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Bakhita, la schiava santificata che non ricordava più il suo nome

Dopo aver terminato di leggerlo, per qualche giorno non sono riuscita a toccare altro libro. Bakhita aveva preso posto nei miei pensieri, si era fatta spazio nei sentimenti come una presenza viva, fresca, familiare.

Bakhita della scrittrice francese Véronique Olmi si svolge in un secolo difficile, il Novecento, e attraversa eventi storici e dolorosi come la schiavitù, le due guerre mondiali, l’ascesa del fascismo e del nazismo, le invasioni coloniali italiane (con tanto di uso di armi chimiche), gli effetti del conflitto mondiale.

E attraversa due continenti: l’Africa e l’Europa (l’Italia). L’Africa delle conquiste, l’Africa delle scorribande negriere, in questo caso non europee ma arabo-musulmane, e soprattutto racconta di quel Sudan occupato da forze straniere (gli inglesi, gli egiziani) a cui l’ultima cosa che sembra interessare è il destino delle popolazioni e di quegli schiavi disumanizzati che sono, dopotutto, il perno di questa storia.

Un racconto che passa da lei, Bakhita, la schiava che canta, la schiava fortunata, la schiava bambina venduta e rivenduta sui mercati di El Obeid e di Khartum e che avrà la sorte di riuscire a farsi portare in Italia e lì cominciare un’altra storia.

Bakhita è un libro di storia, appunto, un libro sulla schiavitù araba, un libro sul razzismo (la protagonista ne subisce varie forme), ma anche un libro sulla santità, quella dell’ex schiava, proclamata santa da Giovanni Paolo II nel 2000 e oggi patrona del Sudan.

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In Italia Bakhita diventa “la Moretta” e poi – quando deciderà di farsi suora canossiana – “Madre Moretta”, anche se ovviamente con i voti prenderà nomi meno marchianti: suor Giuseppina Margherita Fortunata Bakhita.

Il libro inizia con una frase da “Se questo è un uomo” di Primo Levi: ”Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare si che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga.” È quel che accade alla piccola Bakhita, che Bakhita in realtà non è.

Il trauma di essere strappata via con violenza da Olgossa, il suo villaggio nella regione occidentale del Sudan (Darfur), di essere stata portata via dalla madre, le farà dimenticare il suo nome. Così Bakhita passerà la vita a tenere saldi i fili di una memoria e di un’identità in parte persa, in parte conservata e accarezzata gelosamente. Solo in punto di morte – forse, chissà, affidiamoci alla sensibilità dell’autrice – Bakhita ritroverà la carezza di madre, e con essa il suo nome.

Il testo di Olmi è di grande impatto emotivo raccontato con la voce (anzi con i pensieri) di Bakhita, una voce che nella realtà farà sempre fatica ad esprimersi e farsi capire, dopotutto il suo linguaggio è un mélange di parole arabe, imparate negli anni di schiavitù, della sua lingua locale, rimasta un po’ nella memoria, di italiano (molto poco) ma soprattutto di veneziano.

Fu a Ziniago (frazione di Mirano) la prima casa dove andò a vivere in Italia come bambinaia dei coniugi Michieli. Fu poi dalle Figlie della Carità a Venezia, dove prese i voti e infine fu trasferita a Schio dove passò il resto della sua vita.

Tutti reali i personaggi del libro: da Callisto Legnani, il console italiano che da Khartum la portò in Italia (il diplomatico dovette a un certo punto abbandonare la capitale sudanese in fretta e furia quando scoppiò la guerra Mahdista, dove perse la vita il celebre Gordon Pasha) ad Augusto Michieli e la moglie che la presero in casa come bambinaia; alle suore, al cardinale patriarca di Venezia Domenico Agostino che in celebre processo nel 1889 la dichiarò legalmente libera e tutte le persone citate.

Dagli orrori del periodo della schiavitù – la Olmi ci fa assistere alle inaudite e crudeli violenze fisiche che vengono riservate alla piccola Bakhita ed ad altri bambini schiavi – si passa ad una vita in cui tutti la osservano.

Certo lei è un fenomeno strano nell’Italia del primo Novecento, che certo non sarebbe diventata così famosa se non avesse preso i voti. Di lei anche all’epoca si cominciò a scrivere, nota la “Storia Meravigliosa” scritta da Ida Zanolini, laica canossiana che la intervistò a lungo. Un fenomeno portato a conferenze in cui riusciva a parlare poco, e portata anche a Palazzo Venezia ad incontrare Mussolini in pieno periodo di teorie della razza e aggressione in Etiopia, quando tutti felicemente intonavano “Faccetta Nera”.

Il libro della Olmi è un libro potente perché riesce a farti amare questa bambina poi donna, poi vecchia malata. Riesce a fartela amare anche se – credo – nessuno saprà mai davvero cosa e come pensava. E nessuno, penso, saprà mai cosa l’aveva spinta verso “el Paròn” il Signore (o padrone) in veneto, come lei gli si rivolgeva.

Di Bakhita si ama e si rispetta il dolore dell’abbandono, dell’oblio del proprio nome, della nostalgia tremenda che affiora sempre. E di quella esperienza disumanizzante che si chiama schiavitù. Le farebbe così male vedere cosa accade oggi.

[Bakhita, di Véronique Olmi. In italiano tradotto da Piemme]

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