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Inquinamento da plastica, il preoccupante primato dell’Africa e la necessità di studi interni

L’inquinamento da plastica è una delle principali questioni ambientali nel Continente africano. E non sembra destinato ad essere risolto nel breve tempo, considerando anche la continua crescita della produzione gloable annuale che (ultimi dati) al 2016 contava 330 milioni di tonnellate.

Considerato il ritmo di questo tasso di crescita, nei prossimi vent’anni la produzione è destinata a raddoppiare. Significherà, oltretutto, che entro il 2050 la produzione e la lavorazione della plastica rappresenteranno fino al 20% del petrolio consumato a livello globale, maggiori emissioni di carbonio, ulteriore pericolo per la sopravvivenza degli Oceani e delle specie marine.

Lo scenario futuro, quindi, non è per niente ottimistico, a meno che non si lavori a sistemi di riciclo costante e intelligente – il problema infatti è peggiorato dalla cattiva gestione dei rifiuti e dalla crescita di discariche abusive – e non si cominci a sostituire la plastica (e la resina) con fibre alternative e naturali.

Nel 2015, cinque Paesi africani (Egitto, Nigeria, Sudafrica, Algeria e Marocco) erano elencati tra le prime 20 nazioni con il maggior numero di rifiuti di plastica mal gestiti. Con una quota ciascuno tra 0,31 e 0,97 milioni di tonnellate all’anno (cosa che secondo le stime andrà a peggiorare, e coinvolgerà più Paesi, nei prossimi anni). Per fare un raffronto, la prima e l’ultima posizione detenute da Cina e Stati Uniti generano rispettivamente 8,82 e 0,28 milioni di tonnellate all’anno.

Come riporta il secondo report Waste Atlas 18 delle 50 più grandi discariche al mondo si trovano nel Continente africano. 17 sono in Asia, solo 2 in Europa, una in Ucraina, l’altra nei pressi di Belgrado. Discariche che, in tutto il mondo, impattano la vita giornaliera di 64 milioni di persone. E la maggior parte di loro si trova in aree degradate – ma anche nei pressi di centri utbani – dei Paesi in Via di Sviluppo.

Uno di questi è quella di Agbogbloshie ad Accra, capitale del Ghana, meglio nota come Sodoma e Gomorra. In 13 anni ha ricevuto tra 1,75 e 2,5 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, ma anhe molta molta plastica.

Fino agli anni 80 era semplicemente una laguna, un’area praticamente circondata dall’acqua, la Korle BU Lagoon non lontano da una foce del Golfo di Guinea. Poi rifugiati provenienti dal Nord del Paese dove per alcuni anni c’è stato un conflitto civile hanno cominciato ad occupare l’area che man mano è cresciuta a livello demografica, ma praticamente sul nulla, senza strade, servizi, niente.

E così è rimasta, solo più abitata e con l’aumento continuo di baracche. (oggi ci sono anche scuole). Nessuna regolamentazione da parte dello Stato. E ora accolgie anche rifugiati dal Burkina Faso e dalla Nigeria. Oltre alle persone qui hanno cominciato negli anni ad ammassarsi tonnellate di rifiuti elettronici, ma anche frigoriferi, stampanti, copertoni, tanta plastica, appunto, scarti.

Non si sa quante persone ci vivano, 40.000 forse di più. I livelli di tossicità in questo luogo – procurati anche dal continuo bruciare della plastica – sono altissimi. Agenti tossici che finiscono nell’aria, nella laguna, nell’Oceano.

Come sottoliena The Conversation, i rifiuti mal gestiti hanno un’alta probabilità di inquinare l’ambiente circostante, con picchi di concentrazione nei centri urbani e nei corsi d’acqua. Uno studio recentissimo rivela che le acque vicine a centri urbani del Sud Est asiatico e dell’Africa occidentale rappresentano i principali percorsi per l’ingresso della plastica nell’ambiente marino. Si parla di 1000 fiumi che trasportano l’80% dei rifiuti (specie la plastica) negli Oceani.

Da parte di esperti e scienziati c’è anche un altro aspetto su cui oggi si sta riflettendo – cioè che la maggior parte degli studi sono condotti da e in Paesi più ricchi. Per colmare questo divario di informazioni è emerso un approccio panafricanista che coinvolga ricercatori africani, la necessità di creare un network di lavoro “per sviluppare una pospettiva africana sull’inquinamento da micro-nano plastiche”. L’obiettivo è anche quello di guidare una politica che sia basata sull’evidenza relativa al contesto africano.

Comprendere le micro e le nanoplastiche come inquinanti, come agiscono e come intervenire, richiede attrezzature e competenze avanzate, ma queste spesso non sono disponibili nella maggior parte dei Paesi africani. Questa è una delle ragioni della scarsità di dati sull’inquinamento da microplastiche in Africa.

Ad esempio – scrive ancora The Conversation – solo 13 Paesi africani su 54 sono stati rappresentati in un recente lavoro di analisi in cui si legge: “nonostante l’Africa sia in cima alla classifica della cattiva gestione dei rifiuti di plastica, non ci sono dati sufficienti sull’estensione delle microplastiche e sulla sua interazione con altri contaminanti nei suoi ecosistemi. L’inquinamento da microplastiche è stato documentato a livello globale, tuttavia i dati specifici del Continente sono fondamentali per un’accurata valutazione del rischio e per guidare le politiche degli Stati“.

Al fine di sostere la ricerca che fornirebbe i dati necessari sui rifiuti di plastica e la gestione dell’inquinamento, sarebbe quindi necessaria la costruzione di specifici laboratori in ​​Paesi e Regioni africani. Creare, insomma degli hub con standard internazionali e che lavorino in equipe con ricercaotri di tutti il mondo ma che siano l’epicentro africano delle ricerche sul tema dell’inquinamento da plastica nel Continente. Centri di ricerca che forniscano, dunque, metodi non più esclusivamente standardizzati su ricerche e soluzioni che arrivano dal mondo occidentale.

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