Diario di un ghanese in Italia

Questo diario, cominciato il 31 marzo si conclude il 18 maggio. Riguarda il primo viaggio in Italia e fuori dall’Africa di Yaw. Ho cercato di guardare e cose con gli occhi del “mio” viaggiatore, ma ho riportato sue impressioni, reazioni, frasi, curiosità.

È in ordine crescente, dunque – se volete seguire la sequenza – va letto dal basso verso l’alto. Buona lettura.

Grazie amici, per la gioia e l’ospitalità

Questo diario non può che concludersi con una marea di grazie.

Un mese e mezzo in giro per l’Italia non sarebbe stato possibile per le nostre tasche se non avessi avuto tanti amici e buoni zii e zie pronti ad ospitarci, alcuni mettendoci a disposizione addirittura il proprio letto. 🙂

Non solo, molti ci hanno fatto da guida, ci hanno accompagnato qua e là, ci hanno organizzato passeggiate e feste (in special modo quella a Padova per il nostro compleanno in comune, mio e del “mio” viaggiatore). E ancora, ci hanno pagato cene e fatto regali, ci hanno preparato manicaretti e, soprattutto, hanno fatto sentire a casa Yaw.

Tutta questa accoglienza non era scontata. A me ha dato la misura di quante belle persone mi stanno intorno e mi vogliono bene, a Yaw ha dato – immagino – un senso di famiglia e di amicizia che mai aveva sperimentato nella sua vita, che facile non è stata e non è.

Non citerò nessuno – per questioni di privacy e di delicatezza – ma da Monghidoro a Perugia, da Perugia a Roma, da Roma a Napoli, da Napoli a Caserta, da Caserta a Padova e poi tutte le visite ad altre città e movimenti intermedi, è stato sempre una gioia, una grande rete di legami sinceri.

Vi sono grata per quello che avete fatto per me, ma vi sono grata soprattutto per aver regalato a Yaw credo i giorni più intensi, ricchi e “normali” della sua vita. La normalità dell’amicizia, dell’affetto, dell’incontro tra esseri umani tutti diversi ma con la medesima voglia, necessità e capacità di vivere certe emozioni.

Grazie! 

La gioia di stare con gli amici, le carpe e il “tu” destinato agli africani

Le due volte in cui ho visto il “mio” viaggiatore più felice è quando è stato fuori senza di me… 🙂

Una volta è andato a… Crispano (nell’hinterland napoletano), l’altro in provincia di Belluno. È tornato raggiante, entrambe le volte.

A Crispano – che uno evidentemente visita se viene in Italia 😉 – ci è andato tra l’altro con un amico che parla l’inglese come io parlo lo spagnolo, più o meno, ma pare che la difficoltà linguistica sia stata ampiamente superata da parole messe qua e là, gesti, sforzi da entrambe le parti e la gioia di stare insieme. Non solo è tornato con la consapevolezza che “A Crispano ci sono dei delinquenti” ma che c’è anche del vino locale buonissimo – che il nostro amico era andato appunto ad acquistare – e che il suo venditore – che ha pure un ristorante – non ti lascia andar via senza averti fatto assaggiare stuzzichini (sempre locali) che equivalgono a una cena. Ovviamente accompagnati dal suo buon vino.

Dal Bellunese è arrivato più o meno con lo stesso sorriso a 32 denti e gli occhi splendenti (stavolta della birra locale). La “scusa” in questo caso era andare a fare rilievi e a curare degli alberi ammalati, uno dei due amici è un agronomo. L’aria aperta, la cordialità dei suoi nuovi amici, imparare come si trattano gli alberi, la bellezza del paesaggio e la neve ancora visibile sulle cime delle Dolomiti hanno fatto la loro parte.

E comunque, ho scoperto che il “mio” viaggiatore è un “africano di montagna“. Non solo non ha mai sofferto il freddo – comunque non abbiamo avuto giornate proprio calde – ma i luoghi che ha amato di più (oltre Napoli eh?)  sono state le montagne e le colline. Prima fra tutte la meravigliosa Monghidoro (Bo) e le valli circostanti, che ovunque ti volti lasciano senza fiato.

Ma ci sono altre due cose che vi racconto di questo viaggio.

Una riguarda le… carpe. Sì, le carpe, quelle che sono a decine, anzi a centinaia, nelle fontane della Reggia di Caserta. Prima mi ha domandato se qualcuno veniva a pescarle. Al mio no ha ripetuto la domanda per un paio di volte ancora. Per lui è inconcepibile che nessuno tragga vantaggio da quel ben di dio ingrossato ogni giorno di più da visitatori generosi. Alla fine, rassegnato all’idea che se ne restano lì a crescere e moltiplicarsi, ha cominciato a riflettere su quanto ci si sarebbe potuto guadagnare e ad assicurarmi che in Africa non potrebbe mai accadere che un pesce viva felice e contento in una vasca. “In Africa c’è troppa fame“, commento finale alle sue elucubrazioni.

L’altra cosa l’ho notata io, non lui che non conosce l’italiano, se non poche parole e frasi. Per raccontarla faccio degli esempi.

Autobus Padova, controllo biglietti, “sono due” dico io, “ah bene, il ragazzo è con lei?“. Magari con ci ha fatto nemmeno caso, ma mi ha ricordato che nella peggiore America e nemmeno fino a molto tempo fa, i neri li chiamavano boy, anche se avevano 60 anni e a indirizzarsi a loro era un ventenne.

Bar Napoli, addetto al banco, “per lei signora?” rivolto a me. “E tu cosa prendi?” rivolto a lui. Mah, magari voleva eliminare le distanze.

Queste cose si sono ripetute altre volte con qualche piccola variante. Non gliel’ho nemmeno fatto notare.

Vivere di elemosina o aiutare i gondolieri? Riflessioni, stereotipi, lezioni

Che giorni intensi! Quasi, quasi che non  c’è tempo per fermarsi a riflettere. Amici, spostamenti, cene (sempre con amici), visite di qua e di là – a città e persone, a luoghi e case.

Persino nel suo peregrinare all’interno del suo Paese – per cercare soluzioni di vita migliori… – il “mio” viaggiatore non si era mai mosso così tanto. Questo sì che è viaggiare: aerei, tram, bus, automobili varie, vaporetti, treni, piedi e corriere.

Ma passiamo ad alcune impressioni e commenti.

Commento 1 – Mi è piaciuto in particolare perché ha a che fare con le mille facce dello stereotipo. Eccolo: che ignoranza che c’è in Africa, la gente che non ha mai viaggiato parla dell’Europa come se la conoscesse. Si dice che in Europa non avete il sole, o solo un po’, che non coltivate nulla e che mangiate male. Che ignoranti, lo dicono per screditare, non sanno nulla e parlano. Hanno un sacco di pregiudizi, proprio come quelli che da voi pensano che in Africa viviamo sugli alberi. Ecco, il paragone mi ha fatto proprio sorridere.

Commento 2 – Non li capisco questi che stendono il cappello e chiedono l’elemosina (si riferiva ai giovani africani che abbiamo incontrato spesso per strada). Sono giovani, sono forti, perché non si ingegnano e pensano a come guadagnare qualche soldo? Potrebbero offrirsi per pulire le strade, i giardini, potrebbero persino offrirsi di trovare clienti per la gondòla… (Eravamo a Venezia e gondola l’ha pronunciata proprio così, gondòla.) 🙂 E, probabilmente, già immaginava se stesso a organizzare turisti per il giro in gondola in cambio di una mancia. Vedi quelli? Chi sono indiani? Pakistani? Beh, almeno quelli cercano di venderti qualcosa… a fine giornata magari mettono insieme qualche soldo e senza chiedere l’elemosina.

Commento 3 (si lega al precedente e a qualcuno non farà piacere) –  Però, vedi, noi Ghanesi non chiediamo l’elemosina, non mi sembra di vederne in giro. Noi veniamo e lavoriamo, magari ci appoggiamo a un membro della famiglia che è già qui. Vedo soprattutto un sacco di nigeriani, vogliono il guadagno facile, dopotutto sono maestri dello scam, le truffe online, ragazzi 419 li chiamiamo. Lo sanno tutti chi sono…

[Mio commento – Per carità, i nigeriani non sono tutti scammers e non stanno tutti per strada con il cappello in mano. (Questo blog non è politically correct e riporto le parole del “mio” viaggiatore.)]

Infine – e questo non è proprio un commento – ma ci abbiamo riso sopra. Dovevo recarmi in un ufficio e lui ha preferito aspettare fuori, poi mi ha raccontato questo: mi sono messo a passeggiare e poi mi sono fermato all’angolo ad aspettare. La gente mi guardava di sottocchio e poi si allontanava veloce o cambiava un po’ strada e ho l’impressione che le donne si stringessero bene la borsa. Sono sicuro che pensavano che ero come gli altri e che ero lì per chiedere soldi.

Ecco, gli altri commenti li lascio a voi, magari.

L’incontro con i fratelli africani e il venditore “aumm aumm”

Questo viaggio non è solo fatto di bellezza, di movimento, di scoperte. È fatto soprattutto di incontri. Anche con i fratelli africani.

Quando il “mio” viaggiatore incrocia altri “neri” li guarda senza farsene accorgere, proprio come faccio io quando in Ghana, bianca tra neri, incrocio un altro bianco. Mi domando: cosa starà facendo qui? Cosa pensa? Qual è la sua storia? Come reagisce a quello che vede e cosa ne pensa? Vorrei tanto sapere se anche il “mio” viaggiatore pensa lo stesso, ma non glielo chiedo. Non adesso.

Con i “bianchi” io però non mi saluto. Loro invece sì, la maggior parte delle volte si salutano ed è spesso un: “Hello bro” o “Yeh, bro” o soltanto “bro“. Bro sta per brother, fratello.

A Caserta un venditore ambulante di una certa età gli ha chiesto da dove venisse. (Credo che siano anche incuriositi dal fatto che cammina con una donna italiana e la tenga per mano ). Si sono “scambiati la nazionalità” e poi si sono detti: “Siamo comunque africani, siamo tutti africani“.

L’ho trovato di un’emozione pazzesca. Kwame Nkwumah ne sarebbe stato felice. Il vero panafricanismo, l’unità del continente e dei suoi abitanti avrebbe dovuto partire da loro, dalla gente. I politicanti africani, sostenuti dalle iene europee e statunitensi, hanno soffocato tutto questo.

A Caserta – ah, superfluo dire che la Reggia, con i suoi appartamenti, le sue fontane, i suoi giardini, lo ha entusiasmato – è successa poi una cosa insolita. Insolita per come è accaduta e per i personaggi. In una stradina laterale alla Reggia un ragazzino che avrà avuto 12 o 13 anni, faccia pulita e modi gentili, si è avvicinato a noi e direttamente a Yaw ha mostrato – con fare sospetto – quello che aveva in una busta di plastica. “Vuoi comprarlo? È un decoder“.

Yaw ha capito solo dopo cosa stava accadendo e ovviamente si è stupito tantissimo. Io mi sono stupita che a tentare di rifilarci un oggetto ovviamente rubato fosse un ragazzo così educato e a modo, ma soprattutto pensavo a questa inversione di ruoli: non un africano che rifila qualcosa al bianco, ma il contrario.

Non è un cambiamento dei tempi, credo sia semplicemente una prova che cambiano i modi di vedere quello che hai di fronte a seconda di come si muove, di come veste, di dove si trova. È l’abito che fa il monaco. Soprattutto agli occhi esterni. I cliché sono duri da superare.

Napoli, ovvero il grande sogno e le televendite

Il periodo napoletano giunge oggi al termine. Altri giri, altre corse per questo viaggio in Italia.

Napoli is a big dream” ha commentato ieri il “mio” viaggiatore. Non sono stata io a sollecitarlo. È un’espressione che gli è venuta fuori così. Allo stesso modo di come, un giorno tornando da Cuma, dice una frase che praticamente ricalca strofe di una vecchia canzone napoletana, Dduje Paravise. Si po’ scennite llà, nun ‘o ccredite?
Vuje ‘mParaviso nun turnate cchiù! Nuje simmo ‘e ‘nu paese bello e caro
Ca tutto tene e nun se fa lassà. Pusilleco! Surriento! Marechiare! ‘O Paraviso nuosto è chillu llà! (Qui per la traduzione). Tirerò pure l’acqua al mio mulino, ma sembra che certe reazioni, certi sentimenti nei confronti di questa città trascendano culture, epoche, spazi.

Ma Napoli ha rappresentato anche due altre esperienze: la cucina della zia Giovanna (ma in questo caso più che parlarne bisognerebbe provarla per credere), e le trasmissioni tv.

A parte le partite di calcio, quando c’erano, tante volte l’ho beccato a guardare…televendite. In italiano, ovviamente, o spesso con forte accento napoletano. E lÌ ho scoperto che quando non è la lingua a veicolare il messaggio – semplicemente perché la lingua non si comprende – l’immagine fa la parte da gigante e lo fa in relazione a ciò che ci interessa di più, a ciò che ci attrae. E così invece del coltello pubblicizzato ci si sofferma – come appunto ha fatto Yaw – sul bel pezzo di beef; invece che sul tapis roulant sulla tutina indossata dalla dimostratrice; invece che sulle tisane e pillole per dimagrire sulla grassezza estrema di avrebbe bisogno di assumerle. Insomma un bello spostamento di senso, alla faccia degli imbonitori della tv.

Chissà cosa rimarrà col tempo di tutte queste diverse, e nuove, esperienze; di film in costume che mostrano altri mondi e realtà, mai prima conosciuti; di ambienti e ambientazioni tanto diverse. Chissà se e quanto cambierà o influenzerà il suo modo di pensare.

Napoli è rock, “facimme ammuina”

If you want to rock go to Naples“. Ecco racchiusa in una frase le sensazioni che il “mio” viaggiatore sta vivendo in questi giorni. Sensazioni sparate a bomba non appena arrivati alla stazione di Napoli centrale, o meglio all’uscita della stazione.

Quella frase gli è venuta fuori dopo una mattinata a girare tra la Pignasecca, San Domenico Maggiore, San Gregorio Armeno, i Tribunali e tutto quel contorno fatto di suonatori, venditori, canzoni e strumenti tradizionali, bancarelle e artigiani, cibo venduto e mangiato ovunque. E poi folla, gente in ogni angolo, turisti e partenopei doc che sanno abbracciare chiunque arrivi come se lo conoscessero da sempre. E che si abbraccia a sua volta, si chiama, si saluta, si sorride. Si scambia i toni della giornata, gli umori, le gioie o le incazzature. E i rumori.

Allora gli ho detto: questo è facimme ammuina. E lui lo ha imparato. Perché anche questa è Napoli: confusione, allegria un po’ scomposta e tutto in un momento.

Il “mio” viaggiatore strabuzza gli occhi di meraviglia e gioia ad ogni passo, ad ogni passo da felino gentile in questo mondo nuovo. “Tutti mi avevano detto che avrei trovato Napoli meravigliosa, avevano ragione. Avevano ragione”.  Vedi Napoli e poi muori… Non volete crederci? Provate a farlo questo viaggio, provate a viverla questa cittá, provate a sentirla.

Oggi siamo stati alla Solfatara di Pozzuoli, ci siamo riempiti di odore di vita, un odore che arriva dalle viscere di una terra che respira, si agita, non sta mai zitta né ferma. Ecco,questa è Napoli, eterno movimento, fuoco, vita. E il mare che cerca di darle pace, di placarle l’anima.

Io la spiego cosí questa città, la mia città. Il “mio” viaggiatore forse non può spiegarla, masentirla, certo che sì.

Roma meravigliosa e il razzismo culturale

Meravigliosa, stupefacente, così grande, magica… Sono alcune delle espressioni che il “mio” viaggiatore ghanese non smette di ripetere. E come si potrebbe. Anche io, che Roma la conosco (più o meno e mai abbastanza) rimango sempre colpita della sua bellezza e magnificenza.

Mi domando come sia guardare le piazze, gli spazi grandi, l’arte ovunque e San Pietro, la mitica Fontana di Trevi, il Vittoriano, il Colosseo, (non continuo con le citazioni) per la prima volta. La prima volta non di un cittadino europeo comunque “abituato”, in un certo qual modo, alla bellezza. La prima volta di chi ha visto finora solo spiagge, bush, o città affollate di gente e di caos, puzzolenti e disorganiche.

Sono l’unico nero“, dice mentre giriamo in lungo e in largo Castel Sant’Angelo. E si capisce da questo quanto sia difficile per un africano viaggiare, fare il turista, conoscere il mondo così come noi facciamo. Tre o quattro donne africane (solo donne) le incontriamo e lui quasi le studia e appena ha occasione chiede da dove arrivano.

Ma sui Fori Imperiali, proprio mentre dice: “Qui non è come in Ghana, dove la gente ti sta sempre addosso, chiedendoti di comprare qualcosa, collanine, cibo, qualunque cosa“. Ovviamente intende che stanno addosso a me. Manco finisce di dirlo che si avvicina il primo africano, Kenya; il secondo, Senegal; il terzo, Senegal pure lui.

Con la scusa del Black and White – lui e me – vogliono che acquistiamo qualcosa: braccialetti, collanine etc. etc. Un po’ con furbizia, un po’ con arroganza. Quelli del Senegal si arrendono meno facilmente, c’è chi sa come diventare fastidioso. E allora gli vuole poco al “mio” viaggiatore a farsi un’altra idea.

Si vede che loro sono venuti con i barconi e non con un aereo“. Sintesi perfetta della differenza tra il viaggiatore culturale – che è raro sia un africano, a meno che non vive in Italia da lungo tempo – e del cosiddetto migrante economico.

Benvenuto nell’Italia dell’io speriamo che me la cavo. E del razzismo culturale.

Un passo alla volta, il quaderno di appunti e l’albero dell’incontro

Perugia ha segnato un passaggio nuovo di questa prima esperienza in Italia, in Europa. Ad agevolare l’apertura al mondo circostante sono stati due elementi. Uno: che io fossi impegnata al Festival Internazionale del Giornalismo, dunque con meno tempo da dedicare al “mio” viaggiatore; due: che il centro storico dove ci siamo mossi praticamente tutto il giorno è davvero concentrato in poche strade e viuzze.

E così l’avventura ha cominciato a trasformarsi in conoscenza. Anche, un po’, della lingua. In questo caso, cominciata prima di partire, quando su un quaderno ha preso ad annotare piccole frasi e parole. Questo quaderno si sta riempiendo piano piano di nuove espressioni. E, quindi, scoperte.

E poi, muoversi da solo.

Capisco bene quanto possa essere spaesante trovarsi in una città e non sapere da che parte andare, a chi chiedere e come. Ma qui a Perugia è stato tutto più facile. A cominciare dal memorizzare il tragitto dal nostro albergo a Piazza Italia – compreso l’uso delle scale mobili sotterranee.

Quello che a noi sembra scontato è dato dall’uso quotidiano, dalla crescita in un contesto specifico. Ma per coloro i quali il contesto è stato diverso, è come essere bambini che imparano ogni volta qualcosa di nuovo. E ancora: come comprarsi la pizzetta da solo in uno dei posti più noti di Perugia per il take away della pizza al taglio. Memorizzare le location dei panel dove ritrovarci, trovare la piazzetta più assolata per riposare.

L’incontro e la conoscenza di amici hanno fatto la loro parte. Poter parlare con loro in inglese, sorridere, scherzare, fare gruppo. Una gioia, quando di questi amici hai sempre e solo sentito parlare e ora puoi stringergli la mano e abbracciarli. E conoscere giornalisti, soprattutto quelli africani, parlare con loro, ascoltarli, scoprire quanti di grandi ce ne siano.

Eppure lui, rimane lui, rimane con la sua Africa dentro. E quindi come faccio a meravigliarmi se a un certo punto mi manda un messaggio su whatsapp per avvertirmi e darmi appuntamento: “Sono qui, sotto l’albero. Vieni quando puoi…” L’albero è uno tra quella decina o quindicina, non so, che sono nei giardini di fronte al Brufani.

Il mondo rimane allora una foresta e anche quando questa foresta è fatta di strade, cemento e palazzi storici conserva la sua origine primordiale e, da qualche parte, un albero sotto cui ritrovarsi. Proprio come in Africa.

Sorrisi, saluti e sguardi nel verde

Se non conosci la lingua del Paese in cui ti trovi che fai? Fai la faccia stralunata. Oppure, sorridi. E questo è lui: un sorriso pronto ad ogni evenienza. I sorrisi, in realtà, non sono tutti uguali (e soprattutto non sono tutti sinceri). Lo impariamo nel corso della vita.

Sull’Africa uno dei tanti cliché è: non hanno niente ma sono sempre felici. Di solito a diffondere questa falsità sono quelli che hanno assorbito una certa immagine del continente sub-sahariano e dei suoi abitanti e non riescono a staccarsene nemmeno davanti alle evidenze più palesi.

Ma torniamo a noi, lui sorride. Sorride di gioia vera, sorride per superare imbarazzi, sorride per trascendere le differenze e la carenza della lingua. Sorride per comunicare.

E poi grandi ciao a chiunque, conosciuto o sconosciuto; dall’amico al commesso di un negozio, al dottore dell’ospedale dove mi ha accompagnato per una visita. Riesce a dire ciao persino ad uno sconosciuto incrociato per strada o nell’autobus. Oggi ho provato a spiegargli la differenza tra ciao e arrivederci e che qualcuno alla forma può tenerci…

Il sorriso qualche volta, però, si è perduto. E ha lasciato spazio alla meraviglia. Nei giorni trascorsi in un paesino dell’Appenino tra l’Emilia e la Toscana – prima tappa di questo viaggio – i suoi occhi non hanno smesso di essere trascinati dal bello. Il bello delle montagne, dei fiori, dei ruscelli, dei boschi. Lo so bene che sono posti speciali e bellissimi, ma – mi sono domandata – come sarà vederli per la prima volta? Che bel sentimento che è la gioia, che bel sentimento che è lo stupore!

E poi… la città. Con le strisce pedonali e i semafori – altro che il Ghana dove ad attraversare si rischia la vita, e non è un’iperbole. Con i suoi ospedali lindi e organizzati – almeno quello dove è stato “costretto” a seguirmi. Con le due torri di cui si è fatto raccontare la storia due o tre volte. Con i giovani universitari seduti in terra a rivedere gli esami. Con le stradine del mercato con la merce esposta come se fosse un’opera d’arte. Con le sue osterie, dove ordini del buon vino, mangi e trovi sempre un vicino con cui chiacchierare.

Domani si parte per andare altrove. C’è tanto pieno di bellezza e di emozioni da fare. E di sorprese. Di tante e tante prime volte.

Aeroporti, corruzione e accoglienza

Siamo arrivati. Siamo in Italia. Non è stato facile. O almeno, tutto era in regola per Yaw (o Roland, che è il nome occidentale che precede quello ghanese). Ma ovviamente bisogna fare i conti, sempre con l’invidia, la tracotanza, la corruzione dei ghanesi. E il settore dell’Immigration è il peggiore tra tutti, almeno nella mia esperienza. Quando mi hanno dato la residenza permanente sono stata felice soprattutto per questo motivo: non avrei avuto più a che fare con loro. Macché.

È cominciata già al momento di mettere piede in aeroporto ad Accra, dove il primo controllo chiede a Yaw il biglietto – a me no, naturalmente. Poi il passaporto, e ok. Poi la “perquisizione” che per lui è doppia e poi tripla con la richiesta – ovvio – di togliere il berretto. E certo, tra i dreadlocks chissà quanta marijuana stava nascondendo. Poi, ancora, “no, non puoi entrare devi aspettare fuori, il tuo volo è tra molte ore” E lì intervengo “no, noi entriamo e aspettiamo dove ci pare“.

Il peggio doveva ancora venire: il passaggio finale, quello quando poi arrivi al gate e ti imbarchi. “Dove stai andando? Perché? Stai mentendo. Vieni con me“. Io divento una belva, Yaw conosce i suoi e spera che io mi calmi. Il tipo passa il passaporto a un altro che comincia a girarlo e rigiralo tra le mani e poi a guardare il visto in controluce. “Certo, è falso” dico io. (Zitta proprio non ci so stare). Il tipo mi guarda malissimo ed entra in una stanza. Mi lamento con il primo che mi dice “Siedi, qui abbiamo il diritto di fare quello che vogliamo“. Lo so, penso, anch’io vorrei fare quello che voglio, che ora esattamente è darti un pugno sui denti.

L’altro esce: “questo visto non va, non puoi partire“. Ho sentito un gelo e ho immaginato il dolore di Yaw. E poi si lancia in una spiegazione patetica e idiota quanto lui. La foto non era giusta, la luce, il bianco, non era corretto. Io mentre parlava ho girato la faccia dall’altra parte, guardare l’idiozia, l’avidità e l’invidia, tutte nello stesso momento, in faccia a uno richiede sforzo. Ed erano le 3,30 del mattino più o meno E noi stanchi, delusi e consapevoli di quello che ci attendeva. Pagare o restare.  Yaw aveva pochi soldi da parte, gli pesava chiedere a me e senza che me ne accorgessi, ha pagato.  Me lo ha detto dopo. Mi sono arrabbiata, ma sapevo che comunque non c’era scelta.

Poi l’ultimo controllo. Un altro ci riprova dicendo: il tuo non è un cognome ghanese… C’è da ridere se non fosse che è tutto vero. Gli chiede di aprire il bagaglio a mano. “Vuoi aprire il mio bagaglio?” gli chiedo? “Se è tuo perché lo porta lui?” “Perché è più forte” rispondo. Si accontenta della battuta e ci lascia andare.

Ecco, questo è l’immigration del Ghana. Hai avuto la fortuna di conoscere la donna bianca che ti porta in Italia? La devi pagare questa fortuna. La devi pagare a noi che abbiamo il posto fisso, ma i soldi non ci bastano mai, a noi che l’invidia ci rode. A noi che ti abbiamo puntato e ti faremo sudare freddo. Chissà quanti soldi avranno fatto quel giorno così. Anche questo è il Ghana. Lui è rimasto calmo, sottomesso e sorridente. Sì, era il solo modo per uscirne. Per uscire dal Paese. Ma a me rode, la rabbia e la frustrazione sono sempre troppo forti.

Sappiatelo perché la gente cerca di fuggire da questi posti, sappiatelo perché anche se avrebbero la possibilità di pagarsi un biglietto aereo devono affidarsi ai criminali del trasporto sui camion del deserto e sui gommoni del Mediterraneo. Sappiatelo che i diritti non sono uguali per tutti. Sappiatelo che il diritto NON esiste in  queste parti del mondo.

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Il mio passaporto ce l’hai tu, vero? I biglietti. Dove sono i biglietti? Ah, sì, eccoli“. Paura, paura che accada ancora qualcosa. Che qualcuno ti fermi e dica: no, tu rimani qui. E invece voliamo… Troppa stanchezza, troppo stress per gioirne, per lasciarsi andare. A Casablanca è già un’altra atmosfera. Il suo passaporto viene ricontrollato due volte, ma poi è tutto ok.  In volo, occhi ancora sbarrati – nonostante la lunga notte di veglia – ma ci si incomincia a rilassare. E a sorridere. Come quando versa lo yogurt nel caffé credendo che sia latte. E poi la percezione sbagliata dell’immensità dell’Africa quando si stupisce che Accra-Casablanca sia più del doppio che Casablanca-Bologna.

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Aeroporto Bologna, controllo passaporti – “Ciao“.  L:’ufficiale al controllo passaporti accoglie Yaw così. E con un sorriso. Ecco il benvenuto in Italia.  E il suo è stato: grazie. Rivolto a me appena scesi dall’aereo e toccato il suolo italiano. La tensione cala. Anche qui il controllo passaporti prende un po’, ma lui, gentile ci spiega il perché, che è poi il motivo dell’ulteriore controllo a Casablanca. Le impronte digitali non sono registrate, le prende ed è tutto a posto.

Siamo qui. A dispetto di quelle brutte persone che non sanno che provare odio, rancore, invidia. “I neri tra loro non si amano” mi dice spesso Yaw. Lo vedo. Lo sperimento. Ma ora siamo qui. Un sogno, per lui che da quando mi conosce non mi ha mai chiesto di venire in Italia. Eppure, il giorno è arrivato. Goditi questo mondo, Yaw. Tutti si meritano un mondo migliore.

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29 marzo 2017 – Cosa succede quando un africano, in questo caso un ghanese, mette piede per la prima volta in Europa, (in questo caso in Italia)?

Soprattutto quando questa persona non ha esattamente vissuto nel suo Paese una vita di lussi. Che non è mai salito non dico su un aereo, ma neanche su un treno. Che non ha mai avuto accesso a una cura sanitaria non dico gratuita ma efficiente. Che la ricerca di lavoro non sia stata una lunga e dolorosa delusione. Che esci di casa e vedi bello ovunque ti giri, opere d’arte, paesaggi magnifici, gente impegnata e ben vestita. Invece di fogne a cielo aperto, gente affannata per riuscire a mettere insieme la giornata e senza speranza di un futuro diverso.

Insomma, è chiaro che non si tratta di un africano della media o alta borghesia ed è per questo che il suo viaggio è ancora più importante, profondo, interessante.

Queste pagine ne racconteranno l’esperienza. In terza persona perché sarò io a parlarne. Uno sguardo intermedio e filtrato, certo, ma molto, molto ravvicinato e personale. Buona lettura e stay tuned.

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