Aeroporti, corruzione e accoglienza

Siamo arrivati. Siamo in Italia. Non è stato facile. O almeno, tutto era in regola per Yaw (o Roland, che è il nome occidentale che precede quello ghanese). Ma ovviamente bisogna fare i conti, sempre con l’invidia, la tracotanza, la corruzione dei ghanesi. E il settore dell’Immigration è il peggiore tra tutti, almeno nella mia esperienza. Quando mi hanno dato la residenza permanente sono stata felice soprattutto per questo motivo: non avrei avuto più a che fare con loro. Macché.

È cominciata già al momento di mettere piede in aeroporto ad Accra, dove il primo controllo chiede a Yaw il biglietto – a me no, naturalmente. Poi il passaporto, e ok. Poi la “perquisizione” che per lui è doppia e poi tripla con la richiesta – ovvio – di togliere il berretto. E certo, tra i dreadlocks chissà quanta marijuana stava nascondendo. Poi, ancora, “no, non puoi entrare devi aspettare fuori, il tuo volo è tra molte ore” E lì intervengo “no, noi entriamo e aspettiamo dove ci pare“.

Il peggio doveva ancora venire: il passaggio finale, quello quando poi arrivi al gate e ti imbarchi. “Dove stai andando? Perché? Stai mentendo. Vieni con me“. Io divento una belva, Yaw conosce i suoi e spera che io mi calmi. Il tipo passa il passaporto a un altro che comincia a girarlo e rigiralo tra le mani e poi a guardare il visto in controluce. “Certo, è falso” dico io. (Zitta proprio non ci so stare). Il tipo mi guarda malissimo ed entra in una stanza. Mi lamento con il primo che mi dice “Siedi, qui abbiamo il diritto di fare quello che vogliamo“. Lo so, penso, anch’io vorrei fare quello che voglio, che ora esattamente è darti un pugno sui denti.

L’altro esce: “questo visto non va, non puoi partire“. Ho sentito un gelo e ho immaginato il dolore di Yaw. E poi si lancia in una spiegazione patetica e idiota quanto lui. La foto non era giusta, la luce, il bianco, non era corretto. Io mentre parlava ho girato la faccia dall’altra parte, guardare l’idiozia, l’avidità e l’invidia, tutte nello stesso momento, in faccia a uno richiede sforzo. Ed erano le 3,30 del mattino più o meno E noi stanchi, delusi e consapevoli di quello che ci attendeva. Pagare o restare.  Yaw aveva pochi soldi da parte, gli pesava chiedere a me e senza che me ne accorgessi, ha pagato.  Me lo ha detto dopo. Mi sono arrabbiata, ma sapevo che comunque non c’era scelta.

Poi l’ultimo controllo. Un altro ci riprova dicendo: il tuo non è un cognome ghanese… C’è da ridere se non fosse che è tutto vero. Gli chiede di aprire il bagaglio a mano. “Vuoi aprire il mio bagaglio?” gli chiedo? “Se è tuo perché lo porta lui?” “Perché è più forte” rispondo. Si accontenta della battuta e ci lascia andare.

Ecco, questo è l’immigration del Ghana. Hai avuto la fortuna di conoscere la donna bianca che ti porta in Italia? La devi pagare questa fortuna. La devi pagare a noi che abbiamo il posto fisso, ma i soldi non ci bastano mai, a noi che l’invidia ci rode. A noi che ti abbiamo puntato e ti faremo sudare freddo. Chissà quanti soldi avranno fatto quel giorno così. Anche questo è il Ghana. Lui è rimasto calmo, sottomesso e sorridente. Sì, era il solo modo per uscirne. Per uscire dal Paese. Ma a me rode, la rabbia e la frustrazione sono sempre troppo forti.

Sappiatelo perché la gente cerca di fuggire da questi posti, sappiatelo perché anche se avrebbero la possibilità di pagarsi un biglietto aereo devono affidarsi ai criminali del trasporto sui camion del deserto e sui gommoni del Mediterraneo. Sappiatelo che i diritti non sono uguali per tutti. Sappiatelo che il diritto NON esiste in  queste parti del mondo.

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Il mio passaporto ce l’hai tu, vero? I biglietti. Dove sono i biglietti? Ah, sì, eccoli“. Paura, paura che accada ancora qualcosa. Che qualcuno ti fermi e dica: no, tu rimani qui. E invece voliamo… Troppa stanchezza, troppo stress per gioirne, per lasciarsi andare. A Casablanca è già un’altra atmosfera. Il suo passaporto viene ricontrollato due volte, ma poi è tutto ok.  In volo, occhi ancora sbarrati – nonostante la lunga notte di veglia – ma ci si incomincia a rilassare. E a sorridere. Come quando versa lo yogurt nel caffé credendo che sia latte. E poi la percezione sbagliata dell’immensità dell’Africa quando si stupisce che Accra-Casablanca sia più del doppio che Casablanca-Bologna.

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Aeroporto Bologna, controllo passaporti – “Ciao“.  L:’ufficiale al controllo passaporti accoglie Yaw così. E con un sorriso. Ecco il benvenuto in Italia.  E il suo è stato: grazie. Rivolto a me appena scesi dall’aereo e toccato il suolo italiano. La tensione cala. Anche qui il controllo passaporti prende un po’, ma lui, gentile ci spiega il perché, che è poi il motivo dell’ulteriore controllo a Casablanca. Le impronte digitali non sono registrate, le prende ed è tutto a posto.

Siamo qui. A dispetto di quelle brutte persone che non sanno che provare odio, rancore, invidia. “I neri tra loro non si amano” mi dice spesso Yaw. Lo vedo. Lo sperimento. Ma ora siamo qui. Un sogno, per lui che da quando mi conosce non mi ha mai chiesto di venire in Italia. Eppure, il giorno è arrivato. Goditi questo mondo, Yaw. Tutti si meritano un mondo migliore.

La polizia chiede la mazzetta? Tutto normale

Concussione e corruzione come modelli acquisiti e accettati. Qui in Ghana funziona così. Una delle categorie più corrotte e corruttibili è la polizia (tralasciamo per il momento gli uffici per l’immigrazione).  Il problema è che è tutto normale, e lo è anche per i cosiddetti espatriati.  Sarebbe assurdo in un Paese occidentale leggere consigli e commenti su quanto pagare, come evitare che si esageri nella richiesta, in che modo interagire con la polizia quando ti ferma – quando sei in macchina – per controlli. Qui no, le community online e i gruppi su facebook sono pieni di questo. Bribe self help, lo voglio chiamare.

La polizia prende mazzette da tutti qui, dagli autisti dei tro tro a quelli dei taxi, ma un bianco alla guida del suo Pajero o similari è una pacchia. Pagare è normale, qualcuno – poliziotto o bianco fermato – diventa aggressivo, ma perlopiù la prassi è così consolidata che non ha senso discutere e si preferisce non perdere tempo. C’è chi addirittura giustifica questo atteggiamento: cercano di arrotondare lo stipendio… Ci pensate se tutta la polizia e i vigili urbani del mondo volessero arrotondare il salario così? Ma che razza di scusante è questa. Lo stipendio dovrebbe essere un problema dello Stato, di un Governo che invece sta a guardare e ogni tanto si diletta in proclami pubblici contro la corruzione. La sua ipocrisia è stucchevole, così come l’odio malcelato per i bianchi. O se non odio l’idea profonda che gli obruni sono gente da sfruttare. Tanto loro i soldi ce li hanno.

La verità è che ognuno paga il suo fio, in questo mondo che trova sempre il modo di considerare un altro essere umano inferiore, stupido o un semplice un oggetto. Pagano gli immigrati che cercano un futuro nuovo e più bello attraversando deserti  e mari e pagano i bianchi che cercano anch’essi in Africa occasioni diverse.

Aflao, Ghana: il confine dove si paga il pizzo

Ci sono le leggi, le norme internazionali, gli accordi tra Stati. E poi c’è la legge del più forte. Tra questi – i forti – ci sono impiegati e militari in servizio al confine tra il Ghana e il Togo, ad Aflao. Gente “potente” che decide chi passa e chi no, che decide di fermarti e tenerti in pratica sotto sequestro per ore in attesa del “riscatto”. Il riscatto è la bribe. Pizzo, mazzetta, tangente, come vogliamo chiamarlo.

Il confine segnalato su una mappa.

Ogni giorno, da questo confine entrano ed escono migliaia di persone. La maggior parte è costituita da donne che vanno nel Paese vicino per acquistare merce e cibo che non si trova in Ghana o che in Togo costa molto meno, da rivendere poi nei mercati locali. Ormai la prassi la conoscono e sanno il prezzo da pagare. Per tutti – che siano le donne nei loro abiti tradizionali o ragazzi in cerca di un futuro o uomini d’affari vestiti di tutto punto – la regola è la stessa. Pagare o restare lì bloccati. E a niente serve mostrare il passaporto (chi ce l’ha). “Mangio il tuo passaporto?” è la risposta. Oppure: “vai, vai, tornatene in Ghana, go back”.

Dal 1975 l’ECOWAS garantisce una serie di scambi e relazioni tra i Paesi dell’Africa occidentale. E, non ultimo, garantisce la libera circolazione tra un confine e l’altro dei cittadini dei Paesi aderenti. Non so se alle donne sia chiara l’illegalità che si svolge a loro spese. Di sicuro percepiscono l’abuso che subiscono ogni giorno. Nonostante l’abitudine che lo ha reso una prassi. E nonostante ci sia chi, in possesso del passaporto, le regole le conosce, bisogna cedere perché il gioco sporco è giocato da tutti e nessuno vi si oppone.

Le baguette vengono acquistate a Lomè e rivendute in Ghana. Non un grande guadagno, ma il pizzo va pagato lo stesso.

Che sia sporco questo gioco, gli ufficiali alla frontiera lo sanno. Tutto fila liscio, infatti – a parte le occhiatacce – se un ghanese passa i controlli al confine insieme ad un amico con passaporto europeo. Certo, non c’è ragione per rischiare, di poveri cristi in fila per passare dall’altra parte ce ne sono tanti. Si parte al mattino, si torna – di solito – nel tardo pomeriggio. Così ogni giorno. Aflao è la porta verso Lomè, unica capitale che si trova appena varcato un confine. Un luogo che, per moltissimi ghanesi che vivono di commercio, è una grande opportunità. Una piccola eldorado. Facile da approcciare, anche perché il gruppo etnico-linguistico predominante in Togo, gli Ewe, è anche quello di tutta l’area della Regione del Volta in Ghana.

Ci si muove da una parte, ma anche dall’altra. Allo stesso modo, infatti, i togolesi, usano il confine di Aflao per cercare opportunità nel, più grande, Paese vicino. Libero scambio, libero commercio, liberi spostamenti. Almeno così assicurano gli accordi tra gli Stati. Non l’avidità degli uomini.

La pressione, dalla parte ghanese, esiste ma sembra essere meno aggressiva e “formalizzata”. Eppure, si tratta di apparenza, un sospiro di sollievo prima di tuffarsi nella realtà del Ghana. Qui, il livello di corruzione è elevatissimo. Nella specifica classifica redatta ogni anno, ci sono Paesi instabili, in situazioni di conflitto o con una condizione economica molto critica, che hanno nel continente performance peggiori che in Ghana. Ma di queste classifiche la popolazione che più subisce vessazioni che da sempre fanno parte della vita quotidiana, non sa nulla. Vive, invece, una costante violenza e percepisce come ostile un Governo e un apparato politico che, a considerare i risultati, chiude un occhio – e anche due –  su “abitudini” ormai consolidate. Nonostante se ne parli su giornali, radio e tv praticamente ogni giorno – alla stregua di chiacchiere da bar – la corruzione resta, radicata nella società come un qualsiasi costume locale.

E  proprio a nulla, o quasi, sono servite iniziative e Commissioni ad hoc, istituite negli anni.Corruzione ai livelli alti e nella vita quotidiana. E anche in questo caso, tra i più corrotti sono additate le forze dell’ordine. Non c’è una sola volta che non capiti – per esempio – che un tro-tro o un taxi vengano fermati per “controlli”. La reazione è sempre la stessa: banconote fatte scivolare dall’autista nella mano dell’agente di turno. Un tro-tro è il principale mezzo di trasporto privato, visto che il trasporto pubblico, il Metro Mass è così scarso. Potrebbe contenere 13, 14 persone compreso l’autista. Ma quasi sempre ne contiene molti di più, per non parlare della merce e, a volte, degli animali.

I tro-tro sono i mezzi di trasporto più utilizzati in Ghana. E gli autisti i più vessati dalla polizia.

Spesso le condizioni del mezzo implicherebbero il suo “riposo” in una discarica per auto, e spesso le performance dell’autista sarebbero (in Europa) da ritiro della patente o, perlomeno, multe salate. Ma qui la sicurezza è facilmente barattata a poco prezzo. E alla luce del sole. Tutti lo sanno, tutti lo vedono, tutti lo criticano. Tutti subiscono.

Un amico è solito ripetermi “Africans are enemies to their own brothers”. Gli africani sono nemici dei loro stessi fratelli. Non oso contraddire.

[Pubblicato su Voci Globali]