Dal Ghana in Italia: 5.636 nel 2016, ma migrare è ancora un diritto negato

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Foto di ©Antonella Sinopoli

Il diritto alla partenza è sacrosanto. Io la penso così. Se io posso, anche gli altri devono – dovrebbero – avere la possibilità di farlo. Anche se non fuggono da guerre e torture.

Nel 2016 – leggo su Quartz – i ghanesi arrivati in Italia, non con un aereo di linea… , sono stati 5.636, il 27% in più dello scorso anno. 823 è il numero di quelli arrivati dall’inizio di quest’anno, fino ad aprile.

Ma perché questa gente lascia un Paese pacifico e, a modo suo, accogliente? Semplice: per cercare un futuro migliore, per crescere, per migliorare, per poter un giorno dire “ce l’ho fatta!“.

Migrare è un diritto che si cerca di scongiurare a tutti i costi. Quando si tratta degli altri però, non di noi.

Tutti i giovani pensano all’emigrazione come principale scopo della vita. Si tratta di un pensiero profondamente radicato nelle loro menti” dice Delali Margaret Badasu, direttore al Centro per gli studi sulle migrazioni dell’Università del Ghana.

Una cosa interessante, a cui si fa sempre poco cenno, è che a restare sono i più poveri, i più disperati, quelli per i quali mettersi in viaggio non può che restare un sogno, seppure hanno il coraggio di sognare…

A partire o a pensare di farlo sono coloro che sono riusciti a mettere qualche soldo da parte, che spesso hanno l’appoggio della famiglia – che poi si aspetta di essere aiutata da chi è arrivato in Europa –  che magari hanno qualche attività, come Sampson, nel cui pezzo si racconta la storia.

Lui proviene da una famiglia di allevatori di polli in una regione del Paese che non è certo la più povera, Brong-Ahafo. Ma le prospettive di crescita e miglioramento sono così scarse che partire – per sé e per la famiglia appunto – è un richiamo troppo forte. Soprattutto quando gli affari non vanno per niente bene.

Che fare? Fermare queste persone? Privarli di sogni, speranze e possibilità di successo? Sì, questo è quello che in molti vogliono fare.

Lo scorso anno, proprio nella regione di Brong-Ahafo, a Sunyani, è stato aperto un Centro informazione per le Migrazioni sovvenzionato dall’Unione Europea. Un po’ di quel denaro dato dall’UE a questi Paesi per bloccare i flussi migratori. Nel sito si legge che l’obiettivo è fornire tutte le informazioni necessarie per una migrazione regolare. Come se questa gente non sapesse cosa occorre.

Bene, una migrazione regolare vuol dire riuscire ad ottenere un passaporto e poi un visto, ad acquistare un biglietto aereo e trovare qualcuno che ti faccia lavorare. A queste prospettive – tutte difficilissime – si preferisce il deserto, poi la Libia, poi il Mediterraneo…

Rischiare e tentare la sorte è a volte l’unica prospettiva, perché, come dice Sampson: “Se vai ad Accra non c’è lavoro, se vai a Kumasi non c’è lavoro. Così l’unica opzione per una vita migliore è cominciare il viaggio verso l’Europa“.

 

 

Aburi garden, piante e alberi per sognare e respirare

Una volta c’erano immense foreste – e chi frequenta il continente sub-sahariano sa quanto sia immenso il problema della deforestazione. Oggi ci sono i giardini. Spazi delimitati dove concedersi il lusso dei profumi, dei colori, del verde, della natura.

Bisognava conoscere Accra qualche decennio fa per fare il paragone con quella di oggi. A me la raccontano quella di ieri, molti con nostalgia e rimpianto. Era verde, bella, spaziosa, ariosa, e quando il caldo era troppo gli alberi maestosi e centenari offrivano ristoro. E riparo. A chi voleva riposare, a chi non aveva una casa, anche a chi veniva sorpreso da un temporale (questo non era molto sicuro, dopotutto)

Ora è cemento, cemento, cemento. E caos, e al caldo e alla stanchezza non c’è sollievo.

Così sono tante altre capitali africane, molte cresciute velocemente ma anche, spesso, senza criteri e senza rispetto per l’ambiente.

E allora ci sono i parchi e i giardini. Il più noto in Ghana è Aburi – Aburi Botanical Gardens – a circa tre quarti d’ora dalla capitale.  La storia di questo parco risale all’epoca coloniale, quando i britannici si dettero da fare per la realizzazione di questo sito che prese vita in questo luogo probabilmente perché vi sorgeva un sanatorio, fatto sempre costruire dal governo coloniale.

Vi sono custodite specie anche rare, come l’albero di cotone di seta (?), silk cotton tree, che pare sia l’unico sopravvissuto della foresta originale ed è uno degli alberi più alti dell’Africa occidentale, con una circonferenza che varia da 5 a 7 metri  un’altezza di 48 metri.

Attraversare questo giardino vuol dire in qualche modo lasciare fuori il presente, per immergersi nella vita e nel respiro della natura che, nonostante tutto, resiste.

A questo link altre informazioni e l’elenco di alcune delle piante che vi sono custodite.

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Credit: TouringGhana

Salutiamoci in “africano”

Una delle cose più divertenti – ma anche più irritanti – è quando mi chiedono se, vivendo in Ghana, ho imparato a parlare africano. A volte taccio, a volte sorrido, a volte mi incazzo per tale ignoranza, a volte cerco di spiegare che… l’africano (come lingua, è chiaro) non esiste.

In Africa – si sa 🙂 – si parlano oltre 1500 lingue diverse. In Europa le più parlate sono appena 10 (e il tedesco è la prima, dice Wikipedia). In Europa ci sono 743.1 milioni di persone, in Africa 1 miliardo 216 milioni. La vogliamo chiamare ricchezza culturale? O cosa? (Spazio ai detrattori…)

Di queste 1500 lingue, o anche 2000 secondo gli studiosi, ecco la lista delle 10 più parlate – ci sono anche quelle dei colonizzatori, ovvio -. Oltre all’inglese, all’arabo, francese e portoghese: swahili, amarico, yoruba, oromo, hausa, igbo, isiZulu, Shona.

In questo articolo sono stati raggruppati video con i saluti in queste lingue principali. (Io, nei video inseriti, mi sarei risparmiata il portoghese e il francese. Che senso ha? Allora aggiungete anche inglese e arabo, no?)

Come (non) avrete notato non c’è l’Ewe, che è la lingua che si parla dove vivo. Si parla nella regione del Volta e nella parte Sud del Togo. È una lingua che a me piace, la trovo musicale, soprattutto quando a parlarla è qualcuno di mia conoscenza 🙂 ma secondo gli stessi ghanesi è quella più difficile e pochi – a parte gli Ewe – riescono ad impararla. Io presumo che sia anche – e soprattutto – perché i ghanesi delle altre etnie non ne hanno nessuna voglia e ci sia un certo senso di superiorità.

Io però i saluti in Ewe in rete li ho trovati. Non ci capirete, e non memorizzerete, granché probabilmente, però… eccoli qui!

Ghana, 110 tra ministri e sottosegretari per 28 mln di abitanti

Al solito, se l’avete perso su Voci Globali, ve lo ripropongo qui. Buona lettura (e buone riflessioni).

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Il Ghana sta forse vivendo il periodo più difficile della sua storia democratica. E questo proprio nell’anno del 60esimo anniversario dell’indipendenza. Non si tratta di attentati alle Istituzioni o rischio per la sicurezza e le libertà civili. Si tratta semplicemente di quello che molti nel Paese considerano un feroce abuso di potere che è facile abbia ripercussioni nelle decisioni per il Paese e nella qualità di queste decisioni e nell’economia dello Stato.

Logo per il sessantesimo anniversario delli’Indipendenza

Passiamo ai fatti. Fatti che hanno un numero, 110. Tanti sono i ministri e sottosegretari che Nana Akufo Addo, uscito vittorioso dalle presidenziali del dicembre 2016, ha nominato. In un Paese che conta circa 28 milioni di abitanti.

Un numero al di sopra di ogni media e di ogni necessità, come si commenta nel Paese. Si tratta di un “family and friends’ government” – il Governo di amici e parenti – come è stato ribattezzato sia da parte della stampa che dalla gente della strada. Quella che non ha votato NPP, il partito del presidente. Anche se – a dire il vero – non pochi ex sostenitori stanno criticando il “loro” presidente in quello che, vista dal di dentro, viene considerato il prezzo che Akufo Addo deve pagare a coloro che lo hanno accompagnato nella campagna elettorale, ma soprattutto che hanno investito su di lui per tre tornate elettorali.

Nana Akufo Addo si era già infatti presentato due volte, ogni volta battuto dall’avversario dell’NDC – l’altro partito forte del Paese. Alla terza ce l’ha fatta, ma questa vittoria non poteva non portare conseguenze in termini di “ringraziamenti”.

Una cosa che però, in questa misura, non si era mai vista prima, probabilmente in tutto il continente africano.

Il primo Governo di Kwame Nkwrumah – il padre dell’indipendenza ghanese – aveva contato 41 ministri. L’amministrazione precedente ad Akufo Addo, guidata da John Mahama dell’NDP – che si è tra l’altro distinta per i numerosi rimpasti di Governo – nell’ultima fase aveva 78 ministri compresi quelli rappresentanti le singole regioni. Il massimo era stato raggiunto da un altro presidente NPP, John Kufuor, al governo dal 2000 al 2004 con 96 ministri.

Insomma si tratta del Governo più numeroso della Quarta Repubblica Ghanese, dalla nuova Costituzione emanata nel 1992.

Ed è logico fare comparazioni con altri Stati africani, bel più popolosi: la Nigeria, per esempio, 173.6 milioni di abitanti ha 36 ministri, più naturalmente un vicepresidente; l’Etiopia – secondo Paese più popolato dell’Africa Sub-Sahariana dopo la Nigeria – conta 19 ministeri oltre 22 Agenzie e Authorities.

Nana Akufo Addo
Il presidente eletto nel dicembre scorso, Nana Akufo Addo

A questa particolare faccenda si aggiungono altri scandali e imbarazzi per il nuovo Governo ghanese. A cominciare dal giorno dell’insediamento quando il presidente ha pronunciato frasi prese qua e là da discorsi di due presidenti statunitensi, Bush e Clinton. Da qui l’accusa di plagio.

Si è continuato con il grande dispendio di mezzi ed energie per il 60esimo (ma questo era ovvio e atteso). Poi è venuta fuori la proposta di usare l’Heritage Found – che rappresenta il 9% degli introiti della vendita del petrolio – per implementare la politica dell’educazione gratuita per i ragazzi che frequentano la Senior School (la scuola superiore per accedere al diploma). Politica bollata dalla minoranza come “inconcepibile e fatale” per il futuro del Paese.

E ancora, la nomina al ministero del Turismo, Cultura e Arti creative di Catherine Afeku, che si è scoperto non aver fatto l’anno di sevizio civile obbligatorio previsto al termine del ciclo di studi, servizio senza il quale – a detta di legge – non è possibili accedere a certe cariche pubbliche.

Per non parlare delle presunte mazzette promesse dal ministro dell’Energia, Boakye Agyarko ad alcuni membri della Commissione parlamentare per facilitare l’approvazione della sua nomina a ministro.

Il neo ministro dell’Informazione, Mustapha Hamid, ha tenuto a specificare:

Siete al corrente che la Costituzione ghanese del 1992 all’articolo 78, comma 2 riconosce al presidente la facoltà di nominare tale numero di ministri (110) secondo quanto ritiene necessario per governare in modo efficiente?

Peccato però che nella Costituzione non sia indicato un numero così alto di ministri e sottosegretari, e peccato, soprattutto, che non ci sia riferimento alla questione morale di gravare con così tanti uffici e funzioni sulla spesa pubblica.

Naturalmente si difende lo stesso Akufo Addo, secondo cui si tratta di un “investimento necessario per il Paese”. Alcuni ministeri sono stati smembrati e quindi hanno dato vita a un diverso ministero – per esempio Water Resources Works and Housing ne hanno formati due: Works and Housing e Sanitation and Water Resources. Alcuni sono nuovi ministeri come quello della Programmazione. Ma ciò che ha creato più sconcerto è il numero elevatissimo di sottosegretari. Alcuni ne hanno addirittura tre, come il ministero dell’Informazione, quello del Governo locale e Sviluppo Rurale, quello dell’Energia, del Cibo e Agricoltura, delle Finanze.

Chi pagherà questo esercito di ministri e sottosegretari? Ovvio che la domanda è superflua. Secondo l’Indipendent le cifre minime per le alte figure di Governo si aggirano intorno ai 4000 dollari a cui vanno aggiunti una serie di benefit: almeno due auto, rifornimento gratuito, la casa, libero accesso a servizi come le cure mediche e la protezione personale. Ma non si capisce se sia incluso l’aumento del 10% e altri emolumenti, in arrivo dopo i riordini di spesa e gli adeguamenti annuali.

Sappiamo, conoscendo il Paese, che tutto questo diventerà normalità, dopo giorni di prime pagine dei giornali, di critiche e dibattiti. Resterà il disagio di far fronte a un Governo elefantiaco, a spese fuori budget, a un tipo di amministrazione che deve rispondere di troppi sospetti di nepotismo.

Aiutiamoli a casa loro. Buona idea, potete cominciare da me

Aiutiamoli a casa loro”. Essì, si può essere anche d’accordo. Seppure questo concetto di “aiuto” comincia a risultarmi molto, ma molto ostico. E improprio. Improprio come tutto quello che c’è dietro “l’industria dell’aiuto.

Ma andiamo con ordine – anche se mi è difficile perché i pensieri che si connettono e corrono dietro quest’unico concetto sono tanti. Chi vuole “aiutarli a casa loro”? Di solito – mi sforzo di non generalizzare – ONG e Associazioni che hanno tutto da guadagnare nel “mercato degli aiuti”; razzisti e populisti – dài come si fa a non generalizzare in questo caso… mica posso nominarli uno ad uno, elenco troppo lungo…; persone che viaggiano poco, e se e quando sono viaggiatori mordi e fuggi, che la vita quotidiana e reale dei luoghi visitati manco la toccano di striscio. Sì, io credo che ci siano determinate categorie che rientrano nell'”aiutiamoli a casa loro”.

Ma questo “aiutiamoli a casa loro” quanto serve a “loro” e quanto serve invece agli altri? A noi? Mi si deve ancora convincere che le cose si fanno per nulla, c’è sempre una motivazione: da quella pura di “aiutare chi è più sfortunato di noi” a quella che “è un lavoro come gli altri” mascherato però da buonismo. Ma il problema, ripeto, è cui prodest? A chi giova?

Se c’è una cosa che mi fa sempre più rabbia da quando giro l’Africa e vivo in uno dei suoi Paesi è vedere tanti bei progetti falliti, imposti, irrealistici. Progetti voluti e finanziati da fondi che arrivano dall’Occidente – ONG, Agenzie varie, piccole associazioni -. Progetti, solo qualche volta sollecitati dalle comunità locali, che dopo un po’ li abbandonano o li distruggono (non volutamente, ma per mancanza di cura e interesse).

Perché sprecare tante energie e tanto denaro?

È vivendo qui che il mio mantra personale si contrappone all'”aiutiamoli a casa loro”.

Il mio mantra è “lasciamoli fare da sè”. Smettiamola di volerci occupare “a tutti i costi” dell’Africa, smettiamola di volerla salvare o di far finta di farlo (salvar da cosa, poi?), smettiamola con questo odioso paternalismo. Chiamiamo le cose con il loro nome e ammettiamo che siamo qui per prendere prima che per dare.

Io ci sono venuta per prendere, per esempio. Per prendermi un pezzo di vita, per costruirmi una parte di vita. Così come piaceva a me. Ma la lotta quotidiana qui rimane per me la sfida da affrontare, perché non è concepibile che un bianco abbia necessità e bisogni.

Un bianco è qui per dare, non per ricevere. Anche se prende a piene mani.  È  questo che abbiamo inculcato in secoli di paternalismo.

Che paradosso, vero? Come è un paradosso che sia qui da un lato per “aiutare” popolazioni locali e dall’altro mi trovi sola a lottare contro sistemi e burocrazie ghanesi che complicano così tanto la vita da farti pensare di desistere ad ogni istante. Se non fosse che niente e nessuno riesce a farmi desistere dalle sfide.

Sembra una condizione illogica la mia: da un lato presiedo un’Associazione che realizza progetti qui in Ghana, dall’altro critico chi lo fa. E poi c’è la parte che si sfianca ogni giorno per costruirsi un futuro attraverso ostacoli e barriere.

No, non è illogico. Non ho mai avuto idee più chiare da quando sono qui, alla faccia di chi progetta grandi cambiamenti per l’Africa a tavolino. Non ho mai capito meglio cosa voglia dire stare dall’altra parte della barricata: quella dove sei solo e devi cavartela. Non ho mai sviluppato meglio il concetto di “aiutiamoli a casa loro”.

Certo, la mia condizione non è equiparabile a un africano che senza arte né parte e passando da un deserto e prigioni e vessazioni varie arriva in Europa. Ma sono una donna che da sola e con un budget ristrettissimo è venuta in Ghana e ha cominciato la sua avventura. Qui ho trovato razzismo, burocrazie e ufficiali di governo pronti a abusare del loro potere. Qui, esausta, ho pagato bribe per avere quello che mi spettava. Ma il più delle volte non l’ho ottenuto. Qui ho anche apprezzato chi mi ha indirizzato verso le strade giuste e consigliato. Qui devo dire grazie agli amici italiani che mi hanno sostenuta, nonostante pensassero che fossi un po’ folle.

La cosa più strana per me era vedere crescere progetti finanziati dall’Associazione che in Italia rappresento e lottare e disperarmi perché per il mio progetto di vita dovevo fare da sola e persino combattere questa gente che voleva, e vuole ostacolarmi.

E allora? Qual è il senso di queste mie parole? Che non esistono sogni senza lotta. Non hanno senso idiote chiusure di frontiere. E nello stesso tempo non hanno senso aiuti paternalistici, erogati senza controllo e soprattutto senza conoscenza dei territori.

E non ha senso continuare a dire “aiutiamoli a casa loro”. Chi? Chi vogliamo aiutare? Io opterei per quelli che hanno volontà di progredire. Per quelli che puoi osservare crescere perché sei con loro a osservare questa crescita. Per quelli che invece di sedersi ed aspettare cominciano ad aiutarsi tra loro. E per loro stessi.

Quindi, se volete, potete contribuire a sviluppare quello che questa italiana in Ghana – io – ha già cominciato a fare senza aiuti. Sulla sua pelle.

Venite a trovarmi, venite a conoscere questo angolino d’Africa, questo microcosmo che contiene grandi insegnamenti. Non solo scoprirete un mondo, trascorrerete giorni di immersione nella vita, ma comincerete a pensare in modo diverso.

Aiutatemi a casa mia, in realtà aiuterete voi stessi. Qui da me ascolterete storie, come si faceva un tempo, alla luce della luna. E non sono storie da riviste patinate, non sono storie da consumare in fretta sui social. Non sono storie e racconti costruiti sulla base di pregiudizi e luoghi comuni sull’Africa. Sono le mie storie. Storie vere. Sofferte, vissute davvero. E per questo preziose.

Vi aspetto al Wild Camp Ghana. Vi aspetto in Ghana. Vi aspetto nella mia vita. Senza protezioni, senza pudori, senza bugie opportunistiche.

E venite anche voi dell'”aiutiamoli a casa loro”. Forse capirete perché ognuno ha il diritto di trovare la sua strada, di cambiare Paese, di mettere a frutto le proprie potenzialità, di vivere la sua vita come meglio gli aggrada. Proprio come a noi occidentali è concesso. Diritto di cui a tutti i costi vogliamo privare gli altri.

Ghana, uno sguardo sul futuro. Intanto, happy birthday!

Il numero di Africa Rivista di marzo ha dedicato la copertina al Ghana con un mio articolo, in occasione del sessantesimo anniversario dell’indipendenza del Paese. Una bellissima impaginazione accompagnata dalle belle foto di Gabriele Cecconi.

Una serie di tagli hanno però tolto ritmo al reportage e purtroppo generato delle inesattezze. Ve lo propongo nella stesura originale, completo del box dedicato al web 2.0.

Manchi solo un paio di mesi e devi abituarti a paesaggi diversi. I paesaggi urbani di Accra. Una sopraelevata in costruzione da anni e che trovi conclusa e super illuminata; nuovi e lussuosi edifici che svettano nel cielo chiarissimo di questo periodo dell’anno; artisti di strada che “decorano” muri altrimenti brutti e desolati. E ancora mall pieni di gente, grandi magazzini e negozi di marche europee che sanno di trovare qui un mercato in espansione. La classe medio alta ghanese non invidia nulla alla categoria degli espatriati, il potere d’acquisto per entrambi è ormai allo stesso livello.

Il biglietto da visita del Ghana è questo: una capitale frenetica e in marcia verso il futuro. Una capitale di circa 4 milioni di abitanti a cui si aggiungono almeno un paio di milioni di commuters fino al week end. Gente che dalle “periferie” si riversa in quella che è un po’ considerata la mecca degli affari. Piccoli e grandi.

L’aria di rinnovamento e di fiducia ha coinvolto i ghanesi che ancora una volta hanno potuto con orgoglio rivendicare una lunga tradizione di pace e democrazia. Le ultime elezioni presidenziali e parlamentari tenutesi nel dicembre 2016, sono state nuovamente portate ad esempio dalla stessa stampa africana. Esempio di alternanza e di consultazione pacifica. Alternanza regolare ormai da decenni tra i due maggiori partiti, l’NDC (National Democratic Congress) e l’NPP (New Patriotic Party).

Una maturità di cui vanno fieri leader e cittadini comuni. Toccherà a Nana Akufo-Addo (NPP) che si è assicurato il 53,8% dei voti battendo il presidente uscente John Dramani Mahama, portare avanti una nazione dalle immense potenzialità ma che negli ultimi anni ha subito una certa battuta d’arresto, nonostante i successi degli investitori e l’espansione delle grandi metropoli. Oltre ad Accra, la capitale, Kumasi – anch’essa importante centro commeriale – Tema e il suo porto considerato tra i più grandi e attivi del continente, e soprattutto Takoradi che ha la fortuna di essere sulla linea delle piattaforme petrolifere off shore.

È stato proprio il petrolio a far schizzare il PIL del Ghana nel 2011 al 15%, la migliore performance quell’anno a livello mondiale. Un vantaggio di cui però le politiche economiche non hanno saputo approfittare. Solo 4 anni dopo, nel 2015, il PIL era sceso a meno del 4%. Anni duri questi ultimi per la popolazione, che ha visto l’inflazione salire a picchi vertiginosi, fino al 18%, mai registrati in passato.

Anni duri per i giovani – basta guardare alle cifre fornite dalla World Bank secondo cui è senza lavoro il 48% della popolazione tra i 15 e i 24 anni. Ogni anno solo il 2% viene assorbito nel settore formale, mentre il 98% trova “alternative” in quello informale. Anche se per fortuna aumenta il numero di occupati in aziende estere o a capitale misto. A trainare l’economia di questo Paese è ancora l’agricoltura – dove è impegnato il 44.7% della popolazione e il settore dei servizi per il 41%.

Hanno fatto dunque gioco le promesse di Akufo-Addo di aprire un’industria per ognuna delle 10 regioni del Paese (l’industria occupa solo il 14.4% della popolazione). E in ogni distretto. Come ci possa riuscire non è dato saperlo ma – i ghanesi lo sanno bene – promettere non costa nulla. E neanche sperare.

Eppure il Paese ha ricevuto notevoli risorse negli ultimi anni, sia dal Fondo Monetario Internazionale che dalla World Bank. E fu il primo ad emettere, nel 2007, titoli di Stato per un valore di 750 milioni di dollari. Un impegno rivelatosi un boomerang visto che le richieste sono state 4 volte superiori al previsto. Quindi – per ripagare i creditori – via a misure di austerità, come l’aumento delle tariffe elettriche del 60%, delle accise sui prodotti petroliferi e la revisione dell’esenzione fiscale per le aziende. Per non parlare dell’aumento di tutti i prodotti primari venduti ogni giorno nei mercati locali.

Chiaro che i cittadini abbiano scelto un cambio di rotta. Indolore come avviene ormai da anni – l’ultimo colpo di Stato militare risale al 1979 con il generale Jerry John Rawlings. “Se fossimo stati come gli altri – mi dice un amico mostrandomi la villa ad Accra dell’ex generale-presidente – lui e la sua famiglia non vivrebbero qui tranquilli, avrebbero subìto ritorsioni, sarebbero stati uccisi”.

Proprio così, se c’è una cosa che – per fortuna – sembra mancare in questo Paese, è l’idea di vendetta. L’unità, quella sì, ha sempre prevalso. Quell’unità sognata e messa in pratica da Kwame Nkrumah.

Panafricanista convinto e attivo, il primo presidente del Ghana rimarrà legato per sempre alla data dell’indipendenza di questo Paese, 6 marzo 1957. Il primo dell’Africa Sub-Sahariana ad affrancarsi dalla colonizzazione, il primo sotto i riflettori del mondo quel giorno di 60 anni fa. C’erano i Capi di Stato di tutto il mondo, compresa – naturalmente – una giovane Regina Elisabetta II.

Si chiamava Gold Coast, allora, questo territorio della corona britannica affacciato sul Golfo di Guinea. Nkrumah volle che – da libero – portasse il nome di un impero antichissimo, il Ghana appunto, che nel Medioevo africano aveva occupato un territorio compreso tra il Mali e la Mauritania.

Panafricanismo per Nkrumah – che aveva studiato e apprezzato i discorsi di Aimé Cesaire, Marcus Garvey e W.E.B. Du Bois – non era utopia e anzi andava applicato prima di tutto a livello locale. Per questo tentò di eliminare a tutti i costi il tribalismo a favore dell’idea di nazione e unità. Alla fine del ‘58 il Governo emanò una legge che vietava la propaganda “razziale” e religiosa. “Qui è difficile che scoppino eventi clamorosi – mi dice un altro amico – i matrimoni intertribali sono all’ordine del giorno e sarebbe impossibile per noi combatterci in famiglia. Noi il tribalismo riusciamo a controllarlo”. E per matrimoni misti – o interrazziali, come il mio amico ha detto – si intende un Ashanti sposato con una Ewe, un’Ewe sposata con un Ga, una Fanti sposata con un Ashanti e via discorrendo.

Quando si parla di rinascimento africano il Ghana è lì a fornire esempi e potenzialità: università – come Ashesi University – aperte da privati per formare la futura classe dirigente e in cui trenta Paesi africani sono rappresentati tra gli studenti; una stampa libera e indipendente da sempre, ricordo che la prima agenzia di stampa, la Ghana News Agency, fu fondata nel 1957; imprenditori e professionisti che tornano dall’estero per investire nel proprio Paese. E una gioventù che, nel settore privato imprenditoriale, ma anche artistico, sta dimostrando un’originale vitalità.

Sono molti i fattori a favore. Eppure troppi ancora i problemi che bloccano uno sviluppo equo e duraturo.

Con un reddito medio pro-capite annuo pari a 1.800 dollari, uno dei più bassi al mondo, il Ghana rimane un Paese dalle disparità enormi. Dei 28 milioni di abitanti, il 49.96% vive nelle aree rurali, ma proprio queste aree e le economie correlate sono quelle più trascurate. Commercio,  pesca e agricoltura danno lavoro (informale) alla gran parte della popolazione, che però sopravvive dell’attività giornaliera di sussistenza.

Ancora al di sotto delle potenzialità sono le industrie legate alla lavorazione del cacao (di cui il Ghana è secondo produttore al mondo) e dei pomodori che rispondono al fabbisogno locale, ma potrebbero costituire un margine di investimento molto più alto. Pensare che molti giovani ghanesi si sono ritrovati curvi a raccoglierli nelle campagne del Sud Italia, vittime del caporalato.

L’agricoltura, dunque, potrebbe essere sostenuta, i piccoli villaggi di pescatori assistiti. Ma anche le miniere d’oro – note come Galamsey in Ghana – sarebbe bene fossero controllate anziché svendute e lasciate all’uso illegale da parte di compagnie, o anche privati, cinesi.

Le denunce da parte delle popolazioni locali – legate anche alla distruzione del territorio – sono state tante. Le azioni che se ne sono seguite inconsistenti, a parte ogni tanto dei rimpatri forzati. Del resto i Governi hanno sempre adottato la tecnica del lasciar fare e chiudere un occhio con la Cina, che qui ha finanziato e costruito un bel po’ di scuole, ospedali e infrastrutture, come dighe e strade (compresa quella che collega Accra a Kumasi) e persino il National Theatre, fiore all’occhiello del Paese per il livello degli spettacoli e produzioni artistiche che ospita.

E se i villaggi e i suoi abitanti sembrano vivere una vita scollegata dai grandi eventi e ambientazioni in stile europeo delle grandi città, lo stesso accade per slum e suburbi della capitale. Come Nima, area residenziale ma dove c’è anche la più grande baraccopoli della città, la zongo area. In mezzo a sporcizia di ogni tipo e scarichi maleodoranti. Abitato in massima parte dalla comunità musulmana, lì proprio a due passi è sorta la più grande moschea dell’Africa occidentale, finanziata dal Governo turco e realizzata come copia perfetta della Moschea Blu a Istanbul.

L’altra grande vergogna di questa capitale – vergogna che va divisa in parti uguali con i Paesi europei – si chiama Agbogbloshie, o meglio Sodoma e Gomorra, come è nota quaggiù. Si trova in una zona neanche tanto periferica della città ed è conosciuta come la più grande discarica di materiale elettrico di tutto il continente. Qui – dai porti occidentali – arrivano pc dismessi, frigoriferi, telefonini… Notte e giorno persone di ogni età, anche bambini, stanno a ricavarne tutto quello che possono per poi rivenderlo. A mani nude, bruciando materiale chimico pericoloso e letale. Vengono soprattutto dal Nord, dove la disoccupazione e la mancanza di prospettive è ancora maggiore che altrove.

Come dal Nord arrivano le kayayo, ragazze e donne giovanissime, il cui lavoro è portare chili e chili di pesi sulla testa da un mercato all’altro al servizio di qualcuno e per pochi pesewas. Per loro la schiavitù non è mai finita.

L’impressione, allora, è che sembri mancare una visione politica e di investimento nella lotta alla povertà e alla disoccupazione. E il gap tra i villaggi rurali, la fascia costiera o lungo le sponde del Volta e i grandi centri rimane enorme. Due Paesi diversi – le città e le aree rurali. Al boom di Internet e degli smartphone si accompagna un dato: 7.3 milioni di persone senza elettricità, ma anche una connessione lenta e frustrante per chi è collegato in affari con il mondo.

Alla frenesia di nuovi shop o imprese estere – moltissime anche le italiane soprattutto nel settore dell’edilizia – si contrappone un 44% di popolazione al di sotto dei 15 anni impegnata in lavori anche pesanti. Ai 110 mila barili al giorno garantiti dai giacimenti off shore (dove la nostra ENI fa la parte da gigante) fa riscontro uno Stato delle infrastrutture in alcuni casi ferme ancora all’epoca immediatamente successiva all’indipendenza, soprattutto per quel che riguarda strade asfaltate e mobilità.

Però non esistono villaggi senza scuole. La scolarizzazione è tenuta in grande considerazione: scuole primarie e la JHS (Junior High School) sono accessibili anche nelle zone più remote e nei centri più grandi ci sono anche le SHS (Senior High School) che permettono dunque di coprire il percorso fino al diploma senza doversi trasferire nelle metropoli. Gli ultimi dati parlano del 90% dei bambini che frequentano la primaria. Ma la disparità tra ragazze e ragazzi e aree rurali e urbane è troppo ampio. E quindi portare a termine gli studi dipende da dove hai avuto la fortuna di nascere.

Eppure il Ghana crede molto in sè stesso e i ghanesi sono orgogliosi. Te ne accorgi se spingi troppo nelle critiche, compresa quella alla corruzione che qui non è il primo problema ma neanche l’ultimo.

Una volta qualcuno mi ha detto: del Ghana in Italia non si sente parlar quasi mai, non succede niente lì. Se per “succedere qualcosa” si intende guerre, carestie, epidemie, lotte tribali, allora no, non succede niente. Ma qui si sta davvero giocando il rinascimento africano e che avvenga attraverso alti e bassi, successi e fallimenti, visioni giuste o da rivedere, è alquanto normale.

Intanto la nazione celebra e si gode i suoi 60 anni. Nelle scuole – anche in quelle più sperdute nella boscaglia – bambini e bambine, ragazzi e ragazze si sono esercitati per giorni a preparare concerti, parate e discorsi. E la Piazza dell’Indipendenza ad Accra, con il suo Black Star Gate, non è mai stata così colorata, eccitata, gioiosa e ottimista. Tutti uniti a intonare “God bless our homeland Ghana”, l’inno nazionale.

60 anni. I primi di tutta l’Africa. 6 marzo 1957- 6 marzo 2017. Ora è tempo di crescere, di migliorare e, sicuramente, di restare un esempio. Per l’Occidente, ma prima di tutto per l’Africa.

Un 6 marzo della svolta – sperano i ghanesi. Io, alla Piazza dell’Indipendenza ho preferito un piccolo villaggio sulla costa della regione del Volta, Vodza, sobborgo di Keta. I ragazzi della scuola locale stanno intonando l’inno nazionale. Chi lo ha composto, Philip Gbeho, è nato proprio qui.

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È soprattutto in Rete che, negli ultimi tempi, il fermento di questo Paese si è fatto tangibile. Start-up, software, imprese online si sono sviluppate e sono cresciute, tanto da estendersi – in alcuni casi – ad altri Paesi africani e addirittura altri continenti. Complice di questo successo una gioventù – senza distinzione di genere – impegnata a usare Internet con intelligenza, fantasia e, soprattutto, pragmatismo. Insomma la Rete – sembrano pensare molti giovani ghanesi – è un’opportunità che va sfruttata al meglio.

Secondo i dati più recenti dell’Internet World Stats, sono oggi circa 8 milioni i ghanesi connessi alla Rete, erano solo 30.000 nel 2000. Un balzo enorme e c’è motivo di credere che, una volta aggiornati, questi dati riserveranno ulteriori sorprese. L’impulso più forte a creare piattaforme e app lo ha dato soprattutto la diffusione dei telefonini. Nel 2002, solo l’8% dei ghanesi possedeva un cellulare, oggi sono l’83%, con un 51% che naviga attraverso uno smartphone. Tre milioni e mezzo sono registrati su Facebook. E questo boom non riguarda solo le grandi città. Non è difficile, infatti, vedere giovani immersi a interagire sui social o lettura delle news dai loro telefonini, in villaggi isolati chilometri dai primi grandi centri.

Ma entriamo nel concreto. E facciamo qualche esempio. Il Ghana Start-up Award 2016 ha visto la partecipazione di 1000 iscritti, difficile da parte della giuria selezionarne 129, ancora più difficile proclamare i 16 vincitori. Arte, cultura e turismo, Educazione, Tecnologia, E-banking e Salute; ma anche Fashion, Media e Imprese sociali: questi i campi delle nuove e giovani imprese premiate. Che, naturalmente, sviluppano le loro attività soprattutto attraverso la tecnologia digitale.

Come Farmline che grazie al semplice uso del telefonino fornisce informazioni ai piccoli agricoltori riguardo ai prezzi di mercato, al clima, ma anche ai prossimi workshop e training sulla gestione della propria attività. O come ECampus, piattaforma web e disponibile su Android, IOS, etc. che aiuta gli studenti nella preparazione di ogni materia di esame. O ancora MPower, piattaforma e app che consente la gestione di acquisti e pagamenti online con carte di credito ma anche semplicemente attraverso il mobile wallets.

Un altro paio di iniziative che non possiamo fare a meno di citare sono Ashoriba e Mpedigree. La prima è un’app – gestibile anche sul pc come piattaforma – che permette ai fedeli di una data congregazione religiosa di essere aggiornati sulle celebrazioni, di ascoltare in streaming le prediche, di “prenotare” preghiere e persino di pagare la decima senza muoversi da casa, oppure mentre ci si sposta da un posto all’altro della città o del villaggio. A idearla 4 ragazzi usciti dal MEST, alta scuola di tecnologia e incubatore di idee.

Mpedigree, sviluppata da un astrofisico che dopo aver studiato in Inghilterra ha deciso di tornare nel suo Paese, ha un’importante funzione: combattere la diffusione dei falsi medicinali. Attraverso la piattaforma, ma soprattutto un semplice Sms è possibile sapere se il codice sulla confezione corrisponde a un fake o all’originale. Per comprendere il valore di quest’applicazione basti pensare che il mercato dei medicinali contraffatti in tutto il mondo è pari a 400 miliardi di euro annui e che in certi Paesi – come quelli dell’Africa Sub-Sahariana il 30% delle medicine vendute sono contraffatte, comprese quelle per combattere la malaria, ancora la principale causa di morte in questi Paesi. Un esempio da emulare quello di Mpedigree, visto che non opera solo in Ghana ma ha “esportato” l’idea in 12 Paesi africani e asiatici.

Ma il web 2.0 spinge sulle questioni sociali anche sul fronte dell’attivismo. Nel corso dell’ultima campagna elettorale e del voto del dicembre scorso la Rete è diventata mezzo di scambio di idee e informazioni. Con piattaforme – alcune già esistenti, altre nuove – per avere e dare voce alla società civile. Da Odenkro, nata per seguire e verificare le attività dei membri del Parlamento a MyGhanaBudget, per verificare l’allocazione dei fondi e le spese sui progetti. Da Ghana Decides per dare spazio ai giovani nel racconto e le opinioni sulla politica nel loro Paese a PenPlusBytes, nata nel lontano 2001 quando l’ICT era agli esordi, e non solo in Ghana, con lo scopo di usare – e insegnare ad usare – la tecnologia per garantire una good governance. Ghana connected insomma vuol dire questo: creatività, impegno sociale e partecipazione.

La stampa italiana scopre il Ghana. Trionfa l'”helicopter journalism”

Poi arriva un momento in cui questo Paese ti vien voglia di difenderlo. Il Ghana – se non ci vivi da ricco espatriato, e anche in quel caso non è semplice – è un Paese complicato. L’Africa è complicata. Attraente e respingente allo stesso tempo. Un mondo diverso dall’Occidente che l’Occidente vuole a tutti costi controllare e rendere simile a sè stesso. Un mondo diverso dall’Occidente che l’Africa vuole a tutti i costi emulare. Che peccato…

Mi tocca difenderlo, però. Come cittadina, ormai, di questo Paese. E come giornalista che da tempo critica l’helicopter journalism.

Si tratta del giornalismo degli inviati che per tre, quattro giorni – a volte poco più a volte poco meno – arrivano per raccogliere foto, video, interviste e poi costruire un servizio. Il problema è che si arriva qui con già nella testa la storia che si vuole raccontare e come. Si arriva con un pregiudizio già formato, si arriva attraverso contatti che da una parte assecondano la tua storia, in un certo qual modo costruita a tavolino, e dall’altra cercano di raccontarti e farti dire e vedere quello che vogliono.

In questi giorni ho scoperto un interesse – abbastanza insolito sulla stampa italiana – sul Ghana. Presa Diretta, la Stampa, Venerdì di Repubblica. Bene e sacrosanto occuparsi di un’Africa che non sia solo Repubblica Democratica del Congo, Sudan, Burundi. Insomma, un’Africa sub-sahariana che non è guerra, carestie, warlords, genocidi, etc.etc.

L’interesse però nasce da uno scambio di informazioni con giornalisti italiani che probabilmente hanno messo piede in Ghana, e forse nella stessa Africa, per la prima volta. Accompagnati da fonti – dimostratemi che non sono state pagate – in luoghi specifici a dire cose specifiche. E l’immagine che ne viene fuori è la solita. Disperazione, povertà, frotte (immaginari) di neri in partenza per l’Europa.

E allora torna la mia domanda di sempre: se i media mainstream  hanno tagliato su corrispondenti e fonti interne davvero pensate che l’informazione possa essere libera, approfondita, imparziale e soprattutto reale?

Nella presentazione su Facebook della puntata di Presa Diretta dedicata al Ghana leggo: “I contadini scappano dalla fame e dalla disoccupazione e finiscono ad Accra, la capitale, a fare gli ambulanti e a lavorare nella discarica illegale di spazzatura elettronica. Da qui poi partono verso l’Europa”.

Uno: non è la discarica ad essere illegale, illegale è l’arrivo dell’e-waste dall’Europa e dal Nord America in questo Paese, con responsabilità da con dividere tra il Ghana e l’Occidente. Queste persone non sono illegali, loro sopravvivono laddove pochi di noi sarebbero capaci.

Due: Chi vi ha detto che da Agbogbloshie le persone partono per l’Europa? Io ho parlato con tanti di loro e nessuno sta programmando di venire in Europa. A meno che, qualcuno di voi, non sia disponibile a pagargli un biglietto aereo, ovvio…

Alcuni con i NOSTRI rifiuti riescono a racimolare 10, 20 Ghana Cedi al giorno (dai 2 ai 4 euro). Pensate che riuscirebbero mai a mettere da parte 5.000 dollari o più per pagarsi il passaggio nel deserto, le torture in Libia e poi la traversata nel Mediterraneo?

Molti di coloro che “vivono” nella discarica e nello slum adiacente (ma i reportage arrivati in Italia si fermano a un piccolo angolino dove il fixer è stato capace di portare gli helicopter journalists) provengono dal Nord del Paese come è stato giustamente scritto.

Allora, invito i giornalisti a darmi la percentuale dei Dagomba o Konkonba – per esempio – che sono in Italia e nel resto dell’Europa. O degli Ewe che abitano la Regione del Volta, altra area depressa del Paese. Vedrete che ne troverete pochi.

I Ghanesi in Italia e in Europa sono perlopiù Ashanti, Ga e Fanti, aree più ricche da cui, però, si scappa.

E sapete perché? I più derelitti – quelli che gli helicopter journalists non sembrano aver incontrato o con i quali non sembra che abbiano davvero parlato – rimangono qui a fare la fame e arrangiarsi e sopravvivere grazie ai rifiuti tecnologi che portiamo qui. Gli altri hanno maggiori chance e qualcuno di loro cerca di partire o di raggiungere membri della famiglia che sono già in Europa.

Mettiamoci in testa, una volta per tutte che:

Uno: il giornalismo si fa con chi conosce le realtà dei luoghi.

Due: l’emigrazione è un fenomeno NORMALE. E storico. Piaccia o no.

Perché si continua a ritenere normale che un bianco possa viaggiare e tentare la fortuna dovunque gli pare e un nero invece è considerato un clandestino a vita? Perché devono vederci arrivare e andar via dai loro Paesi, prendere quello che vogliamo – comprese foto, immagini e interviste – e loro non hanno il diritto di venire nel nostro mondo, che poi tanto nostro non è?

Di questa superficialità e arroganza sono abbastanza stanca. Seppure non interessa a nessuno, io lo dico. Non posso tacere di fronte a tanta approssimazione.

Vicende raccontate senza background perché si pensa che siano quelle che piacciono all’audience sono vicende monche, che soddisfano le nostre prese di posizione e i luoghi comuni di cui è infarcita la letteratura giornalistica.

Tanto di cappello ai colleghi che sanno raccontare, ma che però non sanno vedere. Semplicemente perché, quando sono in Africa, spesso non sanno da che parte guardare.