L’incontro con i fratelli africani e il venditore “aumm aumm”

Questo viaggio non è solo fatto di bellezza, di movimento, di scoperte. È fatto soprattutto di incontri. Anche con i fratelli africani.

Quando il “mio” viaggiatore incrocia altri “neri” li guarda senza farsene accorgere, proprio come faccio io quando in Ghana, bianca tra neri, incrocio un altro bianco. Mi domando: cosa starà facendo qui? Cosa pensa? Qual è la sua storia? Come reagisce a quello che vede e cosa ne pensa? Vorrei tanto sapere se anche il “mio” viaggiatore pensa lo stesso, ma non glielo chiedo. Non adesso.

Con i “bianchi” io però non mi saluto. Loro invece sì, la maggior parte delle volte si salutano ed è spesso un: “Hello bro” o “Yeh, bro” o soltanto “bro“. Bro sta per brother, fratello.

A Caserta un venditore ambulante di una certa età gli ha chiesto da dove venisse. (Credo che siano anche incuriositi dal fatto che cammina con una donna italiana e la tenga per mano ). Si sono “scambiati la nazionalità” e poi si sono detti: “Siamo comunque africani, siamo tutti africani“.

L’ho trovato di un’emozione pazzesca. Kwame Nkwumah ne sarebbe stato felice. Il vero panafricanismo, l’unità del continente e dei suoi abitanti avrebbe dovuto partire da loro, dalla gente. I politicanti africani, sostenuti dalle iene europee e statunitensi, hanno soffocato tutto questo.

A Caserta – ah, superfluo dire che la Reggia, con i suoi appartamenti, le sue fontane, i suoi giardini, lo ha entusiasmato – è successa poi una cosa insolita. Insolita per come è accaduta e per i personaggi. In una stradina laterale alla Reggia un ragazzino che avrà avuto 12 o 13 anni, faccia pulita e modi gentili, si è avvicinato a noi e direttamente a Yaw ha mostrato – con fare sospetto – quello che aveva in una busta di plastica. “Vuoi comprarlo? È un decoder“.

Yaw ha capito solo dopo cosa stava accadendo e ovviamente si è stupito tantissimo. Io mi sono stupita che a tentare di rifilarci un oggetto ovviamente rubato fosse un ragazzo così educato e a modo, ma soprattutto pensavo a questa inversione di ruoli: non un africano che rifila qualcosa al bianco, ma il contrario.

Non è un cambiamento dei tempi, credo sia semplicemente una prova che cambiano i modi di vedere quello che hai di fronte a seconda di come si muove, di come veste, di dove si trova. È l’abito che fa il monaco. Soprattutto agli occhi esterni. I cliché sono duri da superare.

Ghana, uno sguardo sul futuro. Intanto, happy birthday!

Il numero di Africa Rivista di marzo ha dedicato la copertina al Ghana con un mio articolo, in occasione del sessantesimo anniversario dell’indipendenza del Paese. Una bellissima impaginazione accompagnata dalle belle foto di Gabriele Cecconi.

Una serie di tagli hanno però tolto ritmo al reportage e purtroppo generato delle inesattezze. Ve lo propongo nella stesura originale, completo del box dedicato al web 2.0.

Manchi solo un paio di mesi e devi abituarti a paesaggi diversi. I paesaggi urbani di Accra. Una sopraelevata in costruzione da anni e che trovi conclusa e super illuminata; nuovi e lussuosi edifici che svettano nel cielo chiarissimo di questo periodo dell’anno; artisti di strada che “decorano” muri altrimenti brutti e desolati. E ancora mall pieni di gente, grandi magazzini e negozi di marche europee che sanno di trovare qui un mercato in espansione. La classe medio alta ghanese non invidia nulla alla categoria degli espatriati, il potere d’acquisto per entrambi è ormai allo stesso livello.

Il biglietto da visita del Ghana è questo: una capitale frenetica e in marcia verso il futuro. Una capitale di circa 4 milioni di abitanti a cui si aggiungono almeno un paio di milioni di commuters fino al week end. Gente che dalle “periferie” si riversa in quella che è un po’ considerata la mecca degli affari. Piccoli e grandi.

L’aria di rinnovamento e di fiducia ha coinvolto i ghanesi che ancora una volta hanno potuto con orgoglio rivendicare una lunga tradizione di pace e democrazia. Le ultime elezioni presidenziali e parlamentari tenutesi nel dicembre 2016, sono state nuovamente portate ad esempio dalla stessa stampa africana. Esempio di alternanza e di consultazione pacifica. Alternanza regolare ormai da decenni tra i due maggiori partiti, l’NDC (National Democratic Congress) e l’NPP (New Patriotic Party).

Una maturità di cui vanno fieri leader e cittadini comuni. Toccherà a Nana Akufo-Addo (NPP) che si è assicurato il 53,8% dei voti battendo il presidente uscente John Dramani Mahama, portare avanti una nazione dalle immense potenzialità ma che negli ultimi anni ha subito una certa battuta d’arresto, nonostante i successi degli investitori e l’espansione delle grandi metropoli. Oltre ad Accra, la capitale, Kumasi – anch’essa importante centro commeriale – Tema e il suo porto considerato tra i più grandi e attivi del continente, e soprattutto Takoradi che ha la fortuna di essere sulla linea delle piattaforme petrolifere off shore.

È stato proprio il petrolio a far schizzare il PIL del Ghana nel 2011 al 15%, la migliore performance quell’anno a livello mondiale. Un vantaggio di cui però le politiche economiche non hanno saputo approfittare. Solo 4 anni dopo, nel 2015, il PIL era sceso a meno del 4%. Anni duri questi ultimi per la popolazione, che ha visto l’inflazione salire a picchi vertiginosi, fino al 18%, mai registrati in passato.

Anni duri per i giovani – basta guardare alle cifre fornite dalla World Bank secondo cui è senza lavoro il 48% della popolazione tra i 15 e i 24 anni. Ogni anno solo il 2% viene assorbito nel settore formale, mentre il 98% trova “alternative” in quello informale. Anche se per fortuna aumenta il numero di occupati in aziende estere o a capitale misto. A trainare l’economia di questo Paese è ancora l’agricoltura – dove è impegnato il 44.7% della popolazione e il settore dei servizi per il 41%.

Hanno fatto dunque gioco le promesse di Akufo-Addo di aprire un’industria per ognuna delle 10 regioni del Paese (l’industria occupa solo il 14.4% della popolazione). E in ogni distretto. Come ci possa riuscire non è dato saperlo ma – i ghanesi lo sanno bene – promettere non costa nulla. E neanche sperare.

Eppure il Paese ha ricevuto notevoli risorse negli ultimi anni, sia dal Fondo Monetario Internazionale che dalla World Bank. E fu il primo ad emettere, nel 2007, titoli di Stato per un valore di 750 milioni di dollari. Un impegno rivelatosi un boomerang visto che le richieste sono state 4 volte superiori al previsto. Quindi – per ripagare i creditori – via a misure di austerità, come l’aumento delle tariffe elettriche del 60%, delle accise sui prodotti petroliferi e la revisione dell’esenzione fiscale per le aziende. Per non parlare dell’aumento di tutti i prodotti primari venduti ogni giorno nei mercati locali.

Chiaro che i cittadini abbiano scelto un cambio di rotta. Indolore come avviene ormai da anni – l’ultimo colpo di Stato militare risale al 1979 con il generale Jerry John Rawlings. “Se fossimo stati come gli altri – mi dice un amico mostrandomi la villa ad Accra dell’ex generale-presidente – lui e la sua famiglia non vivrebbero qui tranquilli, avrebbero subìto ritorsioni, sarebbero stati uccisi”.

Proprio così, se c’è una cosa che – per fortuna – sembra mancare in questo Paese, è l’idea di vendetta. L’unità, quella sì, ha sempre prevalso. Quell’unità sognata e messa in pratica da Kwame Nkrumah.

Panafricanista convinto e attivo, il primo presidente del Ghana rimarrà legato per sempre alla data dell’indipendenza di questo Paese, 6 marzo 1957. Il primo dell’Africa Sub-Sahariana ad affrancarsi dalla colonizzazione, il primo sotto i riflettori del mondo quel giorno di 60 anni fa. C’erano i Capi di Stato di tutto il mondo, compresa – naturalmente – una giovane Regina Elisabetta II.

Si chiamava Gold Coast, allora, questo territorio della corona britannica affacciato sul Golfo di Guinea. Nkrumah volle che – da libero – portasse il nome di un impero antichissimo, il Ghana appunto, che nel Medioevo africano aveva occupato un territorio compreso tra il Mali e la Mauritania.

Panafricanismo per Nkrumah – che aveva studiato e apprezzato i discorsi di Aimé Cesaire, Marcus Garvey e W.E.B. Du Bois – non era utopia e anzi andava applicato prima di tutto a livello locale. Per questo tentò di eliminare a tutti i costi il tribalismo a favore dell’idea di nazione e unità. Alla fine del ‘58 il Governo emanò una legge che vietava la propaganda “razziale” e religiosa. “Qui è difficile che scoppino eventi clamorosi – mi dice un altro amico – i matrimoni intertribali sono all’ordine del giorno e sarebbe impossibile per noi combatterci in famiglia. Noi il tribalismo riusciamo a controllarlo”. E per matrimoni misti – o interrazziali, come il mio amico ha detto – si intende un Ashanti sposato con una Ewe, un’Ewe sposata con un Ga, una Fanti sposata con un Ashanti e via discorrendo.

Quando si parla di rinascimento africano il Ghana è lì a fornire esempi e potenzialità: università – come Ashesi University – aperte da privati per formare la futura classe dirigente e in cui trenta Paesi africani sono rappresentati tra gli studenti; una stampa libera e indipendente da sempre, ricordo che la prima agenzia di stampa, la Ghana News Agency, fu fondata nel 1957; imprenditori e professionisti che tornano dall’estero per investire nel proprio Paese. E una gioventù che, nel settore privato imprenditoriale, ma anche artistico, sta dimostrando un’originale vitalità.

Sono molti i fattori a favore. Eppure troppi ancora i problemi che bloccano uno sviluppo equo e duraturo.

Con un reddito medio pro-capite annuo pari a 1.800 dollari, uno dei più bassi al mondo, il Ghana rimane un Paese dalle disparità enormi. Dei 28 milioni di abitanti, il 49.96% vive nelle aree rurali, ma proprio queste aree e le economie correlate sono quelle più trascurate. Commercio,  pesca e agricoltura danno lavoro (informale) alla gran parte della popolazione, che però sopravvive dell’attività giornaliera di sussistenza.

Ancora al di sotto delle potenzialità sono le industrie legate alla lavorazione del cacao (di cui il Ghana è secondo produttore al mondo) e dei pomodori che rispondono al fabbisogno locale, ma potrebbero costituire un margine di investimento molto più alto. Pensare che molti giovani ghanesi si sono ritrovati curvi a raccoglierli nelle campagne del Sud Italia, vittime del caporalato.

L’agricoltura, dunque, potrebbe essere sostenuta, i piccoli villaggi di pescatori assistiti. Ma anche le miniere d’oro – note come Galamsey in Ghana – sarebbe bene fossero controllate anziché svendute e lasciate all’uso illegale da parte di compagnie, o anche privati, cinesi.

Le denunce da parte delle popolazioni locali – legate anche alla distruzione del territorio – sono state tante. Le azioni che se ne sono seguite inconsistenti, a parte ogni tanto dei rimpatri forzati. Del resto i Governi hanno sempre adottato la tecnica del lasciar fare e chiudere un occhio con la Cina, che qui ha finanziato e costruito un bel po’ di scuole, ospedali e infrastrutture, come dighe e strade (compresa quella che collega Accra a Kumasi) e persino il National Theatre, fiore all’occhiello del Paese per il livello degli spettacoli e produzioni artistiche che ospita.

E se i villaggi e i suoi abitanti sembrano vivere una vita scollegata dai grandi eventi e ambientazioni in stile europeo delle grandi città, lo stesso accade per slum e suburbi della capitale. Come Nima, area residenziale ma dove c’è anche la più grande baraccopoli della città, la zongo area. In mezzo a sporcizia di ogni tipo e scarichi maleodoranti. Abitato in massima parte dalla comunità musulmana, lì proprio a due passi è sorta la più grande moschea dell’Africa occidentale, finanziata dal Governo turco e realizzata come copia perfetta della Moschea Blu a Istanbul.

L’altra grande vergogna di questa capitale – vergogna che va divisa in parti uguali con i Paesi europei – si chiama Agbogbloshie, o meglio Sodoma e Gomorra, come è nota quaggiù. Si trova in una zona neanche tanto periferica della città ed è conosciuta come la più grande discarica di materiale elettrico di tutto il continente. Qui – dai porti occidentali – arrivano pc dismessi, frigoriferi, telefonini… Notte e giorno persone di ogni età, anche bambini, stanno a ricavarne tutto quello che possono per poi rivenderlo. A mani nude, bruciando materiale chimico pericoloso e letale. Vengono soprattutto dal Nord, dove la disoccupazione e la mancanza di prospettive è ancora maggiore che altrove.

Come dal Nord arrivano le kayayo, ragazze e donne giovanissime, il cui lavoro è portare chili e chili di pesi sulla testa da un mercato all’altro al servizio di qualcuno e per pochi pesewas. Per loro la schiavitù non è mai finita.

L’impressione, allora, è che sembri mancare una visione politica e di investimento nella lotta alla povertà e alla disoccupazione. E il gap tra i villaggi rurali, la fascia costiera o lungo le sponde del Volta e i grandi centri rimane enorme. Due Paesi diversi – le città e le aree rurali. Al boom di Internet e degli smartphone si accompagna un dato: 7.3 milioni di persone senza elettricità, ma anche una connessione lenta e frustrante per chi è collegato in affari con il mondo.

Alla frenesia di nuovi shop o imprese estere – moltissime anche le italiane soprattutto nel settore dell’edilizia – si contrappone un 44% di popolazione al di sotto dei 15 anni impegnata in lavori anche pesanti. Ai 110 mila barili al giorno garantiti dai giacimenti off shore (dove la nostra ENI fa la parte da gigante) fa riscontro uno Stato delle infrastrutture in alcuni casi ferme ancora all’epoca immediatamente successiva all’indipendenza, soprattutto per quel che riguarda strade asfaltate e mobilità.

Però non esistono villaggi senza scuole. La scolarizzazione è tenuta in grande considerazione: scuole primarie e la JHS (Junior High School) sono accessibili anche nelle zone più remote e nei centri più grandi ci sono anche le SHS (Senior High School) che permettono dunque di coprire il percorso fino al diploma senza doversi trasferire nelle metropoli. Gli ultimi dati parlano del 90% dei bambini che frequentano la primaria. Ma la disparità tra ragazze e ragazzi e aree rurali e urbane è troppo ampio. E quindi portare a termine gli studi dipende da dove hai avuto la fortuna di nascere.

Eppure il Ghana crede molto in sè stesso e i ghanesi sono orgogliosi. Te ne accorgi se spingi troppo nelle critiche, compresa quella alla corruzione che qui non è il primo problema ma neanche l’ultimo.

Una volta qualcuno mi ha detto: del Ghana in Italia non si sente parlar quasi mai, non succede niente lì. Se per “succedere qualcosa” si intende guerre, carestie, epidemie, lotte tribali, allora no, non succede niente. Ma qui si sta davvero giocando il rinascimento africano e che avvenga attraverso alti e bassi, successi e fallimenti, visioni giuste o da rivedere, è alquanto normale.

Intanto la nazione celebra e si gode i suoi 60 anni. Nelle scuole – anche in quelle più sperdute nella boscaglia – bambini e bambine, ragazzi e ragazze si sono esercitati per giorni a preparare concerti, parate e discorsi. E la Piazza dell’Indipendenza ad Accra, con il suo Black Star Gate, non è mai stata così colorata, eccitata, gioiosa e ottimista. Tutti uniti a intonare “God bless our homeland Ghana”, l’inno nazionale.

60 anni. I primi di tutta l’Africa. 6 marzo 1957- 6 marzo 2017. Ora è tempo di crescere, di migliorare e, sicuramente, di restare un esempio. Per l’Occidente, ma prima di tutto per l’Africa.

Un 6 marzo della svolta – sperano i ghanesi. Io, alla Piazza dell’Indipendenza ho preferito un piccolo villaggio sulla costa della regione del Volta, Vodza, sobborgo di Keta. I ragazzi della scuola locale stanno intonando l’inno nazionale. Chi lo ha composto, Philip Gbeho, è nato proprio qui.

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È soprattutto in Rete che, negli ultimi tempi, il fermento di questo Paese si è fatto tangibile. Start-up, software, imprese online si sono sviluppate e sono cresciute, tanto da estendersi – in alcuni casi – ad altri Paesi africani e addirittura altri continenti. Complice di questo successo una gioventù – senza distinzione di genere – impegnata a usare Internet con intelligenza, fantasia e, soprattutto, pragmatismo. Insomma la Rete – sembrano pensare molti giovani ghanesi – è un’opportunità che va sfruttata al meglio.

Secondo i dati più recenti dell’Internet World Stats, sono oggi circa 8 milioni i ghanesi connessi alla Rete, erano solo 30.000 nel 2000. Un balzo enorme e c’è motivo di credere che, una volta aggiornati, questi dati riserveranno ulteriori sorprese. L’impulso più forte a creare piattaforme e app lo ha dato soprattutto la diffusione dei telefonini. Nel 2002, solo l’8% dei ghanesi possedeva un cellulare, oggi sono l’83%, con un 51% che naviga attraverso uno smartphone. Tre milioni e mezzo sono registrati su Facebook. E questo boom non riguarda solo le grandi città. Non è difficile, infatti, vedere giovani immersi a interagire sui social o lettura delle news dai loro telefonini, in villaggi isolati chilometri dai primi grandi centri.

Ma entriamo nel concreto. E facciamo qualche esempio. Il Ghana Start-up Award 2016 ha visto la partecipazione di 1000 iscritti, difficile da parte della giuria selezionarne 129, ancora più difficile proclamare i 16 vincitori. Arte, cultura e turismo, Educazione, Tecnologia, E-banking e Salute; ma anche Fashion, Media e Imprese sociali: questi i campi delle nuove e giovani imprese premiate. Che, naturalmente, sviluppano le loro attività soprattutto attraverso la tecnologia digitale.

Come Farmline che grazie al semplice uso del telefonino fornisce informazioni ai piccoli agricoltori riguardo ai prezzi di mercato, al clima, ma anche ai prossimi workshop e training sulla gestione della propria attività. O come ECampus, piattaforma web e disponibile su Android, IOS, etc. che aiuta gli studenti nella preparazione di ogni materia di esame. O ancora MPower, piattaforma e app che consente la gestione di acquisti e pagamenti online con carte di credito ma anche semplicemente attraverso il mobile wallets.

Un altro paio di iniziative che non possiamo fare a meno di citare sono Ashoriba e Mpedigree. La prima è un’app – gestibile anche sul pc come piattaforma – che permette ai fedeli di una data congregazione religiosa di essere aggiornati sulle celebrazioni, di ascoltare in streaming le prediche, di “prenotare” preghiere e persino di pagare la decima senza muoversi da casa, oppure mentre ci si sposta da un posto all’altro della città o del villaggio. A idearla 4 ragazzi usciti dal MEST, alta scuola di tecnologia e incubatore di idee.

Mpedigree, sviluppata da un astrofisico che dopo aver studiato in Inghilterra ha deciso di tornare nel suo Paese, ha un’importante funzione: combattere la diffusione dei falsi medicinali. Attraverso la piattaforma, ma soprattutto un semplice Sms è possibile sapere se il codice sulla confezione corrisponde a un fake o all’originale. Per comprendere il valore di quest’applicazione basti pensare che il mercato dei medicinali contraffatti in tutto il mondo è pari a 400 miliardi di euro annui e che in certi Paesi – come quelli dell’Africa Sub-Sahariana il 30% delle medicine vendute sono contraffatte, comprese quelle per combattere la malaria, ancora la principale causa di morte in questi Paesi. Un esempio da emulare quello di Mpedigree, visto che non opera solo in Ghana ma ha “esportato” l’idea in 12 Paesi africani e asiatici.

Ma il web 2.0 spinge sulle questioni sociali anche sul fronte dell’attivismo. Nel corso dell’ultima campagna elettorale e del voto del dicembre scorso la Rete è diventata mezzo di scambio di idee e informazioni. Con piattaforme – alcune già esistenti, altre nuove – per avere e dare voce alla società civile. Da Odenkro, nata per seguire e verificare le attività dei membri del Parlamento a MyGhanaBudget, per verificare l’allocazione dei fondi e le spese sui progetti. Da Ghana Decides per dare spazio ai giovani nel racconto e le opinioni sulla politica nel loro Paese a PenPlusBytes, nata nel lontano 2001 quando l’ICT era agli esordi, e non solo in Ghana, con lo scopo di usare – e insegnare ad usare – la tecnologia per garantire una good governance. Ghana connected insomma vuol dire questo: creatività, impegno sociale e partecipazione.

Afrofuturismo, il panafricanismo del futuro

Perché Africa è energia. Ed è energia giovane. Per questo musica, arti visuali, colori e parole, vanno a parlare al futuro.

Sapevate dell’Afrofuturismo? Si tratta di un’estetica culturale e letteraria panafricana, che trova spazio nella science-fiction, negli allestimenti open air, in opere di assemblaggio…

Al Chale Wote Street Art Festival che ogni anno si tiene nella zona “vecchia” di Accra – sullo sfondo della light house di James Town – ne puoi incontrare molti di esempi di arte proiettata nel futuro.

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Artista di strada. Chale Wote, giugno 2016. Foto di Antonella Sinopoli

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Composizione con materiale di scarto. Chale Wote, giugno 2016. Foto di Antonella Sinopoli

Occorre che scriva in modo più approfondito dell’Afrofuturismo.

Quello che mi piaceva intanto segnalarvi in questo post è un video sorprendente. Si chiama One Source e porta la regia di Khuli Chana, rapper sudafricano che mette insieme danza, arte visuale e visionaria, suoni, colori  e atmosfere.

In questo video – che è un’opera d’arte -Khuli Chana mette insieme l’artista di strada ghanese Moh Awudu e l’artista digitale e fotografo kenyota, Osborne Macharia. Il risultato, a mio avviso, è folgorante. (clicca sulla foto)

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Rasta, quelli che lottano e quelli fasulli

Non si può pensare al Ghana senza pensare ai Rasta. Non si può parlarne dimenticando di parlare dei Rasta.

Ma di quali? Di quelli finti – giovanissimi perlopiù – che si aggirano nelle località turistiche sperando di vendere le loro collanine, braccialetti e quant’altro? Di quelli – giovanissimi perlopiù – che frequentano le spiagge adocchiando le donne bianche? L’età non importa, quel che conta è il colore della pelle e le opportunità che quella pelle riflette. Di quelli – sempre finti e giovanissimi perlopiù – che si fanno crescere i dreadlocks perché fa trend, perché piacciono alle bianche, perché in spiaggia ti notano di più? Di quelli, infine, con la canna tra le labbra a qualunque ora del giorno e della notte?

Beh sì, ci sono anche quelli. E tanti. Ma i Rasta sono altro. Molto altro. E il movimento Rastafari (non rastafarianesimo, per carità) è altro. E certamente, non solo marijuana e reggae music. 

È innanzitutto un movimento di lotta. Lotta per recuperare e diffondere le proprie origini in quanto black people. Lotta per cancellare gli effetti del colonialismo, sia esso culturale, politico, religioso. Lotta per affermare principi e modelli di vita che affondano le proprie radici nel passato più remoto. Lotta, infine, contro l’aderenza cieca e prona del black man ai modelli e alle strutture sociali, economiche e culturali del white man.

Questi rasta – veri, non falsi – non li troverete sulle spiagge di Kokrobite – o quando ci sono li noterete per un atteggiamento più riservato e discreto. Non li vedrete ubriachi e coinvolti in liti e piazzate – sì anche i maschi litigano e fanno piazzate. Non li vedrete con una giovane di 20 anni una settimana e con una sessantenne la settimana dopo (perché, come dicevamo, ciò che conta è il portafoglio e il colore della pelle. In quest’ordine). E non li scoprirete a imbrogliarvi o a rubare.

Però non sono tanti, vi avverto. E vi avverto anche che sono quelli più ai margini. Amano farsi gli affari loro, vivere una vita di Peace and Love, e a volte lontano dai loro concittadini che spesso li criticano. Loro, al sistema – quello corrotto e di chi è sceso troppo a patti col denaro e l’occidentalizzazione – non vogliono adeguarsi. E questo a molti non piace.

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Seppure il movimento Rastafari abbia una sua religione specifica legata alla figura dell’imperatore etiope Haile Selassie I, quello che è più interessante è l’aspetto socio-culturale. Questioni che spiega bene Shawn-Naphtali Sobers, membro del movimento e accademico.

C’è la lingua, per esempio, che contiene radici e sfumature diverse e diversi significati. Il linguaggio Rastafari – assimilato da molti Rasta intorno al mondo –  è un sincretismo di inglese, creolo, dialetto giamaicano e amarico.

E ci sono soprattutto due concetti che rendono il movimento una vera e propria organizzazione politica, nel senso ampio del termine: quello di unità e di ritorno alle origini. Nel senso di affermazione e riscatto.

Non si tratta di utopie ma di principi per cui i padri del panafricanismo avevano lottato. Unità tra gli africani e recupero della propria cultura, della propria capacità di costruire il proprio presente e futuro. Henry Sylvester Williams, W.E.B. Dubois, Marcus Garvey, Kwame Nkrumah… Dove sono finiti questi principi? E quanta di quella coscienza nera – black consciousness – è oggi ancora viva?

bandierarastaghanaPer inciso, la bandiera ghanese ha gli stessi colori di quella Rastafari e – sempre per inciso – a disegnarla è stata una donna, Theodosia Salome Okoh.

 

 

 

Emancipate yourself from mental slavery. Questo è un altro principio che dovrebbe essere ricordato, ribadito, accarezzato ogni giorno. Non solo in Africa. Come un mantra. E magari con una bella ganja tra le dita. Quella da meditazione 😉

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