Napoli, ovvero il grande sogno e le televendite

Il periodo napoletano giunge oggi al termine. Altri giri, altre corse per questo viaggio in Italia.

Napoli is a big dream” ha commentato ieri il “mio” viaggiatore. Non sono stata io a sollecitarlo. È un’espressione che gli è venuta fuori così. Allo stesso modo di come, un giorno tornando da Cuma, dice una frase che praticamente ricalca strofe di una vecchia canzone napoletana, Dduje Paravise. Si po’ scennite llà, nun ‘o ccredite?
Vuje ‘mParaviso nun turnate cchiù! Nuje simmo ‘e ‘nu paese bello e caro
Ca tutto tene e nun se fa lassà. Pusilleco! Surriento! Marechiare! ‘O Paraviso nuosto è chillu llà! (Qui per la traduzione). Tirerò pure l’acqua al mio mulino, ma sembra che certe reazioni, certi sentimenti nei confronti di questa città trascendano culture, epoche, spazi.

Ma Napoli ha rappresentato anche due altre esperienze: la cucina della zia Giovanna (ma in questo caso più che parlarne bisognerebbe provarla per credere), e le trasmissioni tv.

A parte le partite di calcio, quando c’erano, tante volte l’ho beccato a guardare… televendite. In italiano, ovviamente, o spesso con forte accento napoletano. E lÌ ho scoperto che quando non è la lingua a veicolare il messaggio – semplicemente perché la lingua non si comprende – l’immagine fa la parte da gigante e lo fa in relazione a ciò che ci interessa di più, a ciò che ci attrae. E così invece del coltello pubblicizzato ci si sofferma – come appunto ha fatto Yaw – sul bel pezzo di beef; invece che sul tapis roulant sulla tutina indossata dalla dimostratrice; invece che sulle tisane e pillole per dimagrire sulla grassezza estrema di avrebbe bisogno di assumerle. Insomma un bello spostamento di senso, alla faccia degli imbonitori della tv.

Chissà cosa rimarrà col tempo di tutte queste diverse, e nuove, esperienze; di film in costume che mostrano altri mondi e realtà, mai prima conosciuti; di ambienti e ambientazioni tanto diverse. Chissà se e quanto cambierà o influenzerà il suo modo di pensare.

Sorrisi, saluti e sguardi nel verde

Se non conosci la lingua del Paese in cui ti trovi che fai? Fai la faccia stralunata. Oppure, sorridi. E questo è lui: un sorriso pronto ad ogni evenienza. I sorrisi, in realtà, non sono tutti uguali (e soprattutto non sono tutti sinceri). Lo impariamo nel corso della vita.

Sull’Africa uno dei tanti cliché è: non hanno niente ma sono sempre felici. Di solito a diffondere questa falsità sono quelli che hanno assorbito una certa immagine del continente sub-sahariano e dei suoi abitanti e non riescono a staccarsene nemmeno davanti alle evidenze più palesi.

Ma torniamo a noi, lui sorride. Sorride di gioia vera, sorride per superare imbarazzi, sorride per trascendere le differenze e la carenza della lingua. Sorride per comunicare.

E poi grandi ciao a chiunque, conosciuto o sconosciuto; dall’amico al commesso di un negozio, al dottore dell’ospedale dove mi ha accompagnato per una visita. Riesce a dire ciao persino ad uno sconosciuto incrociato per strada o nell’autobus. Oggi ho provato a spiegargli la differenza tra ciao e arrivederci e che qualcuno alla forma può tenerci…

Il sorriso qualche volta, però, si è perduto. E ha lasciato spazio alla meraviglia. Nei giorni trascorsi in un paesino dell’Appenino tra l’Emilia e la Toscana – prima tappa di questo viaggio – i suoi occhi non hanno smesso di essere trascinati dal bello. Il bello delle montagne, dei fiori, dei ruscelli, dei boschi. Lo so bene che sono posti speciali e bellissimi, ma – mi sono domandata – come sarà vederli per la prima volta? Che bel sentimento che è la gioia, che bel sentimento che è lo stupore!

E poi… la città. Con le strisce pedonali e i semafori – altro che il Ghana dove ad attraversare si rischia la vita, e non è un’iperbole. Con gli autobus che hanno orari precisi e persino un display che ti informa del loro arrivo. Con i suoi ospedali lindi e organizzati – almeno quello dove è stato “costretto” a seguirmi. Con le due torri di cui si è fatto raccontare la storia due o tre volte. Con i giovani universitari seduti in terra a rivedere gli esami. Con le stradine del mercato con la merce esposta come se fosse un’opera d’arte. Con le sue osterie, dove ordini del buon vino, mangi e trovi sempre un vicino con cui chiacchierare.

Domani si parte per andare altrove. C’è tanto pieno di bellezza e di emozioni da fare. E di sorprese. Di tante e tante prime volte.

 

Aeroporti, corruzione e accoglienza

Siamo arrivati. Siamo in Italia. Non è stato facile. O almeno, tutto era in regola per Yaw (o Roland, che è il nome occidentale che precede quello ghanese). Ma ovviamente bisogna fare i conti, sempre con l’invidia, la tracotanza, la corruzione dei ghanesi. E il settore dell’Immigration è il peggiore tra tutti, almeno nella mia esperienza. Quando mi hanno dato la residenza permanente sono stata felice soprattutto per questo motivo: non avrei avuto più a che fare con loro. Macché.

È cominciata già al momento di mettere piede in aeroporto ad Accra, dove il primo controllo chiede a Yaw il biglietto – a me no, naturalmente. Poi il passaporto, e ok. Poi la “perquisizione” che per lui è doppia e poi tripla con la richiesta – ovvio – di togliere il berretto. E certo, tra i dreadlocks chissà quanta marijuana stava nascondendo. Poi, ancora, “no, non puoi entrare devi aspettare fuori, il tuo volo è tra molte ore” E lì intervengo “no, noi entriamo e aspettiamo dove ci pare“.

Il peggio doveva ancora venire: il passaggio finale, quello quando poi arrivi al gate e ti imbarchi. “Dove stai andando? Perché? Stai mentendo. Vieni con me“. Io divento una belva, Yaw conosce i suoi e spera che io mi calmi. Il tipo passa il passaporto a un altro che comincia a girarlo e rigiralo tra le mani e poi a guardare il visto in controluce. “Certo, è falso” dico io. (Zitta proprio non ci so stare). Il tipo mi guarda malissimo ed entra in una stanza. Mi lamento con il primo che mi dice “Siedi, qui abbiamo il diritto di fare quello che vogliamo“. Lo so, penso, anch’io vorrei fare quello che voglio, che ora esattamente è darti un pugno sui denti.

L’altro esce: “questo visto non va, non puoi partire“. Ho sentito un gelo e ho immaginato il dolore di Yaw. E poi si lancia in una spiegazione patetica e idiota quanto lui. La foto non era giusta, la luce, il bianco, non era corretto. Io mentre parlava ho girato la faccia dall’altra parte, guardare l’idiozia, l’avidità e l’invidia, tutte nello stesso momento, in faccia a uno richiede sforzo. Ed erano le 3,30 del mattino più o meno E noi stanchi, delusi e consapevoli di quello che ci attendeva. Pagare o restare.  Yaw aveva pochi soldi da parte, gli pesava chiedere a me e senza che me ne accorgessi, ha pagato.  Me lo ha detto dopo. Mi sono arrabbiata, ma sapevo che comunque non c’era scelta.

Poi l’ultimo controllo. Un altro ci riprova dicendo: il tuo non è un cognome ghanese… C’è da ridere se non fosse che è tutto vero. Gli chiede di aprire il bagaglio a mano. “Vuoi aprire il mio bagaglio?” gli chiedo? “Se è tuo perché lo porta lui?” “Perché è più forte” rispondo. Si accontenta della battuta e ci lascia andare.

Ecco, questo è l’immigration del Ghana. Hai avuto la fortuna di conoscere la donna bianca che ti porta in Italia? La devi pagare questa fortuna. La devi pagare a noi che abbiamo il posto fisso, ma i soldi non ci bastano mai, a noi che l’invidia ci rode. A noi che ti abbiamo puntato e ti faremo sudare freddo. Chissà quanti soldi avranno fatto quel giorno così. Anche questo è il Ghana. Lui è rimasto calmo, sottomesso e sorridente. Sì, era il solo modo per uscirne. Per uscire dal Paese. Ma a me rode, la rabbia e la frustrazione sono sempre troppo forti.

Sappiatelo perché la gente cerca di fuggire da questi posti, sappiatelo perché anche se avrebbero la possibilità di pagarsi un biglietto aereo devono affidarsi ai criminali del trasporto sui camion del deserto e sui gommoni del Mediterraneo. Sappiatelo che i diritti non sono uguali per tutti. Sappiatelo che il diritto NON esiste in  queste parti del mondo.

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Il mio passaporto ce l’hai tu, vero? I biglietti. Dove sono i biglietti? Ah, sì, eccoli“. Paura, paura che accada ancora qualcosa. Che qualcuno ti fermi e dica: no, tu rimani qui. E invece voliamo… Troppa stanchezza, troppo stress per gioirne, per lasciarsi andare. A Casablanca è già un’altra atmosfera. Il suo passaporto viene ricontrollato due volte, ma poi è tutto ok.  In volo, occhi ancora sbarrati – nonostante la lunga notte di veglia – ma ci si incomincia a rilassare. E a sorridere. Come quando versa lo yogurt nel caffé credendo che sia latte. E poi la percezione sbagliata dell’immensità dell’Africa quando si stupisce che Accra-Casablanca sia più del doppio che Casablanca-Bologna.

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Aeroporto Bologna, controllo passaporti – “Ciao“.  L:’ufficiale al controllo passaporti accoglie Yaw così. E con un sorriso. Ecco il benvenuto in Italia.  E il suo è stato: grazie. Rivolto a me appena scesi dall’aereo e toccato il suolo italiano. La tensione cala. Anche qui il controllo passaporti prende un po’, ma lui, gentile ci spiega il perché, che è poi il motivo dell’ulteriore controllo a Casablanca. Le impronte digitali non sono registrate, le prende ed è tutto a posto.

Siamo qui. A dispetto di quelle brutte persone che non sanno che provare odio, rancore, invidia. “I neri tra loro non si amano” mi dice spesso Yaw. Lo vedo. Lo sperimento. Ma ora siamo qui. Un sogno, per lui che da quando mi conosce non mi ha mai chiesto di venire in Italia. Eppure, il giorno è arrivato. Goditi questo mondo, Yaw. Tutti si meritano un mondo migliore.

Ghana, 110 tra ministri e sottosegretari per 28 mln di abitanti

Al solito, se l’avete perso su Voci Globali, ve lo ripropongo qui. Buona lettura (e buone riflessioni).

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Il Ghana sta forse vivendo il periodo più difficile della sua storia democratica. E questo proprio nell’anno del 60esimo anniversario dell’indipendenza. Non si tratta di attentati alle Istituzioni o rischio per la sicurezza e le libertà civili. Si tratta semplicemente di quello che molti nel Paese considerano un feroce abuso di potere che è facile abbia ripercussioni nelle decisioni per il Paese e nella qualità di queste decisioni e nell’economia dello Stato.

Logo per il sessantesimo anniversario delli’Indipendenza

Passiamo ai fatti. Fatti che hanno un numero, 110. Tanti sono i ministri e sottosegretari che Nana Akufo Addo, uscito vittorioso dalle presidenziali del dicembre 2016, ha nominato. In un Paese che conta circa 28 milioni di abitanti.

Un numero al di sopra di ogni media e di ogni necessità, come si commenta nel Paese. Si tratta di un “family and friends’ government” – il Governo di amici e parenti – come è stato ribattezzato sia da parte della stampa che dalla gente della strada. Quella che non ha votato NPP, il partito del presidente. Anche se – a dire il vero – non pochi ex sostenitori stanno criticando il “loro” presidente in quello che, vista dal di dentro, viene considerato il prezzo che Akufo Addo deve pagare a coloro che lo hanno accompagnato nella campagna elettorale, ma soprattutto che hanno investito su di lui per tre tornate elettorali.

Nana Akufo Addo si era già infatti presentato due volte, ogni volta battuto dall’avversario dell’NDC – l’altro partito forte del Paese. Alla terza ce l’ha fatta, ma questa vittoria non poteva non portare conseguenze in termini di “ringraziamenti”.

Una cosa che però, in questa misura, non si era mai vista prima, probabilmente in tutto il continente africano.

Il primo Governo di Kwame Nkwrumah – il padre dell’indipendenza ghanese – aveva contato 41 ministri. L’amministrazione precedente ad Akufo Addo, guidata da John Mahama dell’NDP – che si è tra l’altro distinta per i numerosi rimpasti di Governo – nell’ultima fase aveva 78 ministri compresi quelli rappresentanti le singole regioni. Il massimo era stato raggiunto da un altro presidente NPP, John Kufuor, al governo dal 2000 al 2004 con 96 ministri.

Insomma si tratta del Governo più numeroso della Quarta Repubblica Ghanese, dalla nuova Costituzione emanata nel 1992.

Ed è logico fare comparazioni con altri Stati africani, bel più popolosi: la Nigeria, per esempio, 173.6 milioni di abitanti ha 36 ministri, più naturalmente un vicepresidente; l’Etiopia – secondo Paese più popolato dell’Africa Sub-Sahariana dopo la Nigeria – conta 19 ministeri oltre 22 Agenzie e Authorities.

Nana Akufo Addo
Il presidente eletto nel dicembre scorso, Nana Akufo Addo

A questa particolare faccenda si aggiungono altri scandali e imbarazzi per il nuovo Governo ghanese. A cominciare dal giorno dell’insediamento quando il presidente ha pronunciato frasi prese qua e là da discorsi di due presidenti statunitensi, Bush e Clinton. Da qui l’accusa di plagio.

Si è continuato con il grande dispendio di mezzi ed energie per il 60esimo (ma questo era ovvio e atteso). Poi è venuta fuori la proposta di usare l’Heritage Found – che rappresenta il 9% degli introiti della vendita del petrolio – per implementare la politica dell’educazione gratuita per i ragazzi che frequentano la Senior School (la scuola superiore per accedere al diploma). Politica bollata dalla minoranza come “inconcepibile e fatale” per il futuro del Paese.

E ancora, la nomina al ministero del Turismo, Cultura e Arti creative di Catherine Afeku, che si è scoperto non aver fatto l’anno di sevizio civile obbligatorio previsto al termine del ciclo di studi, servizio senza il quale – a detta di legge – non è possibili accedere a certe cariche pubbliche.

Per non parlare delle presunte mazzette promesse dal ministro dell’Energia, Boakye Agyarko ad alcuni membri della Commissione parlamentare per facilitare l’approvazione della sua nomina a ministro.

Il neo ministro dell’Informazione, Mustapha Hamid, ha tenuto a specificare:

Siete al corrente che la Costituzione ghanese del 1992 all’articolo 78, comma 2 riconosce al presidente la facoltà di nominare tale numero di ministri (110) secondo quanto ritiene necessario per governare in modo efficiente?

Peccato però che nella Costituzione non sia indicato un numero così alto di ministri e sottosegretari, e peccato, soprattutto, che non ci sia riferimento alla questione morale di gravare con così tanti uffici e funzioni sulla spesa pubblica.

Naturalmente si difende lo stesso Akufo Addo, secondo cui si tratta di un “investimento necessario per il Paese”. Alcuni ministeri sono stati smembrati e quindi hanno dato vita a un diverso ministero – per esempio Water Resources Works and Housing ne hanno formati due: Works and Housing e Sanitation and Water Resources. Alcuni sono nuovi ministeri come quello della Programmazione. Ma ciò che ha creato più sconcerto è il numero elevatissimo di sottosegretari. Alcuni ne hanno addirittura tre, come il ministero dell’Informazione, quello del Governo locale e Sviluppo Rurale, quello dell’Energia, del Cibo e Agricoltura, delle Finanze.

Chi pagherà questo esercito di ministri e sottosegretari? Ovvio che la domanda è superflua. Secondo l’Indipendent le cifre minime per le alte figure di Governo si aggirano intorno ai 4000 dollari a cui vanno aggiunti una serie di benefit: almeno due auto, rifornimento gratuito, la casa, libero accesso a servizi come le cure mediche e la protezione personale. Ma non si capisce se sia incluso l’aumento del 10% e altri emolumenti, in arrivo dopo i riordini di spesa e gli adeguamenti annuali.

Sappiamo, conoscendo il Paese, che tutto questo diventerà normalità, dopo giorni di prime pagine dei giornali, di critiche e dibattiti. Resterà il disagio di far fronte a un Governo elefantiaco, a spese fuori budget, a un tipo di amministrazione che deve rispondere di troppi sospetti di nepotismo.

Se il futuro dell’Africa si decide sempre altrove (Parte II)

All’inizio ho pensato a uno scherzo, a una fake news. Ma invece no, è proprio vero. L’ennesimo incontro ai vertici che ha avuto come protagonista l’Africa si è svolto senza l’Africa, senza gli africani.
Questa volta non si tratta solo di un evento tenuto in suolo “straniero” all’Africa (vedi post precedente)  ma di un rifiuto  bello e buono.

summit2L’African Global Economic and Development (AGED) Summit in programma all’Università di Southern California in Los Angeles, in programma lo scorso fine settimana, si è svolto senza i delegati africani, a cui il Governo statunitense ha negato il visto. Chi parla di 60 chi di 100 persone che si sono viste rifiutare l’ingresso. I delegati sarebbero dovuti arrivare da 12 differenti Paesi tra cui Nigeria, Camerun, Angola, Etiopia, Sierra Leone, Guinea, Ghana, Sud Africa.

Il motivo? Non è dato saperlo. Alle domande il Dipartimento di Stato ha risposto nisba. Anzi, di non poter esprimersi su ogni singolo caso.

A proposito, il tema di quest’anno era: Clean Energy, Climate Change and Poverty Reduction. Non male, per il Paese ospitante il cui Governo non riconosce il cambiamento climatico e i danni in corso che pare non vogliano partecipare a mitigare.

 

Cosa serve per un buon governo, una piccola lezione dall’Africa

Un governo deve essere fondato su cinque elementi: il primo è che il potere non deve essere dato a chi lo cerca; il secondo è la necessità di consultarsi; il terzo è astenersi dalla violenza; il quarto è la giustizia; il quinto è la benevolenza.

A parlare, secoli fa, era Usman dan Fodio (1752 – 1817), insegnante, leader religioso islamico, africano.

Altro esempio, ogni tanto ne scopro qualcuno di quanto questo continente abbia avuto (e abbia oggi) figure che non dipendevano dalla cultura occidentale e anzi erano assai avanti rispetto a certi principi che riguardano il potere e l’assoggettamento.

Ora, io non entro nella grande questione islamica africana. Non è il motivo di questa citazione. E poi ci vorrebbe un trattato.

Quello che mi interessa sottolineare è che questo continente non aveva e non ha bisogno di insegnamenti e paternalismo. Nel bene e nel male, perché non aver lasciato che la storia – anzi le storie – facessero il loro corso?

Ok, i “se” non fanno la storia. Ma anche ignorare quel che c’era prima, oltre o aldilà dell’Occidente è un grande errore. Una mancanza, un’omissione su cui sono stati costruiti libri di testo e pregiudizi secolari.

Ghana, uno sguardo sul futuro. Intanto, happy birthday!

Il numero di Africa Rivista di marzo ha dedicato la copertina al Ghana con un mio articolo, in occasione del sessantesimo anniversario dell’indipendenza del Paese. Una bellissima impaginazione accompagnata dalle belle foto di Gabriele Cecconi.

Una serie di tagli hanno però tolto ritmo al reportage e purtroppo generato delle inesattezze. Ve lo propongo nella stesura originale, completo del box dedicato al web 2.0.

Manchi solo un paio di mesi e devi abituarti a paesaggi diversi. I paesaggi urbani di Accra. Una sopraelevata in costruzione da anni e che trovi conclusa e super illuminata; nuovi e lussuosi edifici che svettano nel cielo chiarissimo di questo periodo dell’anno; artisti di strada che “decorano” muri altrimenti brutti e desolati. E ancora mall pieni di gente, grandi magazzini e negozi di marche europee che sanno di trovare qui un mercato in espansione. La classe medio alta ghanese non invidia nulla alla categoria degli espatriati, il potere d’acquisto per entrambi è ormai allo stesso livello.

Il biglietto da visita del Ghana è questo: una capitale frenetica e in marcia verso il futuro. Una capitale di circa 4 milioni di abitanti a cui si aggiungono almeno un paio di milioni di commuters fino al week end. Gente che dalle “periferie” si riversa in quella che è un po’ considerata la mecca degli affari. Piccoli e grandi.

L’aria di rinnovamento e di fiducia ha coinvolto i ghanesi che ancora una volta hanno potuto con orgoglio rivendicare una lunga tradizione di pace e democrazia. Le ultime elezioni presidenziali e parlamentari tenutesi nel dicembre 2016, sono state nuovamente portate ad esempio dalla stessa stampa africana. Esempio di alternanza e di consultazione pacifica. Alternanza regolare ormai da decenni tra i due maggiori partiti, l’NDC (National Democratic Congress) e l’NPP (New Patriotic Party).

Una maturità di cui vanno fieri leader e cittadini comuni. Toccherà a Nana Akufo-Addo (NPP) che si è assicurato il 53,8% dei voti battendo il presidente uscente John Dramani Mahama, portare avanti una nazione dalle immense potenzialità ma che negli ultimi anni ha subito una certa battuta d’arresto, nonostante i successi degli investitori e l’espansione delle grandi metropoli. Oltre ad Accra, la capitale, Kumasi – anch’essa importante centro commeriale – Tema e il suo porto considerato tra i più grandi e attivi del continente, e soprattutto Takoradi che ha la fortuna di essere sulla linea delle piattaforme petrolifere off shore.

È stato proprio il petrolio a far schizzare il PIL del Ghana nel 2011 al 15%, la migliore performance quell’anno a livello mondiale. Un vantaggio di cui però le politiche economiche non hanno saputo approfittare. Solo 4 anni dopo, nel 2015, il PIL era sceso a meno del 4%. Anni duri questi ultimi per la popolazione, che ha visto l’inflazione salire a picchi vertiginosi, fino al 18%, mai registrati in passato.

Anni duri per i giovani – basta guardare alle cifre fornite dalla World Bank secondo cui è senza lavoro il 48% della popolazione tra i 15 e i 24 anni. Ogni anno solo il 2% viene assorbito nel settore formale, mentre il 98% trova “alternative” in quello informale. Anche se per fortuna aumenta il numero di occupati in aziende estere o a capitale misto. A trainare l’economia di questo Paese è ancora l’agricoltura – dove è impegnato il 44.7% della popolazione e il settore dei servizi per il 41%.

Hanno fatto dunque gioco le promesse di Akufo-Addo di aprire un’industria per ognuna delle 10 regioni del Paese (l’industria occupa solo il 14.4% della popolazione). E in ogni distretto. Come ci possa riuscire non è dato saperlo ma – i ghanesi lo sanno bene – promettere non costa nulla. E neanche sperare.

Eppure il Paese ha ricevuto notevoli risorse negli ultimi anni, sia dal Fondo Monetario Internazionale che dalla World Bank. E fu il primo ad emettere, nel 2007, titoli di Stato per un valore di 750 milioni di dollari. Un impegno rivelatosi un boomerang visto che le richieste sono state 4 volte superiori al previsto. Quindi – per ripagare i creditori – via a misure di austerità, come l’aumento delle tariffe elettriche del 60%, delle accise sui prodotti petroliferi e la revisione dell’esenzione fiscale per le aziende. Per non parlare dell’aumento di tutti i prodotti primari venduti ogni giorno nei mercati locali.

Chiaro che i cittadini abbiano scelto un cambio di rotta. Indolore come avviene ormai da anni – l’ultimo colpo di Stato militare risale al 1979 con il generale Jerry John Rawlings. “Se fossimo stati come gli altri – mi dice un amico mostrandomi la villa ad Accra dell’ex generale-presidente – lui e la sua famiglia non vivrebbero qui tranquilli, avrebbero subìto ritorsioni, sarebbero stati uccisi”.

Proprio così, se c’è una cosa che – per fortuna – sembra mancare in questo Paese, è l’idea di vendetta. L’unità, quella sì, ha sempre prevalso. Quell’unità sognata e messa in pratica da Kwame Nkrumah.

Panafricanista convinto e attivo, il primo presidente del Ghana rimarrà legato per sempre alla data dell’indipendenza di questo Paese, 6 marzo 1957. Il primo dell’Africa Sub-Sahariana ad affrancarsi dalla colonizzazione, il primo sotto i riflettori del mondo quel giorno di 60 anni fa. C’erano i Capi di Stato di tutto il mondo, compresa – naturalmente – una giovane Regina Elisabetta II.

Si chiamava Gold Coast, allora, questo territorio della corona britannica affacciato sul Golfo di Guinea. Nkrumah volle che – da libero – portasse il nome di un impero antichissimo, il Ghana appunto, che nel Medioevo africano aveva occupato un territorio compreso tra il Mali e la Mauritania.

Panafricanismo per Nkrumah – che aveva studiato e apprezzato i discorsi di Aimé Cesaire, Marcus Garvey e W.E.B. Du Bois – non era utopia e anzi andava applicato prima di tutto a livello locale. Per questo tentò di eliminare a tutti i costi il tribalismo a favore dell’idea di nazione e unità. Alla fine del ‘58 il Governo emanò una legge che vietava la propaganda “razziale” e religiosa. “Qui è difficile che scoppino eventi clamorosi – mi dice un altro amico – i matrimoni intertribali sono all’ordine del giorno e sarebbe impossibile per noi combatterci in famiglia. Noi il tribalismo riusciamo a controllarlo”. E per matrimoni misti – o interrazziali, come il mio amico ha detto – si intende un Ashanti sposato con una Ewe, un’Ewe sposata con un Ga, una Fanti sposata con un Ashanti e via discorrendo.

Quando si parla di rinascimento africano il Ghana è lì a fornire esempi e potenzialità: università – come Ashesi University – aperte da privati per formare la futura classe dirigente e in cui trenta Paesi africani sono rappresentati tra gli studenti; una stampa libera e indipendente da sempre, ricordo che la prima agenzia di stampa, la Ghana News Agency, fu fondata nel 1957; imprenditori e professionisti che tornano dall’estero per investire nel proprio Paese. E una gioventù che, nel settore privato imprenditoriale, ma anche artistico, sta dimostrando un’originale vitalità.

Sono molti i fattori a favore. Eppure troppi ancora i problemi che bloccano uno sviluppo equo e duraturo.

Con un reddito medio pro-capite annuo pari a 1.800 dollari, uno dei più bassi al mondo, il Ghana rimane un Paese dalle disparità enormi. Dei 28 milioni di abitanti, il 49.96% vive nelle aree rurali, ma proprio queste aree e le economie correlate sono quelle più trascurate. Commercio,  pesca e agricoltura danno lavoro (informale) alla gran parte della popolazione, che però sopravvive dell’attività giornaliera di sussistenza.

Ancora al di sotto delle potenzialità sono le industrie legate alla lavorazione del cacao (di cui il Ghana è secondo produttore al mondo) e dei pomodori che rispondono al fabbisogno locale, ma potrebbero costituire un margine di investimento molto più alto. Pensare che molti giovani ghanesi si sono ritrovati curvi a raccoglierli nelle campagne del Sud Italia, vittime del caporalato.

L’agricoltura, dunque, potrebbe essere sostenuta, i piccoli villaggi di pescatori assistiti. Ma anche le miniere d’oro – note come Galamsey in Ghana – sarebbe bene fossero controllate anziché svendute e lasciate all’uso illegale da parte di compagnie, o anche privati, cinesi.

Le denunce da parte delle popolazioni locali – legate anche alla distruzione del territorio – sono state tante. Le azioni che se ne sono seguite inconsistenti, a parte ogni tanto dei rimpatri forzati. Del resto i Governi hanno sempre adottato la tecnica del lasciar fare e chiudere un occhio con la Cina, che qui ha finanziato e costruito un bel po’ di scuole, ospedali e infrastrutture, come dighe e strade (compresa quella che collega Accra a Kumasi) e persino il National Theatre, fiore all’occhiello del Paese per il livello degli spettacoli e produzioni artistiche che ospita.

E se i villaggi e i suoi abitanti sembrano vivere una vita scollegata dai grandi eventi e ambientazioni in stile europeo delle grandi città, lo stesso accade per slum e suburbi della capitale. Come Nima, area residenziale ma dove c’è anche la più grande baraccopoli della città, la zongo area. In mezzo a sporcizia di ogni tipo e scarichi maleodoranti. Abitato in massima parte dalla comunità musulmana, lì proprio a due passi è sorta la più grande moschea dell’Africa occidentale, finanziata dal Governo turco e realizzata come copia perfetta della Moschea Blu a Istanbul.

L’altra grande vergogna di questa capitale – vergogna che va divisa in parti uguali con i Paesi europei – si chiama Agbogbloshie, o meglio Sodoma e Gomorra, come è nota quaggiù. Si trova in una zona neanche tanto periferica della città ed è conosciuta come la più grande discarica di materiale elettrico di tutto il continente. Qui – dai porti occidentali – arrivano pc dismessi, frigoriferi, telefonini… Notte e giorno persone di ogni età, anche bambini, stanno a ricavarne tutto quello che possono per poi rivenderlo. A mani nude, bruciando materiale chimico pericoloso e letale. Vengono soprattutto dal Nord, dove la disoccupazione e la mancanza di prospettive è ancora maggiore che altrove.

Come dal Nord arrivano le kayayo, ragazze e donne giovanissime, il cui lavoro è portare chili e chili di pesi sulla testa da un mercato all’altro al servizio di qualcuno e per pochi pesewas. Per loro la schiavitù non è mai finita.

L’impressione, allora, è che sembri mancare una visione politica e di investimento nella lotta alla povertà e alla disoccupazione. E il gap tra i villaggi rurali, la fascia costiera o lungo le sponde del Volta e i grandi centri rimane enorme. Due Paesi diversi – le città e le aree rurali. Al boom di Internet e degli smartphone si accompagna un dato: 7.3 milioni di persone senza elettricità, ma anche una connessione lenta e frustrante per chi è collegato in affari con il mondo.

Alla frenesia di nuovi shop o imprese estere – moltissime anche le italiane soprattutto nel settore dell’edilizia – si contrappone un 44% di popolazione al di sotto dei 15 anni impegnata in lavori anche pesanti. Ai 110 mila barili al giorno garantiti dai giacimenti off shore (dove la nostra ENI fa la parte da gigante) fa riscontro uno Stato delle infrastrutture in alcuni casi ferme ancora all’epoca immediatamente successiva all’indipendenza, soprattutto per quel che riguarda strade asfaltate e mobilità.

Però non esistono villaggi senza scuole. La scolarizzazione è tenuta in grande considerazione: scuole primarie e la JHS (Junior High School) sono accessibili anche nelle zone più remote e nei centri più grandi ci sono anche le SHS (Senior High School) che permettono dunque di coprire il percorso fino al diploma senza doversi trasferire nelle metropoli. Gli ultimi dati parlano del 90% dei bambini che frequentano la primaria. Ma la disparità tra ragazze e ragazzi e aree rurali e urbane è troppo ampio. E quindi portare a termine gli studi dipende da dove hai avuto la fortuna di nascere.

Eppure il Ghana crede molto in sè stesso e i ghanesi sono orgogliosi. Te ne accorgi se spingi troppo nelle critiche, compresa quella alla corruzione che qui non è il primo problema ma neanche l’ultimo.

Una volta qualcuno mi ha detto: del Ghana in Italia non si sente parlar quasi mai, non succede niente lì. Se per “succedere qualcosa” si intende guerre, carestie, epidemie, lotte tribali, allora no, non succede niente. Ma qui si sta davvero giocando il rinascimento africano e che avvenga attraverso alti e bassi, successi e fallimenti, visioni giuste o da rivedere, è alquanto normale.

Intanto la nazione celebra e si gode i suoi 60 anni. Nelle scuole – anche in quelle più sperdute nella boscaglia – bambini e bambine, ragazzi e ragazze si sono esercitati per giorni a preparare concerti, parate e discorsi. E la Piazza dell’Indipendenza ad Accra, con il suo Black Star Gate, non è mai stata così colorata, eccitata, gioiosa e ottimista. Tutti uniti a intonare “God bless our homeland Ghana”, l’inno nazionale.

60 anni. I primi di tutta l’Africa. 6 marzo 1957- 6 marzo 2017. Ora è tempo di crescere, di migliorare e, sicuramente, di restare un esempio. Per l’Occidente, ma prima di tutto per l’Africa.

Un 6 marzo della svolta – sperano i ghanesi. Io, alla Piazza dell’Indipendenza ho preferito un piccolo villaggio sulla costa della regione del Volta, Vodza, sobborgo di Keta. I ragazzi della scuola locale stanno intonando l’inno nazionale. Chi lo ha composto, Philip Gbeho, è nato proprio qui.

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È soprattutto in Rete che, negli ultimi tempi, il fermento di questo Paese si è fatto tangibile. Start-up, software, imprese online si sono sviluppate e sono cresciute, tanto da estendersi – in alcuni casi – ad altri Paesi africani e addirittura altri continenti. Complice di questo successo una gioventù – senza distinzione di genere – impegnata a usare Internet con intelligenza, fantasia e, soprattutto, pragmatismo. Insomma la Rete – sembrano pensare molti giovani ghanesi – è un’opportunità che va sfruttata al meglio.

Secondo i dati più recenti dell’Internet World Stats, sono oggi circa 8 milioni i ghanesi connessi alla Rete, erano solo 30.000 nel 2000. Un balzo enorme e c’è motivo di credere che, una volta aggiornati, questi dati riserveranno ulteriori sorprese. L’impulso più forte a creare piattaforme e app lo ha dato soprattutto la diffusione dei telefonini. Nel 2002, solo l’8% dei ghanesi possedeva un cellulare, oggi sono l’83%, con un 51% che naviga attraverso uno smartphone. Tre milioni e mezzo sono registrati su Facebook. E questo boom non riguarda solo le grandi città. Non è difficile, infatti, vedere giovani immersi a interagire sui social o lettura delle news dai loro telefonini, in villaggi isolati chilometri dai primi grandi centri.

Ma entriamo nel concreto. E facciamo qualche esempio. Il Ghana Start-up Award 2016 ha visto la partecipazione di 1000 iscritti, difficile da parte della giuria selezionarne 129, ancora più difficile proclamare i 16 vincitori. Arte, cultura e turismo, Educazione, Tecnologia, E-banking e Salute; ma anche Fashion, Media e Imprese sociali: questi i campi delle nuove e giovani imprese premiate. Che, naturalmente, sviluppano le loro attività soprattutto attraverso la tecnologia digitale.

Come Farmline che grazie al semplice uso del telefonino fornisce informazioni ai piccoli agricoltori riguardo ai prezzi di mercato, al clima, ma anche ai prossimi workshop e training sulla gestione della propria attività. O come ECampus, piattaforma web e disponibile su Android, IOS, etc. che aiuta gli studenti nella preparazione di ogni materia di esame. O ancora MPower, piattaforma e app che consente la gestione di acquisti e pagamenti online con carte di credito ma anche semplicemente attraverso il mobile wallets.

Un altro paio di iniziative che non possiamo fare a meno di citare sono Ashoriba e Mpedigree. La prima è un’app – gestibile anche sul pc come piattaforma – che permette ai fedeli di una data congregazione religiosa di essere aggiornati sulle celebrazioni, di ascoltare in streaming le prediche, di “prenotare” preghiere e persino di pagare la decima senza muoversi da casa, oppure mentre ci si sposta da un posto all’altro della città o del villaggio. A idearla 4 ragazzi usciti dal MEST, alta scuola di tecnologia e incubatore di idee.

Mpedigree, sviluppata da un astrofisico che dopo aver studiato in Inghilterra ha deciso di tornare nel suo Paese, ha un’importante funzione: combattere la diffusione dei falsi medicinali. Attraverso la piattaforma, ma soprattutto un semplice Sms è possibile sapere se il codice sulla confezione corrisponde a un fake o all’originale. Per comprendere il valore di quest’applicazione basti pensare che il mercato dei medicinali contraffatti in tutto il mondo è pari a 400 miliardi di euro annui e che in certi Paesi – come quelli dell’Africa Sub-Sahariana il 30% delle medicine vendute sono contraffatte, comprese quelle per combattere la malaria, ancora la principale causa di morte in questi Paesi. Un esempio da emulare quello di Mpedigree, visto che non opera solo in Ghana ma ha “esportato” l’idea in 12 Paesi africani e asiatici.

Ma il web 2.0 spinge sulle questioni sociali anche sul fronte dell’attivismo. Nel corso dell’ultima campagna elettorale e del voto del dicembre scorso la Rete è diventata mezzo di scambio di idee e informazioni. Con piattaforme – alcune già esistenti, altre nuove – per avere e dare voce alla società civile. Da Odenkro, nata per seguire e verificare le attività dei membri del Parlamento a MyGhanaBudget, per verificare l’allocazione dei fondi e le spese sui progetti. Da Ghana Decides per dare spazio ai giovani nel racconto e le opinioni sulla politica nel loro Paese a PenPlusBytes, nata nel lontano 2001 quando l’ICT era agli esordi, e non solo in Ghana, con lo scopo di usare – e insegnare ad usare – la tecnologia per garantire una good governance. Ghana connected insomma vuol dire questo: creatività, impegno sociale e partecipazione.