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Il ghetto Africa, dove tenere i neri “a casa loro”

Qui sont les trafiquants ? Ce sont les Africains mon ami ! Et nous les combattons avec vigueur ! avant d’ajouter :  Arrêtez de dire que le problème c’est l’autre ! Présentez-moi un passeur belge, français, allemand ou que sais-je encore ! Vous n’en trouverez pas !

Emmanuel Macron, capo di Stato della Francia parla così agli studenti dell’Università di Ouagadougou in Burkina Faso, nella prima tappa del suo viaggio in alcuni Paesi del continente.

Certo, i trafficanti di esseri umani sono africani. Certo gli africani devono smetterla di puntare sempre il dito sugli altri, gli europei, e trovare lì il loro problema. Certo, non ci sono – dice sempre Macron – trafficanti belgi, francesi, tedeschi.

La verità è che nei discorsi di Macron, come della maggior parte dei leader occidentali, manca il senso della Storia, manca fare i conti con la Storia. E non basta che Macron dica che la vendita di africani come schiavi da parte di “commercianti” libici è un crimine contro l’umanità.

Lo è certo, ma crimine contro l’umanità è soprattutto aver creato le condizioni perché tutto questo sia accaduto, possa accadere e continuerà ad accadere se non si cambia la struttura di una società fortemente sbilanciata.

Perché la verità è che vogliamo gli africani “a casa loro”, controllati nei loro spostamenti, obbligati a una vita senza scelta e senza speranze diverse da quelle che NOI gli abbiamo tagliato addosso.

Certo sì, i trafficanti – almeno sulle rotte africane – sono neri. Del resto erano i chief locali a vendere i fratelli neri al miglior offerente bianco ai tempi della tratta degli schiavi. Una proficua collaborazione che ora però non va bene più all’Europa che i neri vogliono tenerli in quell’enorme, meraviglioso ghetto che è l’Africa.

Io ancora non l’ho capito perché se sei italiano il tuo passaporto ti dà accesso a 171 Paesi al mondo, se sei francese a 170 (e via discorrendo) ma sei sei burkinabé solo a 53. E va molto peggio ai cittadini del Congo, Eritrea, Sudan e Sud Sudan. Perché i neri devono restarsene a casa mentre ragazzi ad un’altra latitudine possono viaggiare il mondo, fare altre esperienze, trovare lavoro altrove?

Si dà per scontato che gli africani siano poveri, incapaci e soprattutto inferiori. A cui ogni tanto il papà deve ricordare come comportarsi e come stare al mondo.

E non ho capito neanche perché i leader africani abbiano spesso l’atteggiamento di chi si cala le braghe, di chi accetta in qualche modo di essere meno del proprio pari europeo.

Forse perché stringe accordi economici che garantiscono lo sfruttamento di un territorio che non hanno mai essi stessi provato a utilizzare meglio. Forse perché sa che il bianco arriva va, arriva va, ma alla fine lui rimane – spesso per decenni, in una democrazia che resta sulla carta. Forse perché alla fine non gliene importa granché “perché vincono sempre loro“. È una frase che ho sentito un uno dei tanti film che mi fanno rabbia sul segregazionismo e il Ku Klux Klan.

Ma il tempo della soggezione culturale dovrebbe essere passato. Dovrebbe. E dovrebbero saperlo e dimostrarlo soprattutto i giovani africani.

Ci vorrebbero leader come Thomas Sankara. Ma non è facile. Prima ci pensava la Cia a uccidere  quelli retti e liberi, oggi sono il denaro e il potere. Che sono più forti delle botte e delle pallottole.

All’Africa ci deve pensare l’Africa. E se le voci dei leader – alcuni, seppur timidamente, si stanno esprimendo contro l’onta delle violenze sui migranti – non si sentono perché lontane, perché la stampa europea non gli dà spazio, beh, tocca a loro e alla stampa africana trovare il modo.

Intanto gli smugglers continueranno a fare il loto lavoro, da eroi, non da criminali. Perché loro – opinione di chi lo fa e di chi poi riesce ad arrivare in Europa – una via di fuga a chi vuole provare un’altra strada, un’altra vita, la offrono.

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