Aeroporti, corruzione e accoglienza

Siamo arrivati. Siamo in Italia. Non è stato facile. O almeno, tutto era in regola per Yaw (o Roland, che è il nome occidentale che precede quello ghanese). Ma ovviamente bisogna fare i conti, sempre con l’invidia, la tracotanza, la corruzione dei ghanesi. E il settore dell’Immigration è il peggiore tra tutti, almeno nella mia esperienza. Quando mi hanno dato la residenza permanente sono stata felice soprattutto per questo motivo: non avrei avuto più a che fare con loro. Macché.

È cominciata già al momento di mettere piede in aeroporto ad Accra, dove il primo controllo chiede a Yaw il biglietto – a me no, naturalmente. Poi il passaporto, e ok. Poi la “perquisizione” che per lui è doppia e poi tripla con la richiesta – ovvio – di togliere il berretto. E certo, tra i dreadlocks chissà quanta marijuana stava nascondendo. Poi, ancora, “no, non puoi entrare devi aspettare fuori, il tuo volo è tra molte ore” E lì intervengo “no, noi entriamo e aspettiamo dove ci pare“.

Il peggio doveva ancora venire: il passaggio finale, quello quando poi arrivi al gate e ti imbarchi. “Dove stai andando? Perché? Stai mentendo. Vieni con me“. Io divento una belva, Yaw conosce i suoi e spera che io mi calmi. Il tipo passa il passaporto a un altro che comincia a girarlo e rigiralo tra le mani e poi a guardare il visto in controluce. “Certo, è falso” dico io. (Zitta proprio non ci so stare). Il tipo mi guarda malissimo ed entra in una stanza. Mi lamento con il primo che mi dice “Siedi, qui abbiamo il diritto di fare quello che vogliamo“. Lo so, penso, anch’io vorrei fare quello che voglio, che ora esattamente è darti un pugno sui denti.

L’altro esce: “questo visto non va, non puoi partire“. Ho sentito un gelo e ho immaginato il dolore di Yaw. E poi si lancia in una spiegazione patetica e idiota quanto lui. La foto non era giusta, la luce, il bianco, non era corretto. Io mentre parlava ho girato la faccia dall’altra parte, guardare l’idiozia, l’avidità e l’invidia, tutte nello stesso momento, in faccia a uno richiede sforzo. Ed erano le 3,30 del mattino più o meno E noi stanchi, delusi e consapevoli di quello che ci attendeva. Pagare o restare.  Yaw aveva pochi soldi da parte, gli pesava chiedere a me e senza che me ne accorgessi, ha pagato.  Me lo ha detto dopo. Mi sono arrabbiata, ma sapevo che comunque non c’era scelta.

Poi l’ultimo controllo. Un altro ci riprova dicendo: il tuo non è un cognome ghanese… C’è da ridere se non fosse che è tutto vero. Gli chiede di aprire il bagaglio a mano. “Vuoi aprire il mio bagaglio?” gli chiedo? “Se è tuo perché lo porta lui?” “Perché è più forte” rispondo. Si accontenta della battuta e ci lascia andare.

Ecco, questo è l’immigration del Ghana. Hai avuto la fortuna di conoscere la donna bianca che ti porta in Italia? La devi pagare questa fortuna. La devi pagare a noi che abbiamo il posto fisso, ma i soldi non ci bastano mai, a noi che l’invidia ci rode. A noi che ti abbiamo puntato e ti faremo sudare freddo. Chissà quanti soldi avranno fatto quel giorno così. Anche questo è il Ghana. Lui è rimasto calmo, sottomesso e sorridente. Sì, era il solo modo per uscirne. Per uscire dal Paese. Ma a me rode, la rabbia e la frustrazione sono sempre troppo forti.

Sappiatelo perché la gente cerca di fuggire da questi posti, sappiatelo perché anche se avrebbero la possibilità di pagarsi un biglietto aereo devono affidarsi ai criminali del trasporto sui camion del deserto e sui gommoni del Mediterraneo. Sappiatelo che i diritti non sono uguali per tutti. Sappiatelo che il diritto NON esiste in  queste parti del mondo.

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Il mio passaporto ce l’hai tu, vero? I biglietti. Dove sono i biglietti? Ah, sì, eccoli“. Paura, paura che accada ancora qualcosa. Che qualcuno ti fermi e dica: no, tu rimani qui. E invece voliamo… Troppa stanchezza, troppo stress per gioirne, per lasciarsi andare. A Casablanca è già un’altra atmosfera. Il suo passaporto viene ricontrollato due volte, ma poi è tutto ok.  In volo, occhi ancora sbarrati – nonostante la lunga notte di veglia – ma ci si incomincia a rilassare. E a sorridere. Come quando versa lo yogurt nel caffé credendo che sia latte. E poi la percezione sbagliata dell’immensità dell’Africa quando si stupisce che Accra-Casablanca sia più del doppio che Casablanca-Bologna.

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Aeroporto Bologna, controllo passaporti – “Ciao“.  L:’ufficiale al controllo passaporti accoglie Yaw così. E con un sorriso. Ecco il benvenuto in Italia.  E il suo è stato: grazie. Rivolto a me appena scesi dall’aereo e toccato il suolo italiano. La tensione cala. Anche qui il controllo passaporti prende un po’, ma lui, gentile ci spiega il perché, che è poi il motivo dell’ulteriore controllo a Casablanca. Le impronte digitali non sono registrate, le prende ed è tutto a posto.

Siamo qui. A dispetto di quelle brutte persone che non sanno che provare odio, rancore, invidia. “I neri tra loro non si amano” mi dice spesso Yaw. Lo vedo. Lo sperimento. Ma ora siamo qui. Un sogno, per lui che da quando mi conosce non mi ha mai chiesto di venire in Italia. Eppure, il giorno è arrivato. Goditi questo mondo, Yaw. Tutti si meritano un mondo migliore.

Razzismo di ritorno

È cominciato con un litigio, questa volta, il mio ingresso in Ghana. Anzi ero ancora nel velivolo, sulla pista dell’aeroporto Kotoka ad Accra. Con uno, alteratissimo – certo aveva bevuto abbastanza durante i pasti a bordo – che mi accusava di essere razzista. A me!

Beh, certo può essere considerato da razzisti chiedere all’hostess di cambiare posto perché i bambini disturbano troppo. Certo, perché per non essere considerata razzista mi devo prendere calci ovunque, rischiare lanci d’aranciata in faccia ad ogni momento e – ancora – subire urla a decibel esagerati che neanche le cuffie e il volume al massimo riescono a coprire.

Caro ghanese ignorante e arrogante che tanto non leggerai e se anche leggessi e capissi le parole non ne capiresti il senso, vorrei solo dirti che la buona educazione – tua e dei tuoi figli – non è né bianca né nera.

E devo anche dirti che sei un gran vigliacco – tu e quell’altro che ti spalleggiava. Non ti sei rivoltato come una iena mentre eravamo in volo, no.

L’hai fatto quando siamo arrivati e si stava per aprire il portellone. Avevi bevuto abbastanza? Ti sentivi inattaccabile sulla “tua” terra? Tanto che mi hai chiesto se ero una cittadina ghanese e, invece, di tornarmene in Italia… Hai riconosciuto l’accento italiano? Vivi e lavori nel mio Paese? Qualcuno nel mio Paese è – o è stato – razzista con te? Beh, in ogni caso l’Italia ti ha assicurato casa e lavoro, visto come vestivi e come vestivano i tuoi figli.

E un’altra cosa… ti sorprenderà ma, sì, il tuo Paese è anche il mio.

La differenza tra me e te è che io mi comporto allo stesso modo sia sulla tua che sulla mia terra.

PS Tua moglie stava zitta mentre tu minacciavi anche di schiaffeggiarmi (meno male che so che in Ghana amate le scene madri), forse perché all’inizio avevamo cominciato a socializzare, forse perché lei sopporta” i tuoi figli più di te – sicuramente per più tempo – e sa cosa vuol dire. E forse si sarà vergognata quando ho chiesto di essere scortata fino a fuori da uno della sicurezza, “perché quest’uomo è troppo aggressivo e pericoloso”.

PPS Questo è un semplice segnale, tra tanti e molti, di quanto gli animi siano caldi sulla questione razziale. Purtroppo.

Miriam Makeba, impegno e gioia fino alla fine

Il 9 novembre 2008 Miriam Makeba moriva. Si era appena esibita in un concerto a Castel Volturno (CE) contro la camorra e il razzismo.

Lì, pochi mesi prima, sei migranti africani erano stati uccisi, vittime innocenti di regolamenti di conti tra clan locali. La strage di Castel VolturnoTutti ghanesi.

Il suo ultimo concerto. Nello spirito dell’attivismo, della lotta e della solidarietà, che le avevano segnato la vita, e da cui si era lasciata segnare. Contro l’Apartheid nel suo Paese, il Sud Africa, al fianco di Nelson Mandela; contro le violenze; contro i soprusi. Come ambasciatrice di pace e di buona volontà.

Un impegno che le era costato anche 31 anni di esilio.

Io non canto canzoni politiche, dico la verità“. aveva detto spesso Canto per qualcosa non contro qualcosa: per la vita, per le donne, per i bambini“.

Mama Afrika era una donna generosa e determinata. E lo è stata fino alla fine, con un concerto che voleva dire NO e BASTA. Ma con la gioia di sempre. Perché mentre l’energia si affievoliva – sarebbe morta di lì a poco – il cuore restava saldo nella direzione della lotta alla stupidità degli uomini.

Pata Pata è – guarda caso – la suoneria del mio telefonino. Ve la voglio proporre qui in due versioni. Quella della giovanissima e sensuale Miriam e quella dell’ultimo concerto.

E poi – se avete tempo – un documentario eccezionale che ne ripercorre la storia, la sua e quella del Sud Africa che la vide protagonista.

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Se sei nero resta a casa tua

L’ignoranza rende stupidi, si sa. Ed è contagiosa anche. Quando poi si è ignoranti e razzisti il danno è maggiore.

Mi fa rabbia sentire discorsi giustificati dalla mancanza di conoscenza – degli eventi dei nostri giorni, della storia, delle leggi. Giustificati dal razzismo, giustificati dall’abitudine al benessere di cui non conosciamo – o non vogliamo conoscere – le radici e la provenienza.

In casa nostra non li vogliamo” mi suona addirittura meglio di quel “Aiutiamoli a casa loro” che mi fa incazzare più di tutti. Mi sa tanto di… continuiamo a fare i danni che abbiamo fatto finora. Io, piuttosto li lascerei stare a casa loro.

Li lascerei stare a casa loro liberi e indipendenti.

Liberi e indipendenti da aiuti barattati a peso d’oro – il peso delle mille risorse del continente africano. O anche il peso dell’aderenza a religioni e stili di vita di importazione. Liberi e indipendenti dai nostri controlli sulle loro politiche. Soprattutto quelle monetarie.

Liberi e indipendenti dagli interventi militari su conflitti scatenati dal dominio sulle ricchezze dei territori. Liberi e indipendenti di scegliere le proprie democrazie (o forse i propri dittatori). E liberi e indipendenti di viaggiare. Di esplorare il mondo. Di costruirsi un’esistenza in qualunque parte del mondo gli piaccia. Proprio come a tutti noi che vogliamo respingerli o aiutarli a casa loro, è concesso.

Ma no, noi non li vogliamo e non vogliamo che si muovano da quell’immenso continente che è l’Africa, che per milioni di persone rappresenta una prigione. Però vogliamo andare lì. Certo, noi ne abbiamo tutto il diritto. Per vacanza, avventura, rifarci una vita, investire in un qualsivoglia business, sfruttare il territorio. Noi sì che ne abbiamo il diritto. Ce lo insegna la storia. Ce lo garantisce il nostro passaporto.

Perché – se c’è ancora qualcuno che non lo sa – il passaporto è un’arma di potere. E un mezzo di controllo e di violenza delle nazioni europee.

Se sei finlandese, svedese, inglese hai accesso a 173 Paesi al mondo. Se sei italiano a 171. Se sei ghanese a 61. E se sei nato in Afghanistan a 28.

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Voi che non avete mai frequentato un’Ambasciata in un Paese estero venite a vedere le file, informatevi sui documenti da preparare, sulle garanzie da assicurare, sulle limitazioni e verificate quanti rifiuti la richiesta del visto riceverà.

A voi che è concesso viaggiare, scegliere, andare e tornare quando volete non è dato conoscere lo strazio del provare e riprovare. Non vi è dato conoscere l’umiliazione del rifiuto. E neanche la rabbia di vedere i vostri Paesi occupati, mentre a voi magari rimane solo la speranza del deserto e del gommone.

Si sente dire: visto che pagano i trafficanti  i soldi ce li hanno. Ma qualcuno si chiede se preferirebbero viaggiare come esseri umani al pari di noi? E qualcuno si fa una semplice domanda? Perché io ho il diritto di viaggiare o di farmi una vita altrove e gli africani no?

Quest’anno, per la prima volta, gli italiani all’estero hanno superato il numero degli stranieri in Italia. E questi sono solo i dati ufficiali, poiché molti italiani non risultano iscritti all’AIRE. E sono anche immigrati irregolari, se il discrimine è partire con già un lavoro in tasca nel Paese dove si sta andando. Però, sì certo, noi possiamo. Ne abbiamo il diritto. Siamo sempre in regola. Gli altri no. Gli altri sono clandestini. Soprattutto i neri, accidenti alla negrofobia

Eppure, guardate qui, le comunità straniere maggiormente presenti nel nostro Paese non sono le comunità africane.

E sì, brutta malattia la negrofobia

 

 

Ho sposato una scimmia (e per fortuna lui se la ride)

Ho sposato una scimmia, un nero insomma. Succedono anche cose come questa nella vita. Io in realtà che fosse nero non lo notavo. Non più di quanto notassi che io fossi bianca.

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Poi però c’è sempre il bambino con il dito puntato (mi ricordo che anche mio fratello lo fece una volta quando eravamo piccoli, in un autobus dove viaggiava anche un africano) che urla: “mamma, ma quello è nero!“. A me non lo urlano – anche perché di solito gli africani esprimono meno apertamente il proprio pensiero. Però, che sono bianca me lo fanno notare, in tanti modi. Con malizia o con arroganza, con crudeltà o furbizia. I modi sono tanti, dicevo, di solito sottili, non come noi che urliamo ai quattro venti: “Mamma, ma quello è nero!“.

Era per dire che tutti noi siamo diversi non appena lasciamo il nostro focolare sicuro. E diventiamo altri.

Ma torniamo alla scimmia. Lui – mio marito – lo sa di essere una scimmia. Se non altro perché su questo ha una grande ironia e ogni tanto dice “Ma cosa dicono i tuoi del fatto che hai sposato una scimmia?” oppure – riferendosi ad alcuni ospiti della nostra struttura – “preferiscono parlare con te che con questa scimmia” o ancora “se non ci sei pensano che quando qui c’è solo la scimmia possono fare quello che vogliono“.

Io non so perché parli così – e, intendiamoci lo fa sempre ridendo di cuore. Non mi sono mai sognata di dirgli che in Italia c’è davvero chi li definisce così (o forse lo sa?). Nè che ci sono care vecchiette che aumentano la dose di odio razziale con un bel “meglio incivili che avere le scimmie“.

Secondo me è che è difficile cancellare quel complesso di inferiorità inculcato e costruito ad hoc da secoli di dominazione europea e araba. Alla fine tutto si amalgama in quello che si chiama DNA e ci  forma non solo nell’aspetto, ma nel modo di essere, di vivere, persino di esprimerci (che avrà nel DNA la signora Elena e quelli come lei? – seguite il link di “care vecchiette“).

Questo complesso di inferiorità, costruito ad arte, è espresso oggi nella vita quotidiana, come in quella formula ghanese (ma non si usa solo qui) che spesso si sente ripetere:  If it is white it is right – se è bianco va bene, è esatto, è giusto. 

E no, niente affatto. Perché quella scimmia, che è mio marito – non perché lo dici tu signora Elena, ma perché lui ci si diverte con la vostra ignoranza – è una persona eccezionale. Lui in Europa non ci vuole venire, o meglio dice che non vale la pena rischiare la vita per questo.

Certo, lui non è perseguitato politico, non subisce torture, non rischia di morire per mano delle armi che noi vendiamo a governi legittimi e/o ribelli (almeno non per il momento, perché qui in Africa le cose cambiano molto più velocemente che in Europa) e non patisce la fame. O meglio l’ha patita – e a volte succede ancora – quando non c’è lavoro.

Ma per pagarsi gli studi si alzava all’alba per andare a vendere le frittelle preparate dalla madre, scaricava le merci nei porti, ma guardava al turismo. A questi bianchi ricchi – perché chi può permettersi un viaggio in Africa è di sicuro più ricco di chi deve tentare la strada del deserto (anche perché accedere a un visto da queste parti, è come vincere alla lotteria). Ed è riuscito a trovare modi per sopravvivere, e la sua strada, coerentemente con sè stesso e con quello che la vita nella sua parte di Africa gli offriva.

Questa scimmia è così onesta che quando parla di politica – povera me, che sono il suo uditorio privilegiato 🙂 – si lancia in critiche feroci  verso i leader africani, in primis i suoi leader, che affamano la gente o frenano lo sviluppo, per velleità personali. Non giudica l’Europa.

Lui che ha studiato meno di noi, conosce alcuni aspetti della storia dell’Africa meglio di me, della signora Elena e di quelli come lei che dicono che Mandela era un terrorista perché uccideva i bianchi (?). Le consiglio – visto che pare non l’abbia mai fatto – di leggere qualcosa sul massacro di Sharpeville o – una ventina di anni dopo – sugli scontri di Soweto, tanto per farsi un’idea di chi siano i terroristi. Questo, giusto per restare in Sud Africa.

Poi, ci sono i terroristi della CIA, che hanno eliminato quelle scimmie, come Patrice Lumumba (Repubblica Democratica del Congo) o Tomas Sankara (Burkina Faso) che avevano avuto l’ardire di alzare la testa, denunciare l’Occidente e voler governare i loro Paesi senza interferenze. Sono esempi eclatanti, quelli non eclatanti riguardano alcuni leader africani al potere, compiacenti nei confronti dell’Occidente e sostenuti dai nostri Paesi che, grazie a questo, continueranno a fare i dittatori e a morire nel proprio letto. Non come Lumumba e Sankara.

C’è ancora chi pensa che gli africani abbiano un quoziente di intelligenza più basso. Gli africani, gli africani tutti! Beh, vi informo – anche se nell’ignoranza spesso si naviga meglio – che l’Africa è terra di scienziati, anche se molti preferiscono non saperlo.

Questa è una lista in cui compare anche l’Africa Sub-Sahariana, purtroppo molto, molto approssimativa e incompleta. Per esempio, manca totalmente il Ghana e allora cito – per esempio – colui che ha dato il nome all’Allotey Formalism (non chiedetemi di spiegarlo, che non riesco).

Il problema non è che chi nasce in Africa è più stupido. Il problema è che chi nasce in certe condizioni in Africa ha meno opportunità di sviluppare talenti e qualità. Perché, lo dico per chi non lo sa, l’intelligenza non è un dono acquisito in modo soprannaturale, ma si sviluppa e si stimola. Ed è soprattutto la capacità di risolvere e sopravvivere a situazioni nuove e agenti esterni inaspettati.

Io dico che se gli africani hanno resistito – e continuano a farlo – alle tratte degli europei e degli arabi, al clima, alle guerre per il possesso di beni e risorse – spediti in Occidente – e persino al pregiudizio nei loro confronti, forse un po’ di intelligenza ce l’hanno pure loro. O forse di più. O forse, semplicemente, diversa.

Le scimmie sono belle, e agli scimpanzè siamo simili nel DNA al 99%, ma non ci piacciono. Forse perché, sotto sotto, non ci piace l’essere umano.

Sono stupidi, ignoranti, brutti e sporchi e pure malati? Ma perché diavolo ci piacciono quando dobbiamo farci affari e sostenere il nostro benessere? (Per chi quest’ultima frase non l’ha capita, pazienza, vuol dire che manca informazione, conoscenza e voglia di andare oltre la  propria presunta superiorità).

[Da notare: i link che ho inserito – tranne proprio quando non era possibile  – rimandano a pagine in italiano, perché temo che in Italia poche delle persone che chiamano scimmie gli africani conoscano altra lingua che il loro dialetto e, qualche volta, l’italiano]

 

 

Benin, il villaggio sotterraneo che rimette in moto la Storia

[Ancora dal mio viaggio in Benin. Questo articolo l’ho pubblicato su Voci Globali]

Africa da scoprire. Il continente africano – nonostante si pensi forse il contrario –  è rimasto praticamente inesplorato (e, sotto questo aspetto, trascurato), soprattutto a Sud del Sahara.

A parte le razzie di opere del passato, oggi “custodite” nei più grandi musei al mondo e quelle delle risorse naturali, rimane nell’ombra e nascosta buona parte della storia dell’epoca pre-coloniale ma anche quella molto, molto più addietro.

L’archeologia in Africa ha privilegiato il periodo preistorico, anzi si è concentrata a lungo solo su quegli aspetti che riguardano l’evoluzione degli esseri umani. Questo ha reso difficile doversi ricredere su quel pregiudizio che vuole che il continente non abbia sviluppato opere, manufatti e culture senza bisogno di attendere gli arabi o gli europei. E che vuole che gli africani siano rimasti in uno stadio infantile, di sottosviluppo e privi di storia (parole del razzista ante litteram, il filosofo tedesco Hegel) fino all’arrivo dei colonizzatori.

Sul sito di History List che presenta “10 incredibili siti archeologici in Africa” c’è una frase che ingenuamente manifesta un razzismo radicato e strutturale. La frase è: “I siti archeologici in Africa hanno aiutato a spiegare alcuni dei più grandi misteri nella storia dell’umanità ma ce ne sono anche molti che stupiscono gli scienziati moderni. Questo perché non si presupponeva che tali antiche società fossero così avanzate“. Inutile dire che i 10 siti che hanno lasciato con la bocca aperta gli scienziati sono una infinitesima parte di altri che stanno venendo alla luce e di chissà quanti ancora ancora celati.

Oggi, per fortuna, c’è del movimento e anche sul web è possibile trovare aggiornamenti su studi e … lavori in corso. Uno dei pochi modi per rimanere aggiornati visto che certe informazioni vengono spesso custodite e trasmesse solo tra gli addetti ai lavori. Uno dei siti/archivio è The World Wide Web Library of African Archaeology.

Molte delle scoperte fatte finora nell’Africa Sub-Sahariana, sono state quasi sempre frutto del caso. Come quello che ha portato recentemente alla luce in Benin una città sotterranea, risalente a un periodo in cui il Paese si chiamava ancora Dahomey e vi regnavano re potenti e orgogliosi.

La scoperta – di quello che è stato poi chiamato Villaggio sotterraneo di Agongointo – si deve a operai di una ditta danese che stavano lavorando alla costruzione di una strada nell’area di Bohicon. Un mezzo finì in una sorta di botola che in realtà altro non era che una delle migliaia di cunicoli che formano la città sotterranea. I primi scavi parlavano di un periodo compreso tra il 1600 e il 1700 ma successivamente si è capito che le costruzioni erano anche antecedenti, al XV-XIV secolo.

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Ingresso di uno dei rifugi sotterranei portati alla luce. Foto tratta dal web

Costruite a circa dieci metri dalla superficie le “case” servivano da nascondiglio e strategia di guerra per i soldati dei re ma erano strutturate come vere e proprie abitazioni, con delle salette e due aree circostanti per raccogliere l’acqua con un sistema di filtraggio naturale, il che consentiva di rimanere nascosti per periodi anche lunghi.

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Il luogo dove è avvenuta la prima scoperta. Foto tratta dal web

Gli scavi del sito – ora sotto nella lista dell’UNESCO – hanno contribuito a portare alla luce anche un’altra scoperta – ancora più stupefacente del villaggio sotterraneo. Si tratta di scorie di materiale ferroso che – secondo rilevazioni al carbonio 14 – risale a prima del 1000 a.C. Una scoperta che potrebbe cambiare – e forse lo ha già fatto – la storia del continente, e non solo.

A Bohicon abbiamo incontrato la guida – e studioso – che fin dal primo momento ha seguito gli sviluppi degli scavi e dei successivi ritrovamenti. Lasciamo raccontare a lui – nell’intervista/video che abbiamo realizzato sul posto – il valore e il significato di questa scoperta. Che ancora non è conclusa.

Si tratta – dice Théodore Atrokpo – della più antica città al di là di quelle che esistevano in Egitto“. La più antica dell’Africa Sub-Sahariana.

Ghandi era razzista? Via la statua dal campus universitario

Ghandi era razzista? Sembra una domanda impropria eppure è quanto emergerebbe dalle proteste che da un po’ di tempo stanno infiammando il mondo accademico e studentesco ghanese.

Tutto è cominciato quando, in occasione della visita del presidente indiano nel Paese, Pranab Mukherjee, è stata eretta una statua raffigurante il padre della lotta non violenta all’Università di Legon, Accra. Ne è nata una sollevazione e un movimento, con tanto di firme raccolte, affinché la statua venga rimossa.

Perché? Perché – ricordano studenti e professori – il Mahatma nel periodo della sua lunga permanenza in Sud Africa si era espresso, tra l’altro, in questo modo: “Ours is one continual struggle against a degradation sought to be inflicted upon us by the Europeans, who desire to degrade us to the level of the raw Kaffir whose occupation is hunting, and whose sole ambition is to collect a certain number of cattle to buy a wife with and, then, pass his life in indolence and nakedness.” Dove “kaffir” sta per gli africani neri e, almeno all’epoca, era un termine assai dispregiativo.

La protesta si collega a quella già in atto da tempo in Sud Africa e si aggiunge alle campagne online che stanno facendo il giro del mondo #RhodesMustFall (per la rimozione della statua del colonizzatore imperialista dall’Università di Cape Town)  #BlackLivesMatter#ICantBreathe, per citarne qualcuna. E, naturalmente #Ghandimustcomedown. L’obiettivo è restituire – o finalmente riconoscere – dignità ai black africans.

Nel caso siete d’accordo con l’opinione di chi vuole la rimozione della statua dal campus universitario di Accra, ecco qui la petizione online. Peraltro – si fa notare – si tratta dell’unica statua di una personalità eretta nel campus. Non sarebbe meglio al suo posto quella di un africano nero? Dicono professori e studenti.

Io, intanto ricordo il luogo in memoria di Ghandi in un’altra nazione africana dove sono stata anni fa, l’Uganda. A Jinjia dove c’è la fonte del Nilo c’è un piccolo memoriale a lui dedicato e che ricorda che parte delle sue ceneri sono state disperse proprio lì, dove nasce il grande fiume. Comunque, nell’Africa nera.

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[Foto di Antonella Sinopoli]