diario di un'italiana in ghana

Una migrante con la ‘patria’ nel sangue

Non sono un’espatriata. No, non sono un’expat. Non mi allontano da, ma arrivo e vado da qualche parte.

Non lascio, ma cerco altro. Non rimpiango, non abbandono, non rinnego. E, in qualche modo, non sento nemmeno la mancanza. Non perdo la mia terra, non ne perdo il sapore nella mia bocca, né le immagini che comunque sanno quando tornarmi alla memoria.

Non ne perdo la nazionalità, ovvio, e neanche il filo stretto e spesso che continua a tirarci l’una all’altra. La patria a me e me alla patria. Perché la patria è nel sangue. sì, nel sangue. Il sangue del padre, dei padri, delle generazioni. Ma quanto sangue circola nel mio? Di quanto sangue è fatto il mio sangue?

Il mio sangue, come quello di ognuno di noi, è fatto di tutte le patrie del mondo. Di tutti i padri, di intere generazioni. Di tutte le madri, di tutte le razze e di tutti gli uomini e le donne che si sono mossi, che hanno viaggiato, che sono stati nomadi e poi si sono fermati, che si sono messi in cammino, e che hanno cercato stabilità.

No, non sono un’expat. Sono una migrante. Una che non lascia ma che va verso.

Esercito il diritto di migrare – io che posso e che ho la buona sorte di non dover attraversare deserti, essere imprigionata nei CIE, e rischiare di affogare nel Mediterraneo. Esercito il diritto e la voglia di scoprire, di sapere, di imparare. E anche di lavorare altrove. Come mi va e finché mi va.

Possiedo la mia vita e la porto dove mi piace. Migro. Con la libertà che mi concede il colore della mia pelle, con la libertà che mi prendo perché so di poterlo fare. In questa libertà siamo cresciuti (noi), a questa libertà siamo abituati, di questa libertà sappiamo cosa fare. Basta averne voglia.

No, non sono un’espatriata. Questo termine giuridico, economico, controllato dalle liste delle Ambasciate non mi calza, è tutto storto su di me. Sono una migrante. Fortunata. Fortunata sì, molto più di tanti altri che migrano nella direzione inversa.

Non so cosa vuol dire sentirsi chiamare clandestino. Sicuramente non voglio essere definita espatriata. Posso scegliere la definizione che più mi si addice. Io posso. Noi possiamo. Gli altri, molti altri, no. Le definizioni sono catene. Clandestino ha lucchetti doppi e per capire cosa vuol dire dovremmo provare la stessa angoscia.

Le definizioni sono catene. O, anche, vestiti storti. Migrante, per il momento, è quello che mi calza meglio.

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