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Aumentano fame e conflitti. Si rischia il ritorno del ‘poverty porn’

Siete tra quelli che trovano fastidiosa la poverty porn (la pornografia della povertà)?

Immagini di bambini scheletrici – magari attaccati al seno penzolante di una madre altrettanto scheletrica – usate per richiamare l’attenzione di donatori pubblici e privati da tutto il mondo verso ONG e Istituzioni nati con lo scopo di combattere la fame del mondo.

Siete di quelli che l’hanno criticata e, magari, partecipato a campagne perché questa “tecnica pietistica” fosse abolita? Bene, preparatevi a un dejà vu forse anche peggiore di quanto fosse prima.

I dati sulla fame nel mondo, che soprattutto incide su donne e bambini, non danno un quadro entusiasmante della situazione. Solo nel Corno d’Africa 20 milioni di persone sono nel vortice di una grave crisi alimentare e nello Yemen (Medio Oriente) – dove dal marzo 2015 è in corso un  violento conflitto – si stima che occorrano 126 milioni di dollari per affrontare la crisi sanitaria.

Otto i principali Paesi coinvolti, non solo appunto nell’area del Corno d’Africa: Etiopia, Kenya, Nigeria, Somalia, Sud Sudan, Sudan, Uganda, Yemen; con lo stato di carestia dichiarato ufficialmente dagli organi delle Nazioni Unite, in parti del Sud Sudan.

E naturalmente più i conflitti si acuiscono – vedi anche la Repubblica Democratica del Congo, il Burundi, ma anche la Siria o l’Afghanistan – più le condizioni di produzione e approvvigionamento diventano difficili o proibitive. Lo spiega – per esempio – il recente Report globale della FAO (PDF).

Lo “stereotipo” africano (e non solo) del bambino con la testa enorme e il corpo ridotto a scheletro potrebbe dunque tornare prepotente ad uso di ONG e propagande di ogni tipo, a dispetto dell’immoralità nell’uso di immagini che negano dignità alla persona. Bisogna raccogliere fondi. Quelli destinati alle armi sono stati usati – e ancora ne restano. Ora bisogna rimediare ai danni.

E nulla è più efficace di un’immagine shoccante. Anche se, in realtà, tocca dubitarne. Ne è passata di acqua sotto i ponti dagli anni Ottanta, le morti del Biafra, i Live Aid… E soprattutto sono arrivati i social che hanno diffuso e condiviso morti, torture e teste mozzate come sequenze di film pulp che interessano solo gli amanti del genere (che le dimenticano subito per passare a qualcosa di più forte). Quelli che non amano il genere, invece, non perdono nemmeno tempo a guardare.

E gli affamati in questa perversione, solo solo immagini. Appunto.

 

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