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Quei “shithole countries” utili agli interessi USA grazie al silenzio dei leader africani

Ci sono situazioni in cui non comprendi se i leader africani siano saggi o semplicemente “refrattari”, come quei materiali capaci di resistere alle temperature più elevate senza “scomporsi”.

Certo a nessuno è piaciuto che il proprio Paese fosse paragonato a una fogna, a un cesso, a un posto di merda – shithole è stato l’ultimo complimento di Trump, rivolto stavolta ad Haiti (e Haitiani) e ai Paesi africani. Ma le reazioni sono state meno accese e determinate di quanto ci si sarebbe aspettato.

Ha fatto la sua comparsa un comunicato ufficiale della missione dell’Unione africana a Washington in cui si manifesta shock, sgomento e indignazione alle parole del presidente USA. Si legge anche che l’Unione Africana ritiene gli US un partner strategico ma che i rapporti dovrebbero esseri basati sul mutuo rispetto e pari dignità.

Elise Labott su Twitter Extraordinary statement from African Union mission to US https t co HSQglDgDAk

In realtà le cose stanno diversamente. Appunto. Tanto che qualcuno può permettersi di chiamare un altro shithole. Cosa sarebbe successo se fosse accaduto il contrario? 

Quale è la verità perché i leader africani non si fanno rispettare? Sono saggi indifferenti o troppo deboli nella forza di potere tra equilibri ancora assai sbilanciati?

Solo il Governo del Botswana ha azzardato una reazione personale e chiara, chiamando l’ambasciatore USA per esprimere il proprio malcontento di fronte ad una mancanza di rispetto tanto volgare quanto razzista.

Forse sarà un caso, ma da ieri il sito ufficiale del Governo del Botswana è bloccato…

E gli altri leader africani?

La risposta sta forse in un atavico meccanismo mentale di sottomissione. Ma sta anche, più concretamente, nelle relazioni militari, commerciali e diplomatiche tra i vari Paesi e gli USA.

Provando a parlare con volontari e dirigenti di USAID le risposte sono state di giustificazione e di ridimensionamento del “problema Trump”. “Tecnicamente è il mio boss” mi ha risposto un volontario dei Peace Corps, sparsi dappertutto in Africa – tra l’altro un latino americano – senza sbottonarsi su quanto si riconosca in questo “boss”. “Sono solo chiacchiere, è un suo modo di fare di esprimersi, ma alla fine dietro non c’è niente di serio” mi ha risposto un dirigente USAID. Come dire “Can che abbaia non morde“. Peccato che il cane, in questo caso, sia il presidente di quella che è ancora considerata la più potente azione al mondo .

Per non parlare della presenza militare a stelle e strisce nel continente. Militari dislocati in 50 dei 54 “shithole african countries“. Forse dovrebbero essere queste ad essere ritirate – non gli immigrati ad essere respinti – e forse Trump non è al corrente di quanto gli immigrati africani siano una forza portante nell’economia e nella crescita del suo Paese. Alcune analisi di qualche anno fa, mostrano che il livello culturale e di scolarizzazione in USA vede gli africani superare non solo gli asiatici ma anche i bianchi.

Qualche dato: il 43.8 percento degli immigrati africani è in possesso di un diploma universitario, la percentuale è del 42.5 per gli asioamericani, del 28.9 percento per gli immigrati provenienti dall’Europa, la Russia e il Canada e del 23.1 percento per la popolazione degli Stati Uniti nel suo complesso.

Nonostante questo il potere continua ad essere nelle mani di chi urla di più, spedisce militari a destra e a manca, occupa i territori con giovani e inesperti osservatori, appoggia Governi e presidenti amici, spinge le politiche economiche mondiali. Mentre i leader africani parlano genericamente di rispetto dovuto, ma evidentemente non riescono a garantirselo.

Aggiornamento (14 gennaio)

Le parole hanno un peso. L’Unione africana ha chiesto le scuse del presidente Trump. Ma parlare forte e chiaro è quello che serve. Per farlo bisogna conoscere la propria storia, la propria cultura, le proprie radici, la propria sofferenza. E non sentirsi mai meno di un altro. Neanche, e forse soprattutto, se questo altro è il presidente degli Stati Uniti d’America fondato, costruito e arricchito da immigrati di ogni parte del mondo.

Lei è una giornalista di origini haitiane, si chiama Alisha Laventure, e ha fatto il migliore discorso a tu per tu con Trump – che ora nega come un bambino quello che ha detto – che abbia finora sentito. [Per ascoltarlo clicca sulla foto]

Alisha Laventure Home

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