana lo stiamo facendo?

In questo articolo vengono esaminate 7 ragioni  che bloccano lo sviluppo del continente. Guerre civili e terrorismo, corruzione,  il gap nell’educazione,  salute e povertà, svantaggi geografici, aiuti internazionali,  ingiuste politiche sul commercio. Di queste condizioni sono soprattutto le aree lontane dalle città a pagare le conseguenze più grandi.

Questi luoghi, le aree rurali, sono quelli che gli investitori – la maggior parte di loro – non vedono, non sanno, oppure non vogliono sapere. Eppure è importante sapere che dove si viene a fare affari la gente può ancora morire di colera, tifo e quant’altro e non ha gabinetti.

Poi, vi dirò, ho un bel conto aperto con la comunità dove vivo. Indolente, ignorante, ma soprattutto dimenticata. Dimenticata dalle ONG e similari – che mica possono far tutto e che, comunque, sarebbe bene smettessero di sostituirsi ai governi locali -. Però, queste comunità le conosco, e conosco le loro vite, i loro sforzi, la loro bellezza… la loro strafottenza.

Vogliamo cambiarle? Voglio cambiarle? Più tempo trascorro qui e più so che non voglio, non posso, nemmeno mi interessa. Il cambiamento dovrebbe essere voluto da loro e dai loro rappresentanti e Governi. Quello che non posso fare è dimenticare che esistono.

E il motivo è semplice. Se sono qui è per loro. No, è grazie a loro. Se le ONG sono qui – e chi ci lavora guadagna fior di quattrini  – è grazie a loro. Se le imprese possono venire e investire qui, in Africa (e fare profitti personali) è grazie a loro. E sapete perché? Perché la maggior parte dei Governi locali contrabbandano queste persone e ne traggono beneficio. Perché sono loro che consentono il turismo dei volontari. Perché sono loro, quelli che conviene mantenere un livello di povertà adeguato e sufficiente a richiamare aiuti. E pietà.

Come è possibile non capire che fin quando queste fasce deboli non cresceranno non può esserci sviluppo, non può esserci crescita reale, ma solo apparente? Queste fasce deboli e ignoranti sono comunque consenso per chi di loro se ne frega, sono i voti di chi ci permette di stare qui. E se non votano sono comunque propaganda. Dirlo, una volta per tutte, mica sarebbe male? Ma perché poi dirlo per rischiare di perdere accordi sull’immigrazione, sugli investimenti, sui programmi di ONG piccole e grandi?

C’è un grande equivoco, dicevo. Ed è una presa di posizione. Di chi vuole mostrare un’Africa all’avanguardia, che non è (solo) conflitti. carestie, malattie e povertà. È un bene che questo approccio rischi di sostituire una letteratura altrettanto sbilanciata?

La gente tra cui vivo non ne sa nulla e meno gliene frega di crescita e sviluppo. Non lo vedono. E sanno che qualunque cosa si deciderà sulle loro teste – e senza tener conto della loro esistenza – non cambierà le loro vite. Nel frattempo, continueranno a guardarci come alieni, stupidi e con il portafoglio pieno – con cui non potremo mai condividere nulla. Perché noi siamo qui per investire, fare soldi, avere successo. Loro rimangono oggetti. Dovremmo però ricordare che anche noi – alla fin fine – siamo altrettanti numeri nel conteggio freddo ed elettronico della vita.

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