Napoli, ovvero il grande sogno e le televendite

Il periodo napoletano giunge oggi al termine. Altri giri, altre corse per questo viaggio in Italia.

Napoli is a big dream” ha commentato ieri il “mio” viaggiatore. Non sono stata io a sollecitarlo. È un’espressione che gli è venuta fuori così. Allo stesso modo di come, un giorno tornando da Cuma, dice una frase che praticamente ricalca strofe di una vecchia canzone napoletana, Dduje Paravise. Si po’ scennite llà, nun ‘o ccredite?
Vuje ‘mParaviso nun turnate cchiù! Nuje simmo ‘e ‘nu paese bello e caro
Ca tutto tene e nun se fa lassà. Pusilleco! Surriento! Marechiare! ‘O Paraviso nuosto è chillu llà! (Qui per la traduzione). Tirerò pure l’acqua al mio mulino, ma sembra che certe reazioni, certi sentimenti nei confronti di questa città trascendano culture, epoche, spazi.

Ma Napoli ha rappresentato anche due altre esperienze: la cucina della zia Giovanna (ma in questo caso più che parlarne bisognerebbe provarla per credere), e le trasmissioni tv.

A parte le partite di calcio, quando c’erano, tante volte l’ho beccato a guardare… televendite. In italiano, ovviamente, o spesso con forte accento napoletano. E lÌ ho scoperto che quando non è la lingua a veicolare il messaggio – semplicemente perché la lingua non si comprende – l’immagine fa la parte da gigante e lo fa in relazione a ciò che ci interessa di più, a ciò che ci attrae. E così invece del coltello pubblicizzato ci si sofferma – come appunto ha fatto Yaw – sul bel pezzo di beef; invece che sul tapis roulant sulla tutina indossata dalla dimostratrice; invece che sulle tisane e pillole per dimagrire sulla grassezza estrema di avrebbe bisogno di assumerle. Insomma un bello spostamento di senso, alla faccia degli imbonitori della tv.

Chissà cosa rimarrà col tempo di tutte queste diverse, e nuove, esperienze; di film in costume che mostrano altri mondi e realtà, mai prima conosciuti; di ambienti e ambientazioni tanto diverse. Chissà se e quanto cambierà o influenzerà il suo modo di pensare.

Napoli è rock, “facimme ammuina”

If you want to rock go to Naples“. Ecco racchiusa in una frase le sensazioni che il “mio” viaggiatore sta vivendo in questi giorni. Sensazioni sparate a bomba non appena arrivati alla stazione di Napoli centrale, o meglio all’uscita della stazione.

Quella frase gli è venuta fuori dopo una mattinata a girare tra la Pignasecca, San Domenico Maggiore, San Gregorio Armeno, i Tribunali e tutto quel contorno fatto di suonatori, venditori, canzoni e strumenti tradizionali, bancarelle e artigiani, cibo venduto e mangiato ovunque. E poi folla, gente in ogni angolo, turisti e partenopei doc che sanno abbracciare chiunque arrivi come se lo conoscessero da sempre. E che si abbraccia a sua volta, si chiama, si saluta, si sorride. Si scambia i toni della giornata, gli umori, le gioie o le incazzature. E i rumori.

Allora gli ho detto: questo è facimme ammuina. E lui lo ha imparato. Perché anche questa è Napoli: confusione, allegria un po’ scomposta e tutto in un momento.

Il “mio” viaggiatore strabuzza gli occhi di meraviglia e gioia ad ogni passo, ad ogni passo da felino gentile in questo mondo nuovo. “Tutti mi avevano detto che avrei trovato Napoli meravigliosa, avevano ragione. Avevano ragione”.  Vedi Napoli e poi muori… Non volete crederci? Provate a farlo questo viaggio, provate a viverla questa cittá, provate a sentirla.

Oggi siamo stati alla Solfatara di Pozzuoli, ci siamo riempiti di odore di vita, un odore che arriva dalle viscere di una terra che respira, si agita, non sta mai zitta né ferma. Ecco, questa è Napoli, eterno movimento, fuoco, vita. E il mare che cerca di darle pace, di placarle l’anima.

Io la spiego cosí questa città, la mia città. Il “mio” viaggiatore forse non può spiegarla, ma sentirla, certo che sì.

Roma meravigliosa e il razzismo culturale

Meravigliosa, stupefacente, così grande, magica… Sono alcune delle espressioni che il “mio” viaggiatore ghanese non smette di ripetere. E come si potrebbe. Anche io, che Roma la conosco (più o meno e mai abbastanza) rimango sempre colpita della sua bellezza e magnificenza.

Mi domando come sia guardare le piazze, gli spazi grandi, l’arte ovunque e San Pietro, la mitica Fontana di Trevi, il Vittoriano, il Colosseo, (non continuo con le citazioni) per la prima volta. La prima volta non di un cittadino europeo comunque “abituato”, in un certo qual modo, alla bellezza. La prima volta di chi ha visto finora solo spiagge, bush, o città affollate di gente e di caos, puzzolenti e disorganiche.

Sono l’unico nero“, dice mentre giriamo in lungo e in largo Castel Sant’Angelo. E si capisce da questo quanto sia difficile per un africano viaggiare, fare il turista, conoscere il mondo così come noi facciamo. Tre o quattro donne africane (solo donne) le incontriamo e lui quasi le studia e appena ha occasione chiede da dove arrivano.

Ma sui Fori Imperiali, proprio mentre dice: “Qui non è come in Ghana, dove la gente ti sta sempre addosso, chiedendoti di comprare qualcosa, collanine, cibo, qualunque cosa“. Ovviamente intende che stanno addosso a me. Manco finisce di dirlo che si avvicina il primo africano, Kenya; il secondo, Senegal; il terzo, Senegal pure lui.

Con la scusa del Black and White – lui e me – vogliono che acquistiamo qualcosa: braccialetti, collanine etc. etc. Un po’ con furbizia, un po’ con arroganza. Quelli del Senegal si arrendono meno facilmente, c’è chi sa come diventare fastidioso. E allora gli vuole poco al “mio” viaggiatore a farsi un’altra idea.

Si vede che loro sono venuti con i barconi e non con un aereo“. Sintesi perfetta della differenza tra il viaggiatore culturale – che è raro sia un africano, a meno che non vive in Italia da lungo tempo – e del cosiddetto migrante economico.

Benvenuto nell’Italia dell’io speriamo che me la cavo. E del razzismo culturale.

Un passo alla volta, il quaderno di appunti e l’albero dell’incontro

Perugia ha segnato un passaggio nuovo di questa prima esperienza in Italia, in Europa. Ad agevolare l’apertura al mondo circostante sono stati due elementi. Uno: che io fossi impegnata al Festival Internazionale del Giornalismo, dunque con meno tempo da dedicare al “mio” viaggiatore; due: che il centro storico dove ci siamo mossi praticamente tutto il giorno è davvero concentrato in poche strade e viuzze.

E così l’avventura ha cominciato a trasformarsi in conoscenza. Anche, un po’, della lingua. In questo caso, cominciata prima di partire, quando su un quaderno ha preso ad annotare piccole frasi e parole. Questo quaderno si sta riempiendo piano piano di nuove espressioni. E, quindi, scoperte.

E poi, muoversi da solo.

Capisco bene quanto possa essere spaesante trovarsi in una città e non sapere da che parte andare, a chi chiedere e come. Ma qui a Perugia è stato tutto più facile. A cominciare dal memorizzare il tragitto dal nostro albergo a Piazza Italia – compreso l’uso delle scale mobili sotterranee.

Quello che a noi sembra scontato è dato dall’uso quotidiano, dalla crescita in un contesto specifico. Ma per coloro i quali il contesto è stato diverso, è come essere bambini che imparano ogni volta qualcosa di nuovo. E ancora: come comprarsi la pizzetta da solo in uno dei posti più noti di Perugia per il take away della pizza al taglio. Memorizzare le location dei panel dove ritrovarci, trovare la piazzetta più assolata per riposare.

L’incontro e la conoscenza di amici hanno fatto la loro parte. Poter parlare con loro in inglese, sorridere, scherzare, fare gruppo. Una gioia, quando di questi amici hai sempre e solo sentito parlare e ora puoi stringergli la mano e abbracciarli. E conoscere giornalisti, soprattutto quelli africani, parlare con loro, ascoltarli, scoprire quanti di grandi ce ne siano.

Eppure lui, rimane lui, rimane con la sua Africa dentro. E quindi come faccio a meravigliarmi se a un certo punto mi manda un messaggio su whatsapp per avvertirmi e darmi appuntamento: “Sono qui, sotto l’albero. Vieni quando puoi…” L’albero è uno tra quella decina o quindicina, non so, che sono nei giardini di fronte al Brufani.

Il mondo rimane allora una foresta e anche quando questa foresta è fatta di strade, cemento e palazzi storici conserva la sua origine primordiale e, da qualche parte, un albero sotto cui ritrovarsi. Proprio come in Africa.

Sorrisi, saluti e sguardi nel verde

Se non conosci la lingua del Paese in cui ti trovi che fai? Fai la faccia stralunata. Oppure, sorridi. E questo è lui: un sorriso pronto ad ogni evenienza. I sorrisi, in realtà, non sono tutti uguali (e soprattutto non sono tutti sinceri). Lo impariamo nel corso della vita.

Sull’Africa uno dei tanti cliché è: non hanno niente ma sono sempre felici. Di solito a diffondere questa falsità sono quelli che hanno assorbito una certa immagine del continente sub-sahariano e dei suoi abitanti e non riescono a staccarsene nemmeno davanti alle evidenze più palesi.

Ma torniamo a noi, lui sorride. Sorride di gioia vera, sorride per superare imbarazzi, sorride per trascendere le differenze e la carenza della lingua. Sorride per comunicare.

E poi grandi ciao a chiunque, conosciuto o sconosciuto; dall’amico al commesso di un negozio, al dottore dell’ospedale dove mi ha accompagnato per una visita. Riesce a dire ciao persino ad uno sconosciuto incrociato per strada o nell’autobus. Oggi ho provato a spiegargli la differenza tra ciao e arrivederci e che qualcuno alla forma può tenerci…

Il sorriso qualche volta, però, si è perduto. E ha lasciato spazio alla meraviglia. Nei giorni trascorsi in un paesino dell’Appenino tra l’Emilia e la Toscana – prima tappa di questo viaggio – i suoi occhi non hanno smesso di essere trascinati dal bello. Il bello delle montagne, dei fiori, dei ruscelli, dei boschi. Lo so bene che sono posti speciali e bellissimi, ma – mi sono domandata – come sarà vederli per la prima volta? Che bel sentimento che è la gioia, che bel sentimento che è lo stupore!

E poi… la città. Con le strisce pedonali e i semafori – altro che il Ghana dove ad attraversare si rischia la vita, e non è un’iperbole. Con gli autobus che hanno orari precisi e persino un display che ti informa del loro arrivo. Con i suoi ospedali lindi e organizzati – almeno quello dove è stato “costretto” a seguirmi. Con le due torri di cui si è fatto raccontare la storia due o tre volte. Con i giovani universitari seduti in terra a rivedere gli esami. Con le stradine del mercato con la merce esposta come se fosse un’opera d’arte. Con le sue osterie, dove ordini del buon vino, mangi e trovi sempre un vicino con cui chiacchierare.

Domani si parte per andare altrove. C’è tanto pieno di bellezza e di emozioni da fare. E di sorprese. Di tante e tante prime volte.