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Ghana, 2019 “anno del ritorno” per la diaspora africana

Anno del ritorno” – Year of return – così è stato battezzato il 2019 da Nana Akufo-Addo, presidente del Ghana. Gold Coast, come si chiamava all’epoca della tratta atlantica.

Questo 2019 segna i 400 anni da quando la prima imbarcazione con alcuni schiavi razziati in Africa, arrivò sulle coste americane. Quelle del Nord America. Era il 1619, la nave arrivò in Virginia, era un’imbarcazione inglese e si chiamava White Lion. La prima di tante che avrebbe trasportato milioni di neri in una terra a loro ostile e dove non erano altro che merce e corpi da sfruttare fino alla morte. La tratta era già cominciata molto prima di quell’arrivo e molto dopo di un’altra forma di schiavitù, all’epoca già assai consolidata, quella arabo/islamica. Ma quell’approdo segnò il legame tra l’Africa e l’America.

Ora il presidente ghanese – unico al momento in tutta l’Africa sub-sahariana – ha deciso che quest’anno sarà dedicato alla “celebrazione della resilienza dello spirito degli africani“. Una fitta serie di programmi e iniziative è stata messa in cantiere dalla Ghana Tourism Authority, il ministero del Turismo, Arte e Cultura, l’Ufficio degli Affari della Diaspora, il Panafest Foundation (Pan-African Historical Theatre Festival) e l’Adinkra Group.

Del resto il Ghana ha sempre attratto scrittori, artisti, panafricanisti, intellettuali. Non è un caso che proprio ad Accra siano custodite le spoglie di W. E. B. Du Bois, storico, sociologo, leader dei diritti civili per gli afro-americani.

Lui, come molti panafricanisti fu tra i primi a “tornare” in Africa, in quel Paese – il Ghana, appunto – che aveva, primo fra tutti, conquistato l’indipendenza dal giogo coloniale ed era diventato una nazione. Neppure Martin Luther King Jr. volle mancare. Con sua moglie Coretta partecipò alla cerimonia di proclamazione dell’indipendenza.

Altri, dicevamo, vi andarono a vivere, alcuni per un tempo più o meno lungo, altri, come Du Bois o il giornalista George Padmore, ci restarono fino alla morte. Attirava il Paese, e attiravano le idee di Kwame Nkrumah. Attirarono, tra gli altri, la scrittrice Maya Angelou; Sylvia Boone, prima docente di ruolo – nera e donna – alla Yale University); Juliann Mayfield, attore, regista, scrittore e attivista per i diritti civili. E tanti altri, conosciuti o meno noti.

Quello del ritorno è un tema che risale, appunto ai primi anni di presidenza di Nkrumah, quando le speranze di un’Africa unita e ricca di opportunità animava gli animi.

In 2001, il Governo ghanese emanò la legge definita Right of Abode law, che garantisce ai discendenti africani nati in America il diritto di stare in Ghana a tempo indeterminato. Nel 2007, in occasione dei 50 anni dall’indipendenza  e per commemorare i 200 anni dall’abolizione della schiavitù votò il “Joseph Project”, pensato per incoraggiare il ritorno dei discendenti di schiavi africani. Un progetto che prese corpo con una cerimonia tenuta nel 2016 dall’allora presidente John Mahama che naturalizzò 34 rimpatriati.

Di certo, in questi ultimi tempi soprattutto, il Ghana si sta affermando come una delle mete preferite di celebrità, in special modo, appunto, afro-americane.

Quella di Akufo-Addo è, al di là dei tutto, senza dubbio anche una buona operazione di marketing. Il successo in termini di numeri di questa iniziativa non è calcolabile, né lo sono le implicazioni sociali e morali. Quelle che – direi – dovrebbero poi essere le più interessanti da analizzare e seguire.

Di sicuro quella porta del non ritorno che aveva terrorizzato e annientato dentro milioni di neri mentre la attraversavano, oggi si spalanca per altri milioni di discendenti di una diaspora violentemente indotta e forzata.

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