Rimani incinta? La ‘colpa’ è sempre tua. In Africa soprattutto

Com’è dura a morire certa mentalità. A qualunque latitudine. Che poi certi modi di pensare – e le azioni che ne conseguono – abbiano del ridicolo non ci si fa tanto caso. Ridicolo se non fossero dannose. E stupide.

Tra queste si potrebbe annoverare quella presa dal presidente della Tanzania, John Magufili, che ha promesso una legge che vieterà alle ragazze che hanno portato avanti una gravidanza (che quindi sono rimaste incinta mentre frequentavano la scuola) di tornare sui banchi scolastici dopo il parto.

Secondo il presidente questo eviterebbe di diffondere la “cattiva abitudine” e anche di prevenire una sorta di emulazione. E comunque – ha detto il capo di Stato – le ragazze potranno sempre frequentare scuole di cucito  o, in generale, il Vocational Education Training Authority Centres, per imparare un mestiere.

Ora, io che non sono africana, ma solo un’immigrata in quel continente, so benissimo che:

  1. Sono moltissimi i casi – non solo in Tanzania – ma in molti Paesi africani, soprattutto nelle aree rurali, dove a mettere incinta le ragazze sono i loro insegnanti.
  2. So anche che – di solito – per rimanere incinta c’è bisogno di un altra persona- ragazzo o uomo – dotato di organo riproduttivo funzionante.

Dunque, mi chiedo: per questi ragazzi o adulti maturi che ci hanno messo parte del lavoro, nessun divieto?

Alla faccia dei diritti umani e in particolare del diritto all’educazione. Alla faccia della logica e della giustizia. Magari maggiori prospettive di lavoro, un po’ più di educazione sessuale e al rispetto nelle scuole e meno ipocrisia nella società e persino qualche sano svago, che non sia il lavoro prima e dopo la scuola, aiuterebbero di più a limitare le gravidanze precoci. Certo non le limiterà togliere diritti prospettive di futuro alle giovani ragazze tanzanesi.

Napoli è rock, “facimme ammuina”

If you want to rock go to Naples“. Ecco racchiusa in una frase le sensazioni che il “mio” viaggiatore sta vivendo in questi giorni. Sensazioni sparate a bomba non appena arrivati alla stazione di Napoli centrale, o meglio all’uscita della stazione.

Quella frase gli è venuta fuori dopo una mattinata a girare tra la Pignasecca, San Domenico Maggiore, San Gregorio Armeno, i Tribunali e tutto quel contorno fatto di suonatori, venditori, canzoni e strumenti tradizionali, bancarelle e artigiani, cibo venduto e mangiato ovunque. E poi folla, gente in ogni angolo, turisti e partenopei doc che sanno abbracciare chiunque arrivi come se lo conoscessero da sempre. E che si abbraccia a sua volta, si chiama, si saluta, si sorride. Si scambia i toni della giornata, gli umori, le gioie o le incazzature. E i rumori.

Allora gli ho detto: questo è facimme ammuina. E lui lo ha imparato. Perché anche questa è Napoli: confusione, allegria un po’ scomposta e tutto in un momento.

Il “mio” viaggiatore strabuzza gli occhi di meraviglia e gioia ad ogni passo, ad ogni passo da felino gentile in questo mondo nuovo. “Tutti mi avevano detto che avrei trovato Napoli meravigliosa, avevano ragione. Avevano ragione”.  Vedi Napoli e poi muori… Non volete crederci? Provate a farlo questo viaggio, provate a viverla questa cittá, provate a sentirla.

Oggi siamo stati alla Solfatara di Pozzuoli, ci siamo riempiti di odore di vita, un odore che arriva dalle viscere di una terra che respira, si agita, non sta mai zitta né ferma. Ecco, questa è Napoli, eterno movimento, fuoco, vita. E il mare che cerca di darle pace, di placarle l’anima.

Io la spiego cosí questa città, la mia città. Il “mio” viaggiatore forse non può spiegarla, ma sentirla, certo che sì.

Roma meravigliosa e il razzismo culturale

Meravigliosa, stupefacente, così grande, magica… Sono alcune delle espressioni che il “mio” viaggiatore ghanese non smette di ripetere. E come si potrebbe. Anche io, che Roma la conosco (più o meno e mai abbastanza) rimango sempre colpita della sua bellezza e magnificenza.

Mi domando come sia guardare le piazze, gli spazi grandi, l’arte ovunque e San Pietro, la mitica Fontana di Trevi, il Vittoriano, il Colosseo, (non continuo con le citazioni) per la prima volta. La prima volta non di un cittadino europeo comunque “abituato”, in un certo qual modo, alla bellezza. La prima volta di chi ha visto finora solo spiagge, bush, o città affollate di gente e di caos, puzzolenti e disorganiche.

Sono l’unico nero“, dice mentre giriamo in lungo e in largo Castel Sant’Angelo. E si capisce da questo quanto sia difficile per un africano viaggiare, fare il turista, conoscere il mondo così come noi facciamo. Tre o quattro donne africane (solo donne) le incontriamo e lui quasi le studia e appena ha occasione chiede da dove arrivano.

Ma sui Fori Imperiali, proprio mentre dice: “Qui non è come in Ghana, dove la gente ti sta sempre addosso, chiedendoti di comprare qualcosa, collanine, cibo, qualunque cosa“. Ovviamente intende che stanno addosso a me. Manco finisce di dirlo che si avvicina il primo africano, Kenya; il secondo, Senegal; il terzo, Senegal pure lui.

Con la scusa del Black and White – lui e me – vogliono che acquistiamo qualcosa: braccialetti, collanine etc. etc. Un po’ con furbizia, un po’ con arroganza. Quelli del Senegal si arrendono meno facilmente, c’è chi sa come diventare fastidioso. E allora gli vuole poco al “mio” viaggiatore a farsi un’altra idea.

Si vede che loro sono venuti con i barconi e non con un aereo“. Sintesi perfetta della differenza tra il viaggiatore culturale – che è raro sia un africano, a meno che non vive in Italia da lungo tempo – e del cosiddetto migrante economico.

Benvenuto nell’Italia dell’io speriamo che me la cavo. E del razzismo culturale.

Un passo alla volta, il quaderno di appunti e l’albero dell’incontro

Perugia ha segnato un passaggio nuovo di questa prima esperienza in Italia, in Europa. Ad agevolare l’apertura al mondo circostante sono stati due elementi. Uno: che io fossi impegnata al Festival Internazionale del Giornalismo, dunque con meno tempo da dedicare al “mio” viaggiatore; due: che il centro storico dove ci siamo mossi praticamente tutto il giorno è davvero concentrato in poche strade e viuzze.

E così l’avventura ha cominciato a trasformarsi in conoscenza. Anche, un po’, della lingua. In questo caso, cominciata prima di partire, quando su un quaderno ha preso ad annotare piccole frasi e parole. Questo quaderno si sta riempiendo piano piano di nuove espressioni. E, quindi, scoperte.

E poi, muoversi da solo.

Capisco bene quanto possa essere spaesante trovarsi in una città e non sapere da che parte andare, a chi chiedere e come. Ma qui a Perugia è stato tutto più facile. A cominciare dal memorizzare il tragitto dal nostro albergo a Piazza Italia – compreso l’uso delle scale mobili sotterranee.

Quello che a noi sembra scontato è dato dall’uso quotidiano, dalla crescita in un contesto specifico. Ma per coloro i quali il contesto è stato diverso, è come essere bambini che imparano ogni volta qualcosa di nuovo. E ancora: come comprarsi la pizzetta da solo in uno dei posti più noti di Perugia per il take away della pizza al taglio. Memorizzare le location dei panel dove ritrovarci, trovare la piazzetta più assolata per riposare.

L’incontro e la conoscenza di amici hanno fatto la loro parte. Poter parlare con loro in inglese, sorridere, scherzare, fare gruppo. Una gioia, quando di questi amici hai sempre e solo sentito parlare e ora puoi stringergli la mano e abbracciarli. E conoscere giornalisti, soprattutto quelli africani, parlare con loro, ascoltarli, scoprire quanti di grandi ce ne siano.

Eppure lui, rimane lui, rimane con la sua Africa dentro. E quindi come faccio a meravigliarmi se a un certo punto mi manda un messaggio su whatsapp per avvertirmi e darmi appuntamento: “Sono qui, sotto l’albero. Vieni quando puoi…” L’albero è uno tra quella decina o quindicina, non so, che sono nei giardini di fronte al Brufani.

Il mondo rimane allora una foresta e anche quando questa foresta è fatta di strade, cemento e palazzi storici conserva la sua origine primordiale e, da qualche parte, un albero sotto cui ritrovarsi. Proprio come in Africa.

Africa, giornalismo investigativo e media italiani

[Come accade da qualche anno, trascorrerò questa settimana al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia a discutere di Africa e “giornalismo africano”. Quello che segue è un articolo – pubblicato su Voci Globali – che tratta alcuni dei temi di cui parlerò con i miei ospiti.]

Giornalismo investigativo. Africa. Il pensiero, diciamo la verità, non va immediatamente alle firme del giornalismo africano. Quanti di noi per informarsi sull’Africa leggono report e inchieste sui media africani e – il numero qui va ancora a calare fino a diventare zero – quanti di noi leggono sui media italiani report e inchieste di giornalisti africani? E parliamo di questioni che riguardano il continente. Dove sarebbe più ovvio seguire e conoscere le storie raccontate dal field. Da giornalisti esperti per la conoscenza del loro territorio, degli aspetti sociali, politici ed economici (non ultimo culturali) del luogo da cui scrivono. Non da giornalisti del mordi e fuggi – o peggio quelli del desk – le cui storie spesso hanno lo stesso sapore di una minestra cotta e riscaldata chissà quante volte.

E se quindi ospitassimo firme africane sui nostri media, come già fanno – e da tempo – testate estere?

Il giornalista investigativo ghanese Anas Aremeyaw Anas alla TED Conference 2013, foto su Flickr in licenza CC.
Il giornalista investigativo ghanese Anas Aremeyaw Anas alla TED Conference 2013, foto su Flickr in licenza CC.

Qualche giorno fa tutte le agenzie di stampa italiane hanno scioperato contro il bando con cui il Governo italiano ha messo a gara aperta a chiunque in Europa i servizi di informazione di agenzia. Un collega ha commentato in un suo post: “Immagino sia chiaro a tutti che per fare informazione italiana magari essere slovacchi non aiuta“. Siamo d’accordo. Ma allora perché questo stesso principio non vale per l’Africa in cui l’Europa per dimensione sta dentro  una decina di volte? Senza parlare della differente storia, cultura, ecc. ecc.?

No, non si tratta di svalutare il buon giornalismo di casa nostra che in qualche modo ha sdoganato l’Africa e l’ha portata all’attenzione del mondo. Ma il tempo delle corrispondenze estere è passato. Corrispondenze ormai limitate a pochi giornalisti europei, pochissimi soprattutto gli italiani. Il motivo? La solita mancanza di budget, ma sarebbe meglio dire, mancanza di visione. Errore madornale di valutazione.

Investimenti, approfondimenti, conoscenza, sostituiti dall’helicopter journalism. Quello di chi arriva, alloggia una o due settimane di solito in uno dei migliori alberghi di una capitale qualunque africana, e copre storie che meriterebbero mesi, a volte anni di studio per poter essere prima comprese, poi raccontate.

Per non parlare della tendenza dei freelance low budget a fiondarsi sul tema che in quel momento fa più scalpore e che hanno già coperto in tanti e tanti, fino a diventare solo un’espressione di narcisismo, autocompiacimento, autoreferenzialità.

Faccio un esempio, la grande discarica di Agbogbloshie ad Accra, nota anche come Sodoma e Gomorra, sta vivendo un periodo di sovraesposizione mediatica, con giornalisti e fotografi freelance che “vanno a vedere quali sono le condizioni di vita di questa povera gente” che ricicla il materiale elettronico che arriva da Stati Uniti ed Europa. Nessuno però, dico nessuno, che sia andato finora oltre l’aspetto di rammarico, di pietà, di denuncia, abbastanza generica, verso un Occidente, sfruttatore e vigliacco. Nessuno, dico nessuno, che abbia spiegato le dinamiche sociali, politiche e anche – perché no – l’aspetto edificante (sì, proprio così, ma dobbiamo rimandare l’argomento) di un luogo che sicuramente è una sorta di inferno sulla terra. Ma non rappresenta solo questo.

Ecco, per raccontare storie che superano il già detto, il già noto, il sensazionalismo, bisogna prima di tutto sapere di cosa si parla. E sapere non vuol dire aver letto qua e là o aver trascorso, facendo la parte degli eroi, qualche giorno nella discarica – tanto per restare su questo tema – scattando foto e ingraziandosi le persone che ci vivono con piccole somme di denaro. E questo è solo un esempio.

La prova di cosa? Che il giornalismo sull’Africa si riduce al solito riproporsi di luoghi comuni, opinioni più che fatti, racconti di pathos dalla lacrimuccia e/o l’indignazione facile. A questo riguardo aiuta molto la lettura critica e analitica di un breve saggio – sempre attuale – scritto a quattro mani da Evelyn Groenink e Anas Aremeyaw Anas, uno dei più noti giornalisti investigativi africani (che tra l’altro lo scorso anno Voci Globali ha portato al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia).

Direi che si tratta di una sintesi illuminante che dovrebbe essere letto da tutti quelli che scrivono d’Africa – o ne hanno la presunzione frequentandola a mala pena.

C’è un concetto riportato nell’analisi, quello di “do-gooderism”, vale a dire l’atteggiamento (e mentalità) dei buoni samaritani, dei benefattori. Concetto che crea veri e propri tabù nel modo di trattare storie dall’Africa.

Ovviamente ne è affetto l’Occidente, compresa la stampa. Un atteggiamento mentale che travisa l’esperienza in Africa e il modo di raccontarla, anche se a raccontare sono dei professionisti. È quell’atteggiamento che scrive del traffico internazionale di prostitute sempre come vittime sfruttate e raggirate, senza mai interrogarsi sulla “scelta” di trasferirsi all’estero consapevolmente (e come sex-workers) per guadagnare meglio. È quell’atteggiamento mentale che quando racconta della tragedia dei gorilla decimati del Virunga mostra locali buoni e sottomessi e altrettanto selvaggi, senza soffermarsi sulla loro rabbia o sui movimenti civili a protezione dell’ambiente. O, ancora, quell’atteggiamento, che non consente di guardare a fondo cosa veramene significa il fair trade, commercio equo e solidale che tanto piace a certi consumatori occidentali, per le popolazioni locali. E perché non si racconta davvero cosa succede con milioni di zanzariere spedite dalle ONG (o portate in Africa da bravi volontari) mentre non si risolve il problema della malaria alla radice. O si continua ad insistere sulle mutilazioni genitali femminili senza invece riportare l’alta percentuale di cambiamento di questa pratica. A chi giova tenere in piedi certi modi pensare e conoscere l’Africa? Attenzione, qui non si negano certe tematiche, se ne contesta l’uso strumentale.

La questione poi è anche questa: quanta libertà hanno i giornalisti occidentali e, soprattutto, italiani? A quante e quali ONG devono rispondere quando vanno per un servizio in un Paese africano dove da queste organizzazioni ricevono notizie (ovviamente legate alle attività delle stesse ONG), appoggio e contatti? Quanto devono rispondere al mondo politico della cooperazione internazionale? E quanto, last but not least, ai preconcetti e ai tabù sul continente?

Il problema principale per una certa parte di giornalisti, videomaker e fotografi, è che partono avendo già in mente ciò che scriveranno. O filmeranno o fotograferanno. Questo preconcetto impedisce di guardare davvero quello che è intorno e che, forse, potrebbe cambiare, il punto di vista o l’angolo di visuale messo a fuoco.

Stiamo parlando di quelli che intraprendono un viaggio, ma più spesso – soprattutto per i media italiani – i pezzi sono scritti a tavolino, raffazzonando qua e là notizie di agenzia o altri articoli che a loro volta ripropongono la solita frittata.

"Sierra Leone", film del giornalista Sorious Samura finanziato via crowdfunding e programmato per l'uscita nel corso del 2017.
“Sierra Leone”, film del giornalista Sorious Samura finanziato via crowdfunding e programmato per l’uscita nel corso del 2017.

Quanto sarebbe interessante invece (e serio) conoscere e valutare il giornalismo investigativo africano. In generale i giornalisti africani e il loro lavoro. E a dargli spazio, magari, perché come spesso ha ricordato Idris Akinbajo, giornalista nigeriano dai numerosi riconoscimenti internazionali: “le nostre storie hanno molto più impatto quando assumono un respiro internazionale perché sono pubblicati da media occidentali. Solo in quel caso i nostri leader ci ascoltano”. Che paradosso.

Ed è questo un altro dramma. Ci sono giornalisti africani che hanno rischiato e rischiano la vita per portare alla luce storie complesse (non semplificate come quelle che spesso appaiono sui nostri media) di corruzione, scandali, abusi di potere. Lo fanno nei loro Paesi, ma rimangono sconosciuti a gran parte non sono dei lettori occidentali, ma degli stessi giornalisti che poi si recano nei loro Paesi con la pretesa di spiegare. In questa sintesi, ferma agli anni 2000, ne abbiamo qualche esempio. E ai leader, alla fin fine, importa poco quello che scrivono, perché se non arrivano sui media grossi, quelli che contano, quelli dell’Ovest del mondo, allora possono continuare a stare tranquilli.

L’Africa però, per dirla in breve, non ha bisogno che altri la raccontino. Le forze in campo qui sono molte. E sono loro che dovrebbero darci informazioni di prima mano. Poi va bene, partire, osservare, raccontare. Magari lasciando a casa la tracotanza del “so tutto”.

Di giornalisti impegnati, in Africa ce ne sono una miriade, basti guardare – per esempio – al programma dello scorso anno e ai suoi speaker del The African Investigative Journalism Conference, organizzato dallUniversità di giornalismo di Johannesburg. Mentre si attende l’evento di quest’anno, a novembre che, guarda caso, sarà tenuto su territorio africano per la prima volta.

Insomma, basterebbe smetterla di pensare in modo eurocentrico per scoprire il mondo e imparare a raccontarlo meglio. Per noi giornalisti è un dovere, non un’opzione.

[Di questo – e di altro – parleremo con i nostri ospiti nei due appuntamenti in programma quest’anno al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia. Il 6 aprile e il 7 aprile].

Se il futuro dell’Africa si decide sempre altrove

Ci sono cose su cui davvero non si può fare a meno di essere critici e reattivi. Uno di questi è l’Africa CEO Forum, anzi il 5° ACF, in programma oggi e domani.

Si tratta di un incontro internazionale di politici, banchieri, amministratori delegati, investitori, uomini d’affari. Un appuntamento nato per guardare allo sviluppo del continente e alle strategie da mettere in campo per stimolare e migliorare tale sviluppo. Tema di quest’anno: Shaping the future of Africa (Dare forma al futuro dell’Africa). Location: Ginevra, Svizzera.

La domanda è perché? Perché una città europea e non una capitale africana. Perché  parlare del proprio sviluppo in casa d’altri. Perché non “usare” questo evento per portare i soldi che si spenderanno per allestimenti, ospitalità e quant’altro in una nazione africana e non nella già ricca Svizzera.

Lo scorso anno l’evento si tenne in Costa d’Avorio.

Migliaia di partecipanti e altrettante compagnie e imprese private a discutere di un continente che si guarderà da lontano. Come a dire: le sorti dell’Africa si decidono sempre altrove. E non è anche questa una responsabilità dell’establishement africano?

Non sappiamo per quale motivo non si sia scelta una capitale africana per l’evento, ma non ci stupirebbe se fosse il risultato di mancanza di accordo e di unità tra i leader del continente. Cosa di cui si è sempre pagato lo scotto, delegando agli altri le scelte sulle proprie terre, sulle proprie risorse, sui propri cittadini.

Grandi Laghi: l’eau sacrée, ovvero il piacere sessuale femminile

Se ve lo siete perso su Voci Globali ve lo ripropongo sul mio blog.

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Proviamo a sfatare un altro mito, quello che la sessualità in Africa sia tabù e la soddisfazione femminile qualcosa da evitare ad ogni costo, anche quello delle mutilazioni genitali.

Lo facciamo parlandovi dell’Eau Sacrée, the Sacred Water, il piacere femminile, insomma. Siamo in Rwanda, il Paese delle Mille Colline, noto anche a chi non si interessa granché d’Africa per il terribile genocidio del 1994.

Ma questo piccolo Paese della Regione dei Grandi Laghi, a guardarlo meglio da vicino, non smette di stupire, soprattutto per la condizione femminile. La più alta percentuale di donne in Parlamento al mondo, 64%, e indicatori sulla scolarizzazione che danno le bambine e ragazze leggermente in aumento rispetto ai maschi. E poi c’è la sessualità. Libera, scelta, soddisfatta.

Dell’acqua sacra, quella che nasce dal corpo femminile e sgorga nel mondo attraverso l’orgasmo, ha deciso di parlare un documentarista freelance, Olivier Jourdain, che ne ha realizzato un film (qui un intervista in francese al regista). Una testimonianza attraverso le parole di uomini e donne che non hanno timore di raccontarsi, soprattutto – dice Jourdain – nelle aree rurali dove l’aspetto mistico e ancestrale di certe pratiche sono rimaste pure, diversamente dalle città, dove – racconta ancora l’autore – la colonizzazione, ma anche l’orrore del genocidio, hanno mutato atteggiamenti e mentalità.

Ad “aiutare” il regista a capire è stata soprattutto una donna, Vestine Dusabe, star di trasmissioni notturne radiofoniche su Radio Flash FM, che con umorismo e spontaneità parla senza inibizioni della gioia di essere donna, che passa anche dal piacere sessuale e da quell’eiaculazione misteriosa e fantastica che – secondo antiche tradizioni – ha addirittura origini mitologiche.

Un racconto, la cui origine si è perduta nella notte dei tempi, racconta che è stata l’eiaculazione di una regina rwandese a dar vita al Lago Kivu. Al di là della mitologia, il piacere sessuale femminile in Rwanda pare che non sia qualcosa di cui vergognarsi, al contrario, sia un segno di fertilità, realizzazione e felicità coniugale.

Fondamentale conoscere una pratica a cui l’Eau Sacrée è strettamente legata, si chiama Gukuna, attività supervisionata dalle zie paterne che consiste nel massaggiarsi le piccole labbra per allungarle il più possibile. Attività fatta individualmente o anche in gruppi – di donne, naturalmente – a dimostrazione del carattere socializzante e integrante di questa pratica. Il risultato sarà un piacere maggiore nel momento dell’amplesso e dell’eiaculazione femminile. Nella cultura ancestrale – per fortuna ancora viva – l’uomo ha una sorta di dovere/compito di portare la donna al massimo piacere che, in certi casi, dopo la prima notte, deve essere provato mostrando un panno che racchiude l’Eau Sacrée. Altro che lenzuola con il rosso della verginità!

Ovvio che la pratica di Gukuna e il solo pensiero del piacere femminile – Kunyaza – abbia provocato le ire di certa parte della Chiesa cattolica e di ONG ad essa legata. Ovviamente non c’è solo la questione del piacere derivato dall’atto sessuale, ma si contesta una pratica vista come una sorta di masturbazione e la complicità femminile nel compierla.

Uno studio della ricercatrice italiana Michela Fusaschi ha spiegato, grazie ad un lungo e interessante lavoro sul campo, i valori culturali, ancestrali e attuali della pratica e cosa davvero rappresentino certe espressioni e certi usi. Espressioni del corpo e della cultura che il colonialismo ha tentato a tutti i costi di cancellare, sopprimere, condannare.

Va anche ricordato, come spiegato in questo articolo di Jeune Afrique, che oggi Kunyaza è simbolo di appartenenza per le donne, legame profondo con il loro corpo e con la loro energia. E pare che nella regione dei Grandi Laghi ci sia un ritorno alle origini. Alle proprie origini.