Un passo alla volta, il quaderno di appunti e l’albero dell’incontro

Perugia ha segnato un passaggio nuovo di questa prima esperienza in Italia, in Europa. Ad agevolare l’apertura al mondo circostante sono stati due elementi. Uno: che io fossi impegnata al Festival Internazionale del Giornalismo, dunque con meno tempo da dedicare al “mio” viaggiatore; due: che il centro storico dove ci siamo mossi praticamente tutto il giorno è davvero concentrato in poche strade e viuzze.

E così l’avventura ha cominciato a trasformarsi in conoscenza. Anche, un po’, della lingua. In questo caso, cominciata prima di partire, quando su un quaderno ha preso ad annotare piccole frasi e parole. Questo quaderno si sta riempiendo piano piano di nuove espressioni. E, quindi, scoperte.

E poi, muoversi da solo.

Capisco bene quanto possa essere spaesante trovarsi in una città e non sapere da che parte andare, a chi chiedere e come. Ma qui a Perugia è stato tutto più facile. A cominciare dal memorizzare il tragitto dal nostro albergo a Piazza Italia – compreso l’uso delle scale mobili sotterranee.

Quello che a noi sembra scontato è dato dall’uso quotidiano, dalla crescita in un contesto specifico. Ma per coloro i quali il contesto è stato diverso, è come essere bambini che imparano ogni volta qualcosa di nuovo. E ancora: come comprarsi la pizzetta da solo in uno dei posti più noti di Perugia per il take away della pizza al taglio. Memorizzare le location dei panel dove ritrovarci, trovare la piazzetta più assolata per riposare.

L’incontro e la conoscenza di amici hanno fatto la loro parte. Poter parlare con loro in inglese, sorridere, scherzare, fare gruppo. Una gioia, quando di questi amici hai sempre e solo sentito parlare e ora puoi stringergli la mano e abbracciarli. E conoscere giornalisti, soprattutto quelli africani, parlare con loro, ascoltarli, scoprire quanti di grandi ce ne siano.

Eppure lui, rimane lui, rimane con la sua Africa dentro. E quindi come faccio a meravigliarmi se a un certo punto mi manda un messaggio su whatsapp per avvertirmi e darmi appuntamento: “Sono qui, sotto l’albero. Vieni quando puoi…” L’albero è uno tra quella decina o quindicina, non so, che sono nei giardini di fronte al Brufani.

Il mondo rimane allora una foresta e anche quando questa foresta è fatta di strade, cemento e palazzi storici conserva la sua origine primordiale e, da qualche parte, un albero sotto cui ritrovarsi. Proprio come in Africa.

Aeroporti, corruzione e accoglienza

Siamo arrivati. Siamo in Italia. Non è stato facile. O almeno, tutto era in regola per Yaw (o Roland, che è il nome occidentale che precede quello ghanese). Ma ovviamente bisogna fare i conti, sempre con l’invidia, la tracotanza, la corruzione dei ghanesi. E il settore dell’Immigration è il peggiore tra tutti, almeno nella mia esperienza. Quando mi hanno dato la residenza permanente sono stata felice soprattutto per questo motivo: non avrei avuto più a che fare con loro. Macché.

È cominciata già al momento di mettere piede in aeroporto ad Accra, dove il primo controllo chiede a Yaw il biglietto – a me no, naturalmente. Poi il passaporto, e ok. Poi la “perquisizione” che per lui è doppia e poi tripla con la richiesta – ovvio – di togliere il berretto. E certo, tra i dreadlocks chissà quanta marijuana stava nascondendo. Poi, ancora, “no, non puoi entrare devi aspettare fuori, il tuo volo è tra molte ore” E lì intervengo “no, noi entriamo e aspettiamo dove ci pare“.

Il peggio doveva ancora venire: il passaggio finale, quello quando poi arrivi al gate e ti imbarchi. “Dove stai andando? Perché? Stai mentendo. Vieni con me“. Io divento una belva, Yaw conosce i suoi e spera che io mi calmi. Il tipo passa il passaporto a un altro che comincia a girarlo e rigiralo tra le mani e poi a guardare il visto in controluce. “Certo, è falso” dico io. (Zitta proprio non ci so stare). Il tipo mi guarda malissimo ed entra in una stanza. Mi lamento con il primo che mi dice “Siedi, qui abbiamo il diritto di fare quello che vogliamo“. Lo so, penso, anch’io vorrei fare quello che voglio, che ora esattamente è darti un pugno sui denti.

L’altro esce: “questo visto non va, non puoi partire“. Ho sentito un gelo e ho immaginato il dolore di Yaw. E poi si lancia in una spiegazione patetica e idiota quanto lui. La foto non era giusta, la luce, il bianco, non era corretto. Io mentre parlava ho girato la faccia dall’altra parte, guardare l’idiozia, l’avidità e l’invidia, tutte nello stesso momento, in faccia a uno richiede sforzo. Ed erano le 3,30 del mattino più o meno E noi stanchi, delusi e consapevoli di quello che ci attendeva. Pagare o restare.  Yaw aveva pochi soldi da parte, gli pesava chiedere a me e senza che me ne accorgessi, ha pagato.  Me lo ha detto dopo. Mi sono arrabbiata, ma sapevo che comunque non c’era scelta.

Poi l’ultimo controllo. Un altro ci riprova dicendo: il tuo non è un cognome ghanese… C’è da ridere se non fosse che è tutto vero. Gli chiede di aprire il bagaglio a mano. “Vuoi aprire il mio bagaglio?” gli chiedo? “Se è tuo perché lo porta lui?” “Perché è più forte” rispondo. Si accontenta della battuta e ci lascia andare.

Ecco, questo è l’immigration del Ghana. Hai avuto la fortuna di conoscere la donna bianca che ti porta in Italia? La devi pagare questa fortuna. La devi pagare a noi che abbiamo il posto fisso, ma i soldi non ci bastano mai, a noi che l’invidia ci rode. A noi che ti abbiamo puntato e ti faremo sudare freddo. Chissà quanti soldi avranno fatto quel giorno così. Anche questo è il Ghana. Lui è rimasto calmo, sottomesso e sorridente. Sì, era il solo modo per uscirne. Per uscire dal Paese. Ma a me rode, la rabbia e la frustrazione sono sempre troppo forti.

Sappiatelo perché la gente cerca di fuggire da questi posti, sappiatelo perché anche se avrebbero la possibilità di pagarsi un biglietto aereo devono affidarsi ai criminali del trasporto sui camion del deserto e sui gommoni del Mediterraneo. Sappiatelo che i diritti non sono uguali per tutti. Sappiatelo che il diritto NON esiste in  queste parti del mondo.

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Il mio passaporto ce l’hai tu, vero? I biglietti. Dove sono i biglietti? Ah, sì, eccoli“. Paura, paura che accada ancora qualcosa. Che qualcuno ti fermi e dica: no, tu rimani qui. E invece voliamo… Troppa stanchezza, troppo stress per gioirne, per lasciarsi andare. A Casablanca è già un’altra atmosfera. Il suo passaporto viene ricontrollato due volte, ma poi è tutto ok.  In volo, occhi ancora sbarrati – nonostante la lunga notte di veglia – ma ci si incomincia a rilassare. E a sorridere. Come quando versa lo yogurt nel caffé credendo che sia latte. E poi la percezione sbagliata dell’immensità dell’Africa quando si stupisce che Accra-Casablanca sia più del doppio che Casablanca-Bologna.

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Aeroporto Bologna, controllo passaporti – “Ciao“.  L:’ufficiale al controllo passaporti accoglie Yaw così. E con un sorriso. Ecco il benvenuto in Italia.  E il suo è stato: grazie. Rivolto a me appena scesi dall’aereo e toccato il suolo italiano. La tensione cala. Anche qui il controllo passaporti prende un po’, ma lui, gentile ci spiega il perché, che è poi il motivo dell’ulteriore controllo a Casablanca. Le impronte digitali non sono registrate, le prende ed è tutto a posto.

Siamo qui. A dispetto di quelle brutte persone che non sanno che provare odio, rancore, invidia. “I neri tra loro non si amano” mi dice spesso Yaw. Lo vedo. Lo sperimento. Ma ora siamo qui. Un sogno, per lui che da quando mi conosce non mi ha mai chiesto di venire in Italia. Eppure, il giorno è arrivato. Goditi questo mondo, Yaw. Tutti si meritano un mondo migliore.

Ghana, 110 tra ministri e sottosegretari per 28 mln di abitanti

Al solito, se l’avete perso su Voci Globali, ve lo ripropongo qui. Buona lettura (e buone riflessioni).

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Il Ghana sta forse vivendo il periodo più difficile della sua storia democratica. E questo proprio nell’anno del 60esimo anniversario dell’indipendenza. Non si tratta di attentati alle Istituzioni o rischio per la sicurezza e le libertà civili. Si tratta semplicemente di quello che molti nel Paese considerano un feroce abuso di potere che è facile abbia ripercussioni nelle decisioni per il Paese e nella qualità di queste decisioni e nell’economia dello Stato.

Logo per il sessantesimo anniversario delli’Indipendenza

Passiamo ai fatti. Fatti che hanno un numero, 110. Tanti sono i ministri e sottosegretari che Nana Akufo Addo, uscito vittorioso dalle presidenziali del dicembre 2016, ha nominato. In un Paese che conta circa 28 milioni di abitanti.

Un numero al di sopra di ogni media e di ogni necessità, come si commenta nel Paese. Si tratta di un “family and friends’ government” – il Governo di amici e parenti – come è stato ribattezzato sia da parte della stampa che dalla gente della strada. Quella che non ha votato NPP, il partito del presidente. Anche se – a dire il vero – non pochi ex sostenitori stanno criticando il “loro” presidente in quello che, vista dal di dentro, viene considerato il prezzo che Akufo Addo deve pagare a coloro che lo hanno accompagnato nella campagna elettorale, ma soprattutto che hanno investito su di lui per tre tornate elettorali.

Nana Akufo Addo si era già infatti presentato due volte, ogni volta battuto dall’avversario dell’NDC – l’altro partito forte del Paese. Alla terza ce l’ha fatta, ma questa vittoria non poteva non portare conseguenze in termini di “ringraziamenti”.

Una cosa che però, in questa misura, non si era mai vista prima, probabilmente in tutto il continente africano.

Il primo Governo di Kwame Nkwrumah – il padre dell’indipendenza ghanese – aveva contato 41 ministri. L’amministrazione precedente ad Akufo Addo, guidata da John Mahama dell’NDP – che si è tra l’altro distinta per i numerosi rimpasti di Governo – nell’ultima fase aveva 78 ministri compresi quelli rappresentanti le singole regioni. Il massimo era stato raggiunto da un altro presidente NPP, John Kufuor, al governo dal 2000 al 2004 con 96 ministri.

Insomma si tratta del Governo più numeroso della Quarta Repubblica Ghanese, dalla nuova Costituzione emanata nel 1992.

Ed è logico fare comparazioni con altri Stati africani, bel più popolosi: la Nigeria, per esempio, 173.6 milioni di abitanti ha 36 ministri, più naturalmente un vicepresidente; l’Etiopia – secondo Paese più popolato dell’Africa Sub-Sahariana dopo la Nigeria – conta 19 ministeri oltre 22 Agenzie e Authorities.

Nana Akufo Addo
Il presidente eletto nel dicembre scorso, Nana Akufo Addo

A questa particolare faccenda si aggiungono altri scandali e imbarazzi per il nuovo Governo ghanese. A cominciare dal giorno dell’insediamento quando il presidente ha pronunciato frasi prese qua e là da discorsi di due presidenti statunitensi, Bush e Clinton. Da qui l’accusa di plagio.

Si è continuato con il grande dispendio di mezzi ed energie per il 60esimo (ma questo era ovvio e atteso). Poi è venuta fuori la proposta di usare l’Heritage Found – che rappresenta il 9% degli introiti della vendita del petrolio – per implementare la politica dell’educazione gratuita per i ragazzi che frequentano la Senior School (la scuola superiore per accedere al diploma). Politica bollata dalla minoranza come “inconcepibile e fatale” per il futuro del Paese.

E ancora, la nomina al ministero del Turismo, Cultura e Arti creative di Catherine Afeku, che si è scoperto non aver fatto l’anno di sevizio civile obbligatorio previsto al termine del ciclo di studi, servizio senza il quale – a detta di legge – non è possibili accedere a certe cariche pubbliche.

Per non parlare delle presunte mazzette promesse dal ministro dell’Energia, Boakye Agyarko ad alcuni membri della Commissione parlamentare per facilitare l’approvazione della sua nomina a ministro.

Il neo ministro dell’Informazione, Mustapha Hamid, ha tenuto a specificare:

Siete al corrente che la Costituzione ghanese del 1992 all’articolo 78, comma 2 riconosce al presidente la facoltà di nominare tale numero di ministri (110) secondo quanto ritiene necessario per governare in modo efficiente?

Peccato però che nella Costituzione non sia indicato un numero così alto di ministri e sottosegretari, e peccato, soprattutto, che non ci sia riferimento alla questione morale di gravare con così tanti uffici e funzioni sulla spesa pubblica.

Naturalmente si difende lo stesso Akufo Addo, secondo cui si tratta di un “investimento necessario per il Paese”. Alcuni ministeri sono stati smembrati e quindi hanno dato vita a un diverso ministero – per esempio Water Resources Works and Housing ne hanno formati due: Works and Housing e Sanitation and Water Resources. Alcuni sono nuovi ministeri come quello della Programmazione. Ma ciò che ha creato più sconcerto è il numero elevatissimo di sottosegretari. Alcuni ne hanno addirittura tre, come il ministero dell’Informazione, quello del Governo locale e Sviluppo Rurale, quello dell’Energia, del Cibo e Agricoltura, delle Finanze.

Chi pagherà questo esercito di ministri e sottosegretari? Ovvio che la domanda è superflua. Secondo l’Indipendent le cifre minime per le alte figure di Governo si aggirano intorno ai 4000 dollari a cui vanno aggiunti una serie di benefit: almeno due auto, rifornimento gratuito, la casa, libero accesso a servizi come le cure mediche e la protezione personale. Ma non si capisce se sia incluso l’aumento del 10% e altri emolumenti, in arrivo dopo i riordini di spesa e gli adeguamenti annuali.

Sappiamo, conoscendo il Paese, che tutto questo diventerà normalità, dopo giorni di prime pagine dei giornali, di critiche e dibattiti. Resterà il disagio di far fronte a un Governo elefantiaco, a spese fuori budget, a un tipo di amministrazione che deve rispondere di troppi sospetti di nepotismo.

Se il futuro dell’Africa si decide sempre altrove (Parte II)

All’inizio ho pensato a uno scherzo, a una fake news. Ma invece no, è proprio vero. L’ennesimo incontro ai vertici che ha avuto come protagonista l’Africa si è svolto senza l’Africa, senza gli africani.
Questa volta non si tratta solo di un evento tenuto in suolo “straniero” all’Africa (vedi post precedente)  ma di un rifiuto  bello e buono.

summit2L’African Global Economic and Development (AGED) Summit in programma all’Università di Southern California in Los Angeles, in programma lo scorso fine settimana, si è svolto senza i delegati africani, a cui il Governo statunitense ha negato il visto. Chi parla di 60 chi di 100 persone che si sono viste rifiutare l’ingresso. I delegati sarebbero dovuti arrivare da 12 differenti Paesi tra cui Nigeria, Camerun, Angola, Etiopia, Sierra Leone, Guinea, Ghana, Sud Africa.

Il motivo? Non è dato saperlo. Alle domande il Dipartimento di Stato ha risposto nisba. Anzi, di non poter esprimersi su ogni singolo caso.

A proposito, il tema di quest’anno era: Clean Energy, Climate Change and Poverty Reduction. Non male, per il Paese ospitante il cui Governo non riconosce il cambiamento climatico e i danni in corso che pare non vogliano partecipare a mitigare.

 

Grandi Laghi: l’eau sacrée, ovvero il piacere sessuale femminile

Se ve lo siete perso su Voci Globali ve lo ripropongo sul mio blog.

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Proviamo a sfatare un altro mito, quello che la sessualità in Africa sia tabù e la soddisfazione femminile qualcosa da evitare ad ogni costo, anche quello delle mutilazioni genitali.

Lo facciamo parlandovi dell’Eau Sacrée, the Sacred Water, il piacere femminile, insomma. Siamo in Rwanda, il Paese delle Mille Colline, noto anche a chi non si interessa granché d’Africa per il terribile genocidio del 1994.

Ma questo piccolo Paese della Regione dei Grandi Laghi, a guardarlo meglio da vicino, non smette di stupire, soprattutto per la condizione femminile. La più alta percentuale di donne in Parlamento al mondo, 64%, e indicatori sulla scolarizzazione che danno le bambine e ragazze leggermente in aumento rispetto ai maschi. E poi c’è la sessualità. Libera, scelta, soddisfatta.

Dell’acqua sacra, quella che nasce dal corpo femminile e sgorga nel mondo attraverso l’orgasmo, ha deciso di parlare un documentarista freelance, Olivier Jourdain, che ne ha realizzato un film (qui un intervista in francese al regista). Una testimonianza attraverso le parole di uomini e donne che non hanno timore di raccontarsi, soprattutto – dice Jourdain – nelle aree rurali dove l’aspetto mistico e ancestrale di certe pratiche sono rimaste pure, diversamente dalle città, dove – racconta ancora l’autore – la colonizzazione, ma anche l’orrore del genocidio, hanno mutato atteggiamenti e mentalità.

Ad “aiutare” il regista a capire è stata soprattutto una donna, Vestine Dusabe, star di trasmissioni notturne radiofoniche su Radio Flash FM, che con umorismo e spontaneità parla senza inibizioni della gioia di essere donna, che passa anche dal piacere sessuale e da quell’eiaculazione misteriosa e fantastica che – secondo antiche tradizioni – ha addirittura origini mitologiche.

Un racconto, la cui origine si è perduta nella notte dei tempi, racconta che è stata l’eiaculazione di una regina rwandese a dar vita al Lago Kivu. Al di là della mitologia, il piacere sessuale femminile in Rwanda pare che non sia qualcosa di cui vergognarsi, al contrario, sia un segno di fertilità, realizzazione e felicità coniugale.

Fondamentale conoscere una pratica a cui l’Eau Sacrée è strettamente legata, si chiama Gukuna, attività supervisionata dalle zie paterne che consiste nel massaggiarsi le piccole labbra per allungarle il più possibile. Attività fatta individualmente o anche in gruppi – di donne, naturalmente – a dimostrazione del carattere socializzante e integrante di questa pratica. Il risultato sarà un piacere maggiore nel momento dell’amplesso e dell’eiaculazione femminile. Nella cultura ancestrale – per fortuna ancora viva – l’uomo ha una sorta di dovere/compito di portare la donna al massimo piacere che, in certi casi, dopo la prima notte, deve essere provato mostrando un panno che racchiude l’Eau Sacrée. Altro che lenzuola con il rosso della verginità!

Ovvio che la pratica di Gukuna e il solo pensiero del piacere femminile – Kunyaza – abbia provocato le ire di certa parte della Chiesa cattolica e di ONG ad essa legata. Ovviamente non c’è solo la questione del piacere derivato dall’atto sessuale, ma si contesta una pratica vista come una sorta di masturbazione e la complicità femminile nel compierla.

Uno studio della ricercatrice italiana Michela Fusaschi ha spiegato, grazie ad un lungo e interessante lavoro sul campo, i valori culturali, ancestrali e attuali della pratica e cosa davvero rappresentino certe espressioni e certi usi. Espressioni del corpo e della cultura che il colonialismo ha tentato a tutti i costi di cancellare, sopprimere, condannare.

Va anche ricordato, come spiegato in questo articolo di Jeune Afrique, che oggi Kunyaza è simbolo di appartenenza per le donne, legame profondo con il loro corpo e con la loro energia. E pare che nella regione dei Grandi Laghi ci sia un ritorno alle origini. Alle proprie origini.

Cosa serve per un buon governo, una piccola lezione dall’Africa

Un governo deve essere fondato su cinque elementi: il primo è che il potere non deve essere dato a chi lo cerca; il secondo è la necessità di consultarsi; il terzo è astenersi dalla violenza; il quarto è la giustizia; il quinto è la benevolenza.

A parlare, secoli fa, era Usman dan Fodio (1752 – 1817), insegnante, leader religioso islamico, africano.

Altro esempio, ogni tanto ne scopro qualcuno di quanto questo continente abbia avuto (e abbia oggi) figure che non dipendevano dalla cultura occidentale e anzi erano assai avanti rispetto a certi principi che riguardano il potere e l’assoggettamento.

Ora, io non entro nella grande questione islamica africana. Non è il motivo di questa citazione. E poi ci vorrebbe un trattato.

Quello che mi interessa sottolineare è che questo continente non aveva e non ha bisogno di insegnamenti e paternalismo. Nel bene e nel male, perché non aver lasciato che la storia – anzi le storie – facessero il loro corso?

Ok, i “se” non fanno la storia. Ma anche ignorare quel che c’era prima, oltre o aldilà dell’Occidente è un grande errore. Una mancanza, un’omissione su cui sono stati costruiti libri di testo e pregiudizi secolari.

Aiutiamoli a casa loro. Buona idea, potete cominciare da me

Aiutiamoli a casa loro”. Essì, si può essere anche d’accordo. Seppure questo concetto di “aiuto” comincia a risultarmi molto, ma molto ostico. E improprio. Improprio come tutto quello che c’è dietro “l’industria dell’aiuto.

Ma andiamo con ordine – anche se mi è difficile perché i pensieri che si connettono e corrono dietro quest’unico concetto sono tanti. Chi vuole “aiutarli a casa loro”? Di solito – mi sforzo di non generalizzare – ONG e Associazioni che hanno tutto da guadagnare nel “mercato degli aiuti”; razzisti e populisti – dài come si fa a non generalizzare in questo caso… mica posso nominarli uno ad uno, elenco troppo lungo…; persone che viaggiano poco, e se e quando sono viaggiatori mordi e fuggi, che la vita quotidiana e reale dei luoghi visitati manco la toccano di striscio. Sì, io credo che ci siano determinate categorie che rientrano nell'”aiutiamoli a casa loro”.

Ma questo “aiutiamoli a casa loro” quanto serve a “loro” e quanto serve invece agli altri? A noi? Mi si deve ancora convincere che le cose si fanno per nulla, c’è sempre una motivazione: da quella pura di “aiutare chi è più sfortunato di noi” a quella che “è un lavoro come gli altri” mascherato però da buonismo. Ma il problema, ripeto, è cui prodest? A chi giova?

Se c’è una cosa che mi fa sempre più rabbia da quando giro l’Africa e vivo in uno dei suoi Paesi è vedere tanti bei progetti falliti, imposti, irrealistici. Progetti voluti e finanziati da fondi che arrivano dall’Occidente – ONG, Agenzie varie, piccole associazioni -. Progetti, solo qualche volta sollecitati dalle comunità locali, che dopo un po’ li abbandonano o li distruggono (non volutamente, ma per mancanza di cura e interesse).

Perché sprecare tante energie e tanto denaro?

È vivendo qui che il mio mantra personale si contrappone all'”aiutiamoli a casa loro”.

Il mio mantra è “lasciamoli fare da sè”. Smettiamola di volerci occupare “a tutti i costi” dell’Africa, smettiamola di volerla salvare o di far finta di farlo (salvar da cosa, poi?), smettiamola con questo odioso paternalismo. Chiamiamo le cose con il loro nome e ammettiamo che siamo qui per prendere prima che per dare.

Io ci sono venuta per prendere, per esempio. Per prendermi un pezzo di vita, per costruirmi una parte di vita. Così come piaceva a me. Ma la lotta quotidiana qui rimane per me la sfida da affrontare, perché non è concepibile che un bianco abbia necessità e bisogni.

Un bianco è qui per dare, non per ricevere. Anche se prende a piene mani.  È  questo che abbiamo inculcato in secoli di paternalismo.

Che paradosso, vero? Come è un paradosso che sia qui da un lato per “aiutare” popolazioni locali e dall’altro mi trovi sola a lottare contro sistemi e burocrazie ghanesi che complicano così tanto la vita da farti pensare di desistere ad ogni istante. Se non fosse che niente e nessuno riesce a farmi desistere dalle sfide.

Sembra una condizione illogica la mia: da un lato presiedo un’Associazione che realizza progetti qui in Ghana, dall’altro critico chi lo fa. E poi c’è la parte che si sfianca ogni giorno per costruirsi un futuro attraverso ostacoli e barriere.

No, non è illogico. Non ho mai avuto idee più chiare da quando sono qui, alla faccia di chi progetta grandi cambiamenti per l’Africa a tavolino. Non ho mai capito meglio cosa voglia dire stare dall’altra parte della barricata: quella dove sei solo e devi cavartela. Non ho mai sviluppato meglio il concetto di “aiutiamoli a casa loro”.

Certo, la mia condizione non è equiparabile a un africano che senza arte né parte e passando da un deserto e prigioni e vessazioni varie arriva in Europa. Ma sono una donna che da sola e con un budget ristrettissimo è venuta in Ghana e ha cominciato la sua avventura. Qui ho trovato razzismo, burocrazie e ufficiali di governo pronti a abusare del loro potere. Qui, esausta, ho pagato bribe per avere quello che mi spettava. Ma il più delle volte non l’ho ottenuto. Qui ho anche apprezzato chi mi ha indirizzato verso le strade giuste e consigliato. Qui devo dire grazie agli amici italiani che mi hanno sostenuta, nonostante pensassero che fossi un po’ folle.

La cosa più strana per me era vedere crescere progetti finanziati dall’Associazione che in Italia rappresento e lottare e disperarmi perché per il mio progetto di vita dovevo fare da sola e persino combattere questa gente che voleva, e vuole ostacolarmi.

E allora? Qual è il senso di queste mie parole? Che non esistono sogni senza lotta. Non hanno senso idiote chiusure di frontiere. E nello stesso tempo non hanno senso aiuti paternalistici, erogati senza controllo e soprattutto senza conoscenza dei territori.

E non ha senso continuare a dire “aiutiamoli a casa loro”. Chi? Chi vogliamo aiutare? Io opterei per quelli che hanno volontà di progredire. Per quelli che puoi osservare crescere perché sei con loro a osservare questa crescita. Per quelli che invece di sedersi ed aspettare cominciano ad aiutarsi tra loro. E per loro stessi.

Quindi, se volete, potete contribuire a sviluppare quello che questa italiana in Ghana – io – ha già cominciato a fare senza aiuti. Sulla sua pelle.

Venite a trovarmi, venite a conoscere questo angolino d’Africa, questo microcosmo che contiene grandi insegnamenti. Non solo scoprirete un mondo, trascorrerete giorni di immersione nella vita, ma comincerete a pensare in modo diverso.

Aiutatemi a casa mia, in realtà aiuterete voi stessi. Qui da me ascolterete storie, come si faceva un tempo, alla luce della luna. E non sono storie da riviste patinate, non sono storie da consumare in fretta sui social. Non sono storie e racconti costruiti sulla base di pregiudizi e luoghi comuni sull’Africa. Sono le mie storie. Storie vere. Sofferte, vissute davvero. E per questo preziose.

Vi aspetto al Wild Camp Ghana. Vi aspetto in Ghana. Vi aspetto nella mia vita. Senza protezioni, senza pudori, senza bugie opportunistiche.

E venite anche voi dell'”aiutiamoli a casa loro”. Forse capirete perché ognuno ha il diritto di trovare la sua strada, di cambiare Paese, di mettere a frutto le proprie potenzialità, di vivere la sua vita come meglio gli aggrada. Proprio come a noi occidentali è concesso. Diritto di cui a tutti i costi vogliamo privare gli altri.