Tanzania Albinism Collective, e lo stigma e il dolore diventano musica

È di nuovo domenica e ancora vorrei parlarvi di musica. (Chissà, magari domenica e musica diventeranno prima o poi un binomio fisso su questo blog).

Una musica di dolore, ma anche di riappropriazione. Quella del Tanzania Albinism Collective. Donne, uomini, bambini di tutte le età costretti all’esilio – volontario o forzato – su una delle più remote isole dell’entroterra, all’interno del lago Vittoria, nella Regione dei Grandi Laghi. Si chiama Ukerewe ed è nota anche perché accoglie persone affette da albinismo.

Una tradizione, quella di portare qui in passato chi nasceva con questo “difetto”; oggi, una via di fuga per allontanarsi dagli assalti di chi ritiene che “pezzi del corpo” degli albini siano utili – e necessari – per pozioni magiche o cure di ogni sorta. Una vita tra pregiudizi, stigma, paura di essere le prossime vittime, la consapevolezza di non poter aspirare a una vita normale.

Qualcuno – il produttore Ian Brennan – ha scoperto quest’isola, queste persone, il loro talento, la loro necessità di raccontarsi attraverso quell’espressione così naturale che è il canto e la danza.

tanzania album collectiveÈ nato così un progetto che ha dato vita al primo album di questo collettivo. Il titolo non poteva essere più evocativo e pieno di fiducia: White African Power. 23 brevi canzoni, di profonda atmosfera. Quella che vi propongo – da Soundcloud – si intitola “Life is hard” – La vita è difficile. (Per ascoltare il brano clicca sulla foto)

E per loro si è già aperta la strada dei concerti all’estero. La prima tappa sarà il Womad Festival in Inghilterra a fine luglio.

Tra l’altro è interessante che i membri del Tanzania Albinism Collective cantino non solo in Swahili ma anche nel dialetto dell’isola che va man mano scomparendo e che invece la loro attività artistica sta contribuendo a tenere vivo.

Per conoscere meglio questo gruppo ecco un breve documentario per la regia di Marilena Delli.

da youtube

Per accedere al video clicca sull’immagine

Rimani incinta? La ‘colpa’ è sempre tua. In Africa soprattutto

Com’è dura a morire certa mentalità. A qualunque latitudine. Che poi certi modi di pensare – e le azioni che ne conseguono – abbiano del ridicolo non ci si fa tanto caso. Ridicolo se non fossero dannose. E stupide.

Tra queste si potrebbe annoverare quella presa dal presidente della Tanzania, John Magufili, che ha promesso una legge che vieterà alle ragazze che hanno portato avanti una gravidanza (che quindi sono rimaste incinta mentre frequentavano la scuola) di tornare sui banchi scolastici dopo il parto.

Secondo il presidente questo eviterebbe di diffondere la “cattiva abitudine” e anche di prevenire una sorta di emulazione. E comunque – ha detto il capo di Stato – le ragazze potranno sempre frequentare scuole di cucito  o, in generale, il Vocational Education Training Authority Centres, per imparare un mestiere.

Ora, io che non sono africana, ma solo un’immigrata in quel continente, so benissimo che:

  1. Sono moltissimi i casi – non solo in Tanzania – ma in molti Paesi africani, soprattutto nelle aree rurali, dove a mettere incinta le ragazze sono i loro insegnanti.
  2. So anche che – di solito – per rimanere incinta c’è bisogno di un altra persona- ragazzo o uomo – dotato di organo riproduttivo funzionante.

Dunque, mi chiedo: per questi ragazzi o adulti maturi che ci hanno messo parte del lavoro, nessun divieto?

Alla faccia dei diritti umani e in particolare del diritto all’educazione. Alla faccia della logica e della giustizia. Magari maggiori prospettive di lavoro, un po’ più di educazione sessuale e al rispetto nelle scuole e meno ipocrisia nella società e persino qualche sano svago, che non sia il lavoro prima e dopo la scuola, aiuterebbero di più a limitare le gravidanze precoci. Certo non le limiterà togliere diritti prospettive di futuro alle giovani ragazze tanzanesi.

Fare il tifo per l’umanità

Parlare di umanità e con umanità. Parlare in favore dell’umanità. Fare il tifo per l’umanità. Non sono in pochi a farlo – anche se il rumore di sottofondo è assordante e spesso ci impedisce di percepire queste voci. Eppure, che fortuna! esistono.

Ti imbatti per esempio in quella di Papa Francesco che, confermando la sua originale rottura di schemi e convenzioni, un paio di mesi fa ha accettato di affidare uno dei suoi potenti messaggi ad una piattaforma in rete che accoglie voci che hanno davvero cose da dire e raccontare. Altro che sproloqui e inutilità. Insomma ti ritrovi il papa su Ted e ti metti ad ascoltare.

Ascolti perché, anche se non sei cattolico, il messaggio è chiaro e universale e certo non si rivolge ai cattolici. Si rivolge all’essere umano. Ascolti perché ritrovi principi che altre religioni, come il Buddismo, affermano da millenni – l’unicità tra noi e l’ambiente; l’armonia nei rapporti tra noi e gli altri esseri umani che si trasforma in saggezza, compassione, amore; la dignità di tutte le persone e di tutte le forme di vita; la creazione di valore come unica strada per “proteggere” l’umanità; la rivoluzione della propria esistenza per cambiare tutte le esistenze.

Tra qualche giorno, il 20 giugno, sarà la giornata del rifugiatoWorld Refugee Day  -istituita dall’ONU. I dati ormai sono noti, almeno a chi ha un interesse a sapere. Gli sfollati al mondo sono oltre 65.3 milioni, 21.3 milioni sono rifugiati. L’86% di queste persone ha trovato accoglienza in Paesi a basso o medio reddito. Dunque, non nel fortunato Occidente. Lo dicono i tecnici delle Nazioni Unite.

Quello che dimentichiamo – o non vogliano sentire sulla nostra pelle – è cosa vuol dire essere una persona che ha bisogno di soccorso, riparo. Cerchiamo rifugio in un ospedale quando siamo malati, nella nostra casa quando siamo stanchi e magari fuori diluvia, in una chiesa se cerchiamo risposte e conforto, in un abbraccio quando ne abbiamo bisogno, in un bicchiere di vino quando siamo un po’ giù, o peggio soli e disperati.

Ci “rifugiamo” con naturalezza, senza rifletterci. Rifugi scontati e dovuti sono i nostri. A quanto invece sia difficile per 65.3 milioni di persone – ora magari saranno di più – non pensiamo granché. Non ci riguarda. Ci infastidisce. Se provassimo un po’ più di fastidio per i motivi che hanno generato il dramma di milioni di persone, forse ci sarebbe maggiore empatia. E umanità.

His Holiness Pope Francis Why the only future worth building includes everyone TED Talk TED.com

Dal Ghana in Italia: 5.636 nel 2016, ma migrare è ancora un diritto negato

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Foto di ©Antonella Sinopoli

Il diritto alla partenza è sacrosanto. Io la penso così. Se io posso, anche gli altri devono – dovrebbero – avere la possibilità di farlo. Anche se non fuggono da guerre e torture.

Nel 2016 – leggo su Quartz – i ghanesi arrivati in Italia, non con un aereo di linea… , sono stati 5.636, il 27% in più dello scorso anno. 823 è il numero di quelli arrivati dall’inizio di quest’anno, fino ad aprile.

Ma perché questa gente lascia un Paese pacifico e, a modo suo, accogliente? Semplice: per cercare un futuro migliore, per crescere, per migliorare, per poter un giorno dire “ce l’ho fatta!“.

Migrare è un diritto che si cerca di scongiurare a tutti i costi. Quando si tratta degli altri però, non di noi.

Tutti i giovani pensano all’emigrazione come principale scopo della vita. Si tratta di un pensiero profondamente radicato nelle loro menti” dice Delali Margaret Badasu, direttore al Centro per gli studi sulle migrazioni dell’Università del Ghana.

Una cosa interessante, a cui si fa sempre poco cenno, è che a restare sono i più poveri, i più disperati, quelli per i quali mettersi in viaggio non può che restare un sogno, seppure hanno il coraggio di sognare…

A partire o a pensare di farlo sono coloro che sono riusciti a mettere qualche soldo da parte, che spesso hanno l’appoggio della famiglia – che poi si aspetta di essere aiutata da chi è arrivato in Europa –  che magari hanno qualche attività, come Sampson, nel cui pezzo si racconta la storia.

Lui proviene da una famiglia di allevatori di polli in una regione del Paese che non è certo la più povera, Brong-Ahafo. Ma le prospettive di crescita e miglioramento sono così scarse che partire – per sé e per la famiglia appunto – è un richiamo troppo forte. Soprattutto quando gli affari non vanno per niente bene.

Che fare? Fermare queste persone? Privarli di sogni, speranze e possibilità di successo? Sì, questo è quello che in molti vogliono fare.

Lo scorso anno, proprio nella regione di Brong-Ahafo, a Sunyani, è stato aperto un Centro informazione per le Migrazioni sovvenzionato dall’Unione Europea. Un po’ di quel denaro dato dall’UE a questi Paesi per bloccare i flussi migratori. Nel sito si legge che l’obiettivo è fornire tutte le informazioni necessarie per una migrazione regolare. Come se questa gente non sapesse cosa occorre.

Bene, una migrazione regolare vuol dire riuscire ad ottenere un passaporto e poi un visto, ad acquistare un biglietto aereo e trovare qualcuno che ti faccia lavorare. A queste prospettive – tutte difficilissime – si preferisce il deserto, poi la Libia, poi il Mediterraneo…

Rischiare e tentare la sorte è a volte l’unica prospettiva, perché, come dice Sampson: “Se vai ad Accra non c’è lavoro, se vai a Kumasi non c’è lavoro. Così l’unica opzione per una vita migliore è cominciare il viaggio verso l’Europa“.

 

 

Mali, la musica che combatte il terrorismo

Visto che è domenica, oggi facciamo musica!

Qualcosa che dà carica ed energia, come questo nuovo pezzo dei Songhoy Blues, Bamako.

TIDAL · High Fidelity Music Streaming

I Songhoy Blues sono un gruppo maliano del genere musicale desert blues. La band si formò proprio a Bamakò, che poi furono costretti a lasciare con l’intensificarsi della guerra civile e l’applicazione della Sharia. I ragazzi sono dell’etnia Songhoy e da qui il nome dato al gruppo.

Questo, da cui è estratta Bamako, è il loro secondo album, Résistance. Una carriera veloce con già tanti riconoscimenti. E basta guardare al loro fitto calendario di concerti del tour che partirà il 21 giugno al Glastonbury Festival – Pilton, UK. Peccato che non ci sia nessuna data in terra d’Africa.

I 4 ragazzi di Songhoy Blues sono anche tra i principali protagonisti del documentario They will have to kill us firstche racconta e celebra il coraggio di musicisti che si sono opposti [alla sharia] continuando a imbracciare i loro strumenti“.

Per chi vuole saperne di più, questa è una bella intervista su BBC Africa in cui raccontano la violenza in atto nel Paese. Loro sono bellissimi e meritano di suonare in un Mali unito e senza guerra e non nei campi di rifugiati. Anche qui si sono esibiti tra la loro gente scappata da un conflitto ormai in corso dal 2012.

Aburi garden, piante e alberi per sognare e respirare

Una volta c’erano immense foreste – e chi frequenta il continente sub-sahariano sa quanto sia immenso il problema della deforestazione. Oggi ci sono i giardini. Spazi delimitati dove concedersi il lusso dei profumi, dei colori, del verde, della natura.

Bisognava conoscere Accra qualche decennio fa per fare il paragone con quella di oggi. A me la raccontano quella di ieri, molti con nostalgia e rimpianto. Era verde, bella, spaziosa, ariosa, e quando il caldo era troppo gli alberi maestosi e centenari offrivano ristoro. E riparo. A chi voleva riposare, a chi non aveva una casa, anche a chi veniva sorpreso da un temporale (questo non era molto sicuro, dopotutto)

Ora è cemento, cemento, cemento. E caos, e al caldo e alla stanchezza non c’è sollievo.

Così sono tante altre capitali africane, molte cresciute velocemente ma anche, spesso, senza criteri e senza rispetto per l’ambiente.

E allora ci sono i parchi e i giardini. Il più noto in Ghana è Aburi – Aburi Botanical Gardens – a circa tre quarti d’ora dalla capitale.  La storia di questo parco risale all’epoca coloniale, quando i britannici si dettero da fare per la realizzazione di questo sito che prese vita in questo luogo probabilmente perché vi sorgeva un sanatorio, fatto sempre costruire dal governo coloniale.

Vi sono custodite specie anche rare, come l’albero di cotone di seta (?), silk cotton tree, che pare sia l’unico sopravvissuto della foresta originale ed è uno degli alberi più alti dell’Africa occidentale, con una circonferenza che varia da 5 a 7 metri  un’altezza di 48 metri.

Attraversare questo giardino vuol dire in qualche modo lasciare fuori il presente, per immergersi nella vita e nel respiro della natura che, nonostante tutto, resiste.

A questo link altre informazioni e l’elenco di alcune delle piante che vi sono custodite.

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Credit: TouringGhana

Un G7 in zone di guerra per capire cosa vuol dire

Oggi mi faccio una domanda. Ovviamente provocatoria. Ma perché il G7 2017 non è stato organizzato in Siria, oppure Yemen, o anche in Sudan o nella Repubblica Democratica del Congo? O magari in Indonesia.

Magari – vedendo e sentendo dal vivo gli effetti della guerra, delle malattie, delle angosce, delle sofferenze, della morte – l’approccio sarebbe stato diverso. Non so. O comunque molti di loro, i leader i cui Paesi vendono armi a destra a manca – compresa l’Italia – avrebbero visto che questo commercio non porta solamente all’aumento del PIL.

Fa un certo effetto sapere che ci sono oltre 40 conflitti in atto in tutto il mondo. (Alcune analisi ne contano molti di più). Conflitti spesso dimenticati. Ma da chi? Forse da parte della stampa, forse da parte dei leader mondiali, forse da parte di tutti noi. A non dimenticarlo, di sicuro, sono quelli sotto le bombe, sotto la minaccia delle armi, sotto la minaccia della paura e dell’insicurezza costanti.

A questo link sono riportati in sintesi i luoghi dove sono i corso conflitti, il motivo, da quanto tempo e con quante vittime.

IRIN UPDATED Mapped a world at war

Ma non deve stupirci che le guerre siano “interessanti” o meglio, rilevanti, a seconda degli interessi in gioco.

Nella foto sotto – tratta da Global Conflict Tracker – i confitti, per esempio, vengono selezionati e valutati in base al loro rapporto con gli USA e i suoi interessi economici e geopolitici.

Global Conflict Tracker

E poi ci sono, appunto, quelli dimenticati, che vanno avanti da decenni, che ogni tanto si assopiscono e poi riprendono, che non meritano mai le prime pagine. Gente dimenticata, mai esistita, inutile.