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Zimbabwe, due donne, due scrittrici per capire la storia di questo Paese

Mentre in Zimbabwe sale il caos e la tensione all’indomani di elezioni difficili, le prime dopo i lunghi anni della presidenza di Robert Mugabe, sarebbe interessante cercare di capire e conoscere meglio questo Paese.

Vi propongo dunque due letture, due autrici, entrambe fondamentali per entrare nella storia passata e contemporanea dello Zimbabwe.

La prima è Panashe Chigumadzi, scrittrice e giornalista nata in Zimbabwe e cresciuta in Sud Africa, che rappresenta una delle principali figure di giovani scrittori della generazione “Born Free”.

Il titolo del libro, appena pubbicato, è These Bones Will Rise Again. ed è una riflessione sul colpo di Stato che non fu un colpo di Stato, del novembre 2017 che ha posto fine al potere di Mugabe, attraverso il racconto della storia di due donne: la nonna paterna e Mbuya Nehanda, spirito ancestrale e della religione degli Shona.

Il libro riunisce reportage, memorie e analisi critica collegate al concetto del Big Man per riformulare radicalmente la storia politica e culturale del Paese, riconoscendo il ruolo delle donne, dei lavoratori e dei movimenti urbani nella sua lotta di liberazione. In un racconto sppassionante, These Bones Will Rise Again esplora gli inebrianti giorni post-indipendenza degli anni ’80, la crisi economica degli anni ’90, fino agli effetti delle politiche di riforma agraria alla fine del secolo. 

L’altro libro è di NoViolet Bulawayo, We need new names (2013), un debutto della vincitrice del Caine Prize, che suscitò grande entusiasmo (e a ragione).

Una storia potente che sta nel racconto e nelle esperienza di una ragazza che lascia il suo Paese per l’America. E dunque c’è questa doppia narrazione: lo Zimbabwe nei giorni in cui era ancora Rodhesia, le crisi, il disincanto dei giovani, l’epidemia dell’AIDS, la povertà estrema, la lotta tra neri e i coloni bianchi.

E poi quell’America che non è il sogno immaginato, lo sradicamento e la vita reale dei migranti che resteranno “illegali” per tutta la vita e che quindi non possono tornare a casa – back home – altrimenti non potrebbero più rientrare negli USA.

Persone sospese su un filo immaginario che a un certo punto non sono più africani né saranno mai americani.

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Di We need new names c’è la versione in italiano

Solo quella inglese per il recente These bones will raise again

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