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Quell’aiuto ai “poveri africani” che colma un inesauribile bisogno di protagonismo

Si chiama gioco delle parti e a giocarlo sono il mondo occidentale da una parte e il mondo africano dall’altro.

Il gioco consiste nel far – da un lato – la parte di colui che si prende cura in modo paterno e onnipresente delle popolazioni africane e dall’altro nell’accettare di essere accuditi e sostenuti. Sempre.

Dall’acquisizione dell’indipendenza dagli ex colonialisti i Paesi africani sono passati in modo automatico e immediato ad una nuova e più subdola forma di dipendenza: quella dagli aiuti. Non c’è Paese (Stato sovrano) che non abbia ricevuto fondi per lo sviluppo e non c’è Paese (Stato sovrano) che non sia indebitato con chi, tanto generosamente, gli presta denaro.

Insomma, una ruota che gira senza sosta. E finché sarà così non ci sarà mai vera indipendenza, vero affrancamento dallo strapotere del più forte.

È il bisogno – reale o indotto – che genera nelle persone più vulnerabili quell’apatia che fa pensare che niente possa cambiare e che il continente rischi di rimanere in balia di questa mentalità; l’Africa ha bisogno di aiuti e l’Occidente deve fare la parte del buon samaritano.

E gli africani, indistintamente, non sono altro che oggetti della benevolenza – affettuosa o meschina – di chi in Africa sembra poter fare quello che vuole.

Qualche tempo fa una ONG sudafricana diffuse un video vergognoso. Un bambino africano che faceva la parte del cagnolino, per lanciare questo messaggio: i cani domestici mangiano in media meglio che milioni di bambini. Poi si sono scusati, ma come è possibile che venga solo alla mente una modalità di comunicazione di questo genere?

Semplicemente è possibile perché è quello che in fondo in fondo si pensa. Gli africani sono delle bestioline ammaestrate o da ammaestrare. Si pensa che bisogna accudirli, sostenerli, educarli, sfamarli. Si pensa che non potranno mai fare a meno di noi. Si pensa che siano intrinsecamente incapaci di fare da soli.

Fa male vedere giovani volenterosi andare per villaggi a dispensare sorrisi e piccoli aiuti a giovani, mamme, anziani. Anziani a cui si fa perdere la propria dignità. A cui si fa dimenticare il proprio valore. E che forse la loro dignità, il loro valore di esseri umani non li hanno mai sperimentati.

Fa male vedere a queste rappresentazioni in cui un giovane ventenne o poco più decide a chi dare e a chi no. Perché poi, in sostanza, è questo che fanno i progetti delle ONG. Decidere chi e come. Dove e quando.

Sì, gli occidentali continuano a manifestare il complesso del salvatore bianco. Ogni tanto vengono diffusi decaloghi, consigli, linee guida per i cooperanti.

Ma l’imperativo è più profondo e non riguarda rimanere dall’altro lato della camera invece di farsi selfie con i negretti. L’imperativo è qualcosa che si fa fatica a dire perché la cooperazione – soprattutto quella grossa – è un’industria e donare è un piacere che fa bene a chi lo fa prima di tutto e che dà potere e importanza.

L’ìmperativo è: smetterla di pensare agli africani come una fonte inesauribile di bisogno per colmare il nostro inesauribile bisogno di protagonismo e interesse.

Sono temi fastidiosi e ciò che dico – anche se all’apparenza sembrerebbe – non sminuisce il lavoro di tantissime persone impegnate, e inserite in un contesto di aiuti e progetti che danno risultati concreti.

Ma sono le attitudini mentali profonde che distorcono il fare e sono quelle attitudini mentali che vogliono mantenere i più vulnerabili così come sono. E ci riescono.

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