Aburi garden, piante e alberi per sognare e respirare

Una volta c’erano immense foreste – e chi frequenta il continente sub-sahariano sa quanto sia immenso il problema della deforestazione. Oggi ci sono i giardini. Spazi delimitati dove concedersi il lusso dei profumi, dei colori, del verde, della natura.

Bisognava conoscere Accra qualche decennio fa per fare il paragone con quella di oggi. A me la raccontano quella di ieri, molti con nostalgia e rimpianto. Era verde, bella, spaziosa, ariosa, e quando il caldo era troppo gli alberi maestosi e centenari offrivano ristoro. E riparo. A chi voleva riposare, a chi non aveva una casa, anche a chi veniva sorpreso da un temporale (questo non era molto sicuro, dopotutto)

Ora è cemento, cemento, cemento. E caos, e al caldo e alla stanchezza non c’è sollievo.

Così sono tante altre capitali africane, molte cresciute velocemente ma anche, spesso, senza criteri e senza rispetto per l’ambiente.

E allora ci sono i parchi e i giardini. Il più noto in Ghana è Aburi – Aburi Botanical Gardens – a circa tre quarti d’ora dalla capitale.  La storia di questo parco risale all’epoca coloniale, quando i britannici si dettero da fare per la realizzazione di questo sito che prese vita in questo luogo probabilmente perché vi sorgeva un sanatorio, fatto sempre costruire dal governo coloniale.

Vi sono custodite specie anche rare, come l’albero di cotone di seta (?), silk cotton tree, che pare sia l’unico sopravvissuto della foresta originale ed è uno degli alberi più alti dell’Africa occidentale, con una circonferenza che varia da 5 a 7 metri  un’altezza di 48 metri.

Attraversare questo giardino vuol dire in qualche modo lasciare fuori il presente, per immergersi nella vita e nel respiro della natura che, nonostante tutto, resiste.

A questo link altre informazioni e l’elenco di alcune delle piante che vi sono custodite.

aburi-gardens

Credit: TouringGhana

Un G7 in zone di guerra per capire cosa vuol dire

Oggi mi faccio una domanda. Ovviamente provocatoria. Ma perché il G7 2017 non è stato organizzato in Siria, oppure Yemen, o anche in Sudan o nella Repubblica Democratica del Congo? O magari in Indonesia.

Magari – vedendo e sentendo dal vivo gli effetti della guerra, delle malattie, delle angosce, delle sofferenze, della morte – l’approccio sarebbe stato diverso. Non so. O comunque molti di loro, i leader i cui Paesi vendono armi a destra a manca – compresa l’Italia – avrebbero visto che questo commercio non porta solamente all’aumento del PIL.

Fa un certo effetto sapere che ci sono oltre 40 conflitti in atto in tutto il mondo. (Alcune analisi ne contano molti di più). Conflitti spesso dimenticati. Ma da chi? Forse da parte della stampa, forse da parte dei leader mondiali, forse da parte di tutti noi. A non dimenticarlo, di sicuro, sono quelli sotto le bombe, sotto la minaccia delle armi, sotto la minaccia della paura e dell’insicurezza costanti.

A questo link sono riportati in sintesi i luoghi dove sono i corso conflitti, il motivo, da quanto tempo e con quante vittime.

IRIN UPDATED Mapped a world at war

Ma non deve stupirci che le guerre siano “interessanti” o meglio, rilevanti, a seconda degli interessi in gioco.

Nella foto sotto – tratta da Global Conflict Tracker – i confitti, per esempio, vengono selezionati e valutati in base al loro rapporto con gli USA e i suoi interessi economici e geopolitici.

Global Conflict Tracker

E poi ci sono, appunto, quelli dimenticati, che vanno avanti da decenni, che ogni tanto si assopiscono e poi riprendono, che non meritano mai le prime pagine. Gente dimenticata, mai esistita, inutile.

L’Africa non è povera. Smettiamola con gli “aiuti”

L’Africa è povera? No, l’Africa è ricca, ma le sue ricchezze – sfruttate e mal gestite – finiscono altrove.

Lo conferma un rapporto a cura dell’organizzazione britannica Global Justice Now in collaborazione con altre organizzazioni e movimenti.

Titolo del report: Honest accounts 2017 – How the world profits of Africa’s wealth (Come il mondo approfitta delle ricchezze dell’Africa) .

Solo 12 pagine che contengono una verità ormai risaputa ma che comunicata attraverso i numeri fa un effetto diverso. In sintesi: nel 2015 – anno di riferimento – nel continente sono entrati 162 miliardi di euro, ne sono usciti 203.

africa stolen

La voce più alta delle entrate riguarda i prestiti agli Stati africani da parte di organizzazioni quali il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale – il rapporto si riferisce ai Paesi dell’Africa sub-sahariana. Quegli stessi prestiti che poi generano uno dei maggiori costi delle uscite: i debiti contratti dai Governi.

Subito dopo i prestiti, nelle entrate più massicce ci sono le rimesse di denaro di chi vive e lavora all’estero. La conferma che sono gli africani stessi a mantenere le proprie famiglie e aiutare i propri Paesi di origine.

Tra le spese maggiori che svenano l’Africa, voglio citare quelle obbligatorie – decise spesso da altri Governi, altri Stati, altre organizzazioni sovranazionali – che riguardano i costi di adattamento al cambiamento climatico e mitigazione degli effetti da questo prodotti. Cambiamento climatico – ed effetti – generati soprattutto dalle attività dei Paesi cosiddetti sviluppati. Altre fuoriuscite di denaro riguardano i profitti delle multinazionali e l’occultamento dei profitti, di privati o multinazionali, nei paradisi fiscali. Infine, va ricordato l’alto costo della caccia di frodo e della pesca illegale.

honest_accounts_2017_web_final.pdf

Chi ha lavorato allo studio, ha anche inserito una serie di consigli e buone pratiche per “ripensare anche agli aiuti all’Africa”.

Sono 9, anche se si avverte che la lista non è esaustiva.

1 – Promuovere politiche economiche che realmente conducano ad uno sviluppo equo.

2 – Riconfigurare l'”aiuto” come riparazione alle ricchezze prese dall’Africa o compensare il continente per le ricchezze estratte.

3 – Trasformare l’aiuto in un processo che porti reali benefici al continente e alle sue popolazioni.

4 – Fermare le multinazionali operanti in Africa e con società sussidiarie in paradisi fiscali.

5 – Garantire prestiti trasparenti e responsabili.

6 – I Governi africani smettano di affidarsi al settore estrattivo, o in alternativa, si assicurino che il loro sfruttamento si accompagni a un regime di tassazione sicuro ed efficace.

7 – I Governi esteri offrano un risarcimento all’Africa per coprire i costi del cambiamento climatico e assumano serie iniziative per porre fine alla dipendenza dal combustibile fossile.

8 – I Governi africani valorizzino le aziende che promuovono politiche e produzioni locali.

9 – I media e le ONG la smettano di dichiarare che i Paesi occidentali stanno giocando un importante e positivo ruolo nello sviluppo internazionale. Ciò, infatti, è falso.

Quest’ultimo punto lo trovo alquanto interessante. Da qualche parte ci si comincia a rendere conto dei danni provocati dalla stampa e dalle ONG e delle bugie che si continuano a diffondere. La prima è che l’Africa sia povera e abbia bisogno degli aiuti del mondo. È vero il contrario.

Ecco perché, provocatoriamente, si potrebbe aggiungere il punto 10 – Smettiamo di “aiutare” l’Africa. E di depredarla con ogni scusa e con ogni mezzo.

Scrittori africani, ecco i nomi del Caine Prize

Se vi piace la letteratura africana contemporanea, o se volete andarne alla scoperta, allora non deve sfuggirvi il Caine Prize for African Writing.

Si tratta di un premio assegnato annualmente al migliore scrittore africano e alla sua opera, un racconto breve scritto in lingua inglese. Questo della lingua è un limite, ma sicuramente nella categoria rientrano tantissimi meritevoli del riconoscimento e di essere conosciuti al grande pubblico.

Il premio, come si legge nella home page del sito “è stato lanciato nel 2000 per incoraggiare ed evidenziare la ricchezza e la diversità della scrittura africana portandola a un pubblico più vasto a livello internazionale. L’attenzione al racconto riflette lo sviluppo contemporaneo della tradizione storica africana“.

Tra i cinque nomi selezionati quest’anno, tre sono donne e tre nigeriani (tra questi due delle donne).  Questi i nomi degli scrittori in gara: Lesley Nneka Arimah (Nigeria); Chikodili Emelumadu (Nigeria); Bushra al-Fadil (Sudan); Arinze Ifeakandu (Nigeria); Magogodi oaMphela Makhene (South Africa).

Cliccando a questo link si possono leggere le loro biografie. Non solo, sono anche pubblicati i testi dei racconti in gara.

Se la lettura delle storie selezionate per il 2017 vi ha affascinato – e lo spero – qui invece si possono ascoltare i racconti che avevano superato la selezione lo scorso anno.

A vincere l’edizione fu il sudafricano Lidudumalingani, con lo splendido “Memories we lost” – I ricordi che abbiamo perduto.

La premiazione è in programma il prossimo mese di luglio.

caine prize

 

Un casinò a Capo Verde, che tristezza

E certo, perché l’Africa ha bisogno di casinò e gioco d’azzardo! Anzi, in particolare ne ha bisogno l’arcipelago di Capo Verde.

È infatti lì, in particolare sull’isola di Santiago dove c’è la capitale Praia, che è in fase di realizzazione un grande casinò. Costerà 257 milioni di dollari e sarà grande 157, 200 metri quadrati. I lavori sono già cominciati e ci vorranno almeno due anni per essere portati a termine. Ovviamente all’interno ci saranno anche un resort, negozi, intrattenimenti vari. E lusso sfrenato, immaginiamo.

Da dove arrivano i soldi? Da investitori cinesi, i grandi scommettitori sul mercato economico mondiale. Dietro al progetto c’è David Chow il multimilionario del Macau Legend di Hong Kong.

Chi ne beneficerà? Ma, soprattutto, sono questi i benefici che si pensa di poter portare ai Paesi africani? Qualcuno ovviamente risponderebbe di sì. A me invece viene da dire: mamma mia, che tristezza.

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Così un artista ha immaginato la versione finale dei lavori in corso per la realizzazione di un casinò sull’isola di Santiago a Capo Verde

Salutiamoci in “africano”

Una delle cose più divertenti – ma anche più irritanti – è quando mi chiedono se, vivendo in Ghana, ho imparato a parlare africano. A volte taccio, a volte sorrido, a volte mi incazzo per tale ignoranza, a volte cerco di spiegare che… l’africano (come lingua, è chiaro) non esiste.

In Africa – si sa 🙂 – si parlano oltre 1500 lingue diverse. In Europa le più parlate sono appena 10 (e il tedesco è la prima, dice Wikipedia). In Europa ci sono 743.1 milioni di persone, in Africa 1 miliardo 216 milioni. La vogliamo chiamare ricchezza culturale? O cosa? (Spazio ai detrattori…)

Di queste 1500 lingue, o anche 2000 secondo gli studiosi, ecco la lista delle 10 più parlate – ci sono anche quelle dei colonizzatori, ovvio -. Oltre all’inglese, all’arabo, francese e portoghese: swahili, amarico, yoruba, oromo, hausa, igbo, isiZulu, Shona.

In questo articolo sono stati raggruppati video con i saluti in queste lingue principali. (Io, nei video inseriti, mi sarei risparmiata il portoghese e il francese. Che senso ha? Allora aggiungete anche inglese e arabo, no?)

Come (non) avrete notato non c’è l’Ewe, che è la lingua che si parla dove vivo. Si parla nella regione del Volta e nella parte Sud del Togo. È una lingua che a me piace, la trovo musicale, soprattutto quando a parlarla è qualcuno di mia conoscenza 🙂 ma secondo gli stessi ghanesi è quella più difficile e pochi – a parte gli Ewe – riescono ad impararla. Io presumo che sia anche – e soprattutto – perché i ghanesi delle altre etnie non ne hanno nessuna voglia e ci sia un certo senso di superiorità.

Io però i saluti in Ewe in rete li ho trovati. Non ci capirete, e non memorizzerete, granché probabilmente, però… eccoli qui!

La strage degli animali in Africa

Giusto per ricordare quanto ce ne freghiamo dell’ambiente e pensiamo di essere i padroni dell’universo, oggi pubblico questa mappa che indica quanti animali vengono uccisi ogni anno in Africa dai cacciatori. Sono segnalate solo alcune regioni dell’Africa Sub Sahariana. E in realtà non si comprende se si tratti di dati riferiti solo alla caccia regolata o anche a quella di frodo. In questo caso i dati sarebbero ancora più allarmanti.

Una strage continua a cui si aggiungono le morti legati all’avidità di guadagno e a cui va aggiunta la costante espropriazione di spazi che costringe la fauna terrestre a spingersi altrove o a concentrarsi in territori chiusi e ristretti.

animali uccisi

La mappa risale al 2007 e pare che siano gli ultimi dati certi disponibili su questo fronte. Intanto, il rinoceronte nero e quello bianco, di cui la scheda non dà notizie (perché appunto non se ne hanno di certe) sono tra gli esemplari più in pericolo di estinzione. E così pure i gorilla di montagna, i leoni, i ghepardi, gli elefanti. Questi ultimi sono in cima alla lista. Ne rimarrebbero circa 600.000 braccati per l’avorio che certo può rendere l’uomo ricco ma anche peggiore della natura che umilia, offende distrugge.

Questo elenco – lunghissimo e che non riguarda solo i mammiferi – aiuta a capire la gravità della situazione.