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Melania Trump, la gita in Africa per piegare la dignità degli africani

Perché all’Africa e agli africani dovrebbe interessare Melania Trump?

Perché centinaia di bambini sono stati ben lavati e stirati e – bandierine alla mano – chiamati sul circo mediatico per fare da scenario ordinato e disciplinato alle visite della first lady? Perché abbiamo ancora bisogno – gli africani hanno ancora bisogno di credere – nel bianco generoso fonte delle soluzioni di tutti i mali? Nel bianco superiore, nel bianco star, nel bianco da invidiare e voler imitare.

La visita dell’impettita, perfetta Melania Trump in alcuni Paesi africani ha il sapore della menzogna, dell’ipocrisia, del raggiro.

La sua bellezza bambolesca, i suoi vestiti freschi (con annesso cappello di stampo coloniale che non ha mancato di provocare critiche), i sorrisi di circostanza e le parole paternalistiche quanto inutili, sono una prova che il mondo e la sua visione dei ruoli e dei rapporti di forza fanno fatica a cambiare.

La Trump si è fatta una fantastica gita – dove ha messo insieme visite tra bambini malnutriti (anche questi facevano parte della scena allo stesso modo di quelli che l’hanno accolta con canzoncine e danze) e safari, visite semi ufficiali e semi bagni di folla.

Gli africani – e i bambini africani – che sono stati fotografati in scene di giubilo (assai poche, in realtà) hanno lo stesso atteggiamento con qualsiasi uomo bianco che attraversi il loro villaggio o città, senza neanche bisogno di sapere di chi si tratti. Un perfetto sconosciuto fa lo stesso effetto.

Melania-Trump-Visits-School-In-Malawi-Part-Of-Africa-Tour

Foto tratta da KURV.com

Ma quello che ha prevalso è l’asetticità degli incontri, delle foto, delle visite, delle frasi modeste (per contenuto) che sono state scambiate.

Melania – che temo faticherà a lasciare un segno reale e profondo tranne quello dell’apparenza – è venuta in Africa con l’obiettivo di aiutare i bambini, l’infanzia del Malawi, del Ghana, del Kenya e dell’Egitto.

Soldi, tesi con una mano e ripresi con gli interessi dall’altra.

Non c’è bisogno – non è mio intento ora – addentrarsi nelle politiche commerciali che strangolano i prodotti africani, nelle presenze militari USA – ed europee – che spesso si trasformano in guerre, spargimento d’odio e di povertà ulteriore, e comunque di controllo delle politiche locali.

E non c’è neanche bisogno di addentrarsi nella volontà di perpetuare una mentalità e ripetere azioni che portano l’africano a sentirsi minore, indegno, incapace.

Avrei voluto leggere un intellettuale africano (se c’è stato segnalatemelo) spiegare che questa visita – ancor più di tante altre in passato, è priva dei contenuti di cui la si è voluta riempire. Anzi che quei contenuti continuano a tenere in scasso l’Africa e gli africani. Ad alcuni forse piace, può far comodo essere vittime bisognose di perenne aiuto.

Ma la realtà è che l’Africa non ha bisogno – non dovrebbe avere bisogno – degli USA, né degli americani vip.

In Africa c’è bisogno di africani e leader africani consapevoli e combattivi. Di africani e leader africani fieri, che smettano di adulare il potere e di  abbassarsi le braghe perché in fondo fa comodo così. Di leader africani in grado di adottare serie politiche del welfare, senza bisogno di accettare continue elemosine.

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