Napoli, ovvero il grande sogno e le televendite

Il periodo napoletano giunge oggi al termine. Altri giri, altre corse per questo viaggio in Italia.

Napoli is a big dream” ha commentato ieri il “mio” viaggiatore. Non sono stata io a sollecitarlo. È un’espressione che gli è venuta fuori così. Allo stesso modo di come, un giorno tornando da Cuma, dice una frase che praticamente ricalca strofe di una vecchia canzone napoletana, Dduje Paravise. Si po’ scennite llà, nun ‘o ccredite?
Vuje ‘mParaviso nun turnate cchiù! Nuje simmo ‘e ‘nu paese bello e caro
Ca tutto tene e nun se fa lassà. Pusilleco! Surriento! Marechiare! ‘O Paraviso nuosto è chillu llà! (Qui per la traduzione). Tirerò pure l’acqua al mio mulino, ma sembra che certe reazioni, certi sentimenti nei confronti di questa città trascendano culture, epoche, spazi.

Ma Napoli ha rappresentato anche due altre esperienze: la cucina della zia Giovanna (ma in questo caso più che parlarne bisognerebbe provarla per credere), e le trasmissioni tv.

A parte le partite di calcio, quando c’erano, tante volte l’ho beccato a guardare… televendite. In italiano, ovviamente, o spesso con forte accento napoletano. E lÌ ho scoperto che quando non è la lingua a veicolare il messaggio – semplicemente perché la lingua non si comprende – l’immagine fa la parte da gigante e lo fa in relazione a ciò che ci interessa di più, a ciò che ci attrae. E così invece del coltello pubblicizzato ci si sofferma – come appunto ha fatto Yaw – sul bel pezzo di beef; invece che sul tapis roulant sulla tutina indossata dalla dimostratrice; invece che sulle tisane e pillole per dimagrire sulla grassezza estrema di avrebbe bisogno di assumerle. Insomma un bello spostamento di senso, alla faccia degli imbonitori della tv.

Chissà cosa rimarrà col tempo di tutte queste diverse, e nuove, esperienze; di film in costume che mostrano altri mondi e realtà, mai prima conosciuti; di ambienti e ambientazioni tanto diverse. Chissà se e quanto cambierà o influenzerà il suo modo di pensare.

Napoli è rock, “facimme ammuina”

If you want to rock go to Naples“. Ecco racchiusa in una frase le sensazioni che il “mio” viaggiatore sta vivendo in questi giorni. Sensazioni sparate a bomba non appena arrivati alla stazione di Napoli centrale, o meglio all’uscita della stazione.

Quella frase gli è venuta fuori dopo una mattinata a girare tra la Pignasecca, San Domenico Maggiore, San Gregorio Armeno, i Tribunali e tutto quel contorno fatto di suonatori, venditori, canzoni e strumenti tradizionali, bancarelle e artigiani, cibo venduto e mangiato ovunque. E poi folla, gente in ogni angolo, turisti e partenopei doc che sanno abbracciare chiunque arrivi come se lo conoscessero da sempre. E che si abbraccia a sua volta, si chiama, si saluta, si sorride. Si scambia i toni della giornata, gli umori, le gioie o le incazzature. E i rumori.

Allora gli ho detto: questo è facimme ammuina. E lui lo ha imparato. Perché anche questa è Napoli: confusione, allegria un po’ scomposta e tutto in un momento.

Il “mio” viaggiatore strabuzza gli occhi di meraviglia e gioia ad ogni passo, ad ogni passo da felino gentile in questo mondo nuovo. “Tutti mi avevano detto che avrei trovato Napoli meravigliosa, avevano ragione. Avevano ragione”.  Vedi Napoli e poi muori… Non volete crederci? Provate a farlo questo viaggio, provate a viverla questa cittá, provate a sentirla.

Oggi siamo stati alla Solfatara di Pozzuoli, ci siamo riempiti di odore di vita, un odore che arriva dalle viscere di una terra che respira, si agita, non sta mai zitta né ferma. Ecco, questa è Napoli, eterno movimento, fuoco, vita. E il mare che cerca di darle pace, di placarle l’anima.

Io la spiego cosí questa città, la mia città. Il “mio” viaggiatore forse non può spiegarla, ma sentirla, certo che sì.

Roma meravigliosa e il razzismo culturale

Meravigliosa, stupefacente, così grande, magica… Sono alcune delle espressioni che il “mio” viaggiatore ghanese non smette di ripetere. E come si potrebbe. Anche io, che Roma la conosco (più o meno e mai abbastanza) rimango sempre colpita della sua bellezza e magnificenza.

Mi domando come sia guardare le piazze, gli spazi grandi, l’arte ovunque e San Pietro, la mitica Fontana di Trevi, il Vittoriano, il Colosseo, (non continuo con le citazioni) per la prima volta. La prima volta non di un cittadino europeo comunque “abituato”, in un certo qual modo, alla bellezza. La prima volta di chi ha visto finora solo spiagge, bush, o città affollate di gente e di caos, puzzolenti e disorganiche.

Sono l’unico nero“, dice mentre giriamo in lungo e in largo Castel Sant’Angelo. E si capisce da questo quanto sia difficile per un africano viaggiare, fare il turista, conoscere il mondo così come noi facciamo. Tre o quattro donne africane (solo donne) le incontriamo e lui quasi le studia e appena ha occasione chiede da dove arrivano.

Ma sui Fori Imperiali, proprio mentre dice: “Qui non è come in Ghana, dove la gente ti sta sempre addosso, chiedendoti di comprare qualcosa, collanine, cibo, qualunque cosa“. Ovviamente intende che stanno addosso a me. Manco finisce di dirlo che si avvicina il primo africano, Kenya; il secondo, Senegal; il terzo, Senegal pure lui.

Con la scusa del Black and White – lui e me – vogliono che acquistiamo qualcosa: braccialetti, collanine etc. etc. Un po’ con furbizia, un po’ con arroganza. Quelli del Senegal si arrendono meno facilmente, c’è chi sa come diventare fastidioso. E allora gli vuole poco al “mio” viaggiatore a farsi un’altra idea.

Si vede che loro sono venuti con i barconi e non con un aereo“. Sintesi perfetta della differenza tra il viaggiatore culturale – che è raro sia un africano, a meno che non vive in Italia da lungo tempo – e del cosiddetto migrante economico.

Benvenuto nell’Italia dell’io speriamo che me la cavo. E del razzismo culturale.

Un passo alla volta, il quaderno di appunti e l’albero dell’incontro

Perugia ha segnato un passaggio nuovo di questa prima esperienza in Italia, in Europa. Ad agevolare l’apertura al mondo circostante sono stati due elementi. Uno: che io fossi impegnata al Festival Internazionale del Giornalismo, dunque con meno tempo da dedicare al “mio” viaggiatore; due: che il centro storico dove ci siamo mossi praticamente tutto il giorno è davvero concentrato in poche strade e viuzze.

E così l’avventura ha cominciato a trasformarsi in conoscenza. Anche, un po’, della lingua. In questo caso, cominciata prima di partire, quando su un quaderno ha preso ad annotare piccole frasi e parole. Questo quaderno si sta riempiendo piano piano di nuove espressioni. E, quindi, scoperte.

E poi, muoversi da solo.

Capisco bene quanto possa essere spaesante trovarsi in una città e non sapere da che parte andare, a chi chiedere e come. Ma qui a Perugia è stato tutto più facile. A cominciare dal memorizzare il tragitto dal nostro albergo a Piazza Italia – compreso l’uso delle scale mobili sotterranee.

Quello che a noi sembra scontato è dato dall’uso quotidiano, dalla crescita in un contesto specifico. Ma per coloro i quali il contesto è stato diverso, è come essere bambini che imparano ogni volta qualcosa di nuovo. E ancora: come comprarsi la pizzetta da solo in uno dei posti più noti di Perugia per il take away della pizza al taglio. Memorizzare le location dei panel dove ritrovarci, trovare la piazzetta più assolata per riposare.

L’incontro e la conoscenza di amici hanno fatto la loro parte. Poter parlare con loro in inglese, sorridere, scherzare, fare gruppo. Una gioia, quando di questi amici hai sempre e solo sentito parlare e ora puoi stringergli la mano e abbracciarli. E conoscere giornalisti, soprattutto quelli africani, parlare con loro, ascoltarli, scoprire quanti di grandi ce ne siano.

Eppure lui, rimane lui, rimane con la sua Africa dentro. E quindi come faccio a meravigliarmi se a un certo punto mi manda un messaggio su whatsapp per avvertirmi e darmi appuntamento: “Sono qui, sotto l’albero. Vieni quando puoi…” L’albero è uno tra quella decina o quindicina, non so, che sono nei giardini di fronte al Brufani.

Il mondo rimane allora una foresta e anche quando questa foresta è fatta di strade, cemento e palazzi storici conserva la sua origine primordiale e, da qualche parte, un albero sotto cui ritrovarsi. Proprio come in Africa.

Africa, giornalismo investigativo e media italiani

[Come accade da qualche anno, trascorrerò questa settimana al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia a discutere di Africa e “giornalismo africano”. Quello che segue è un articolo – pubblicato su Voci Globali – che tratta alcuni dei temi di cui parlerò con i miei ospiti.]

Giornalismo investigativo. Africa. Il pensiero, diciamo la verità, non va immediatamente alle firme del giornalismo africano. Quanti di noi per informarsi sull’Africa leggono report e inchieste sui media africani e – il numero qui va ancora a calare fino a diventare zero – quanti di noi leggono sui media italiani report e inchieste di giornalisti africani? E parliamo di questioni che riguardano il continente. Dove sarebbe più ovvio seguire e conoscere le storie raccontate dal field. Da giornalisti esperti per la conoscenza del loro territorio, degli aspetti sociali, politici ed economici (non ultimo culturali) del luogo da cui scrivono. Non da giornalisti del mordi e fuggi – o peggio quelli del desk – le cui storie spesso hanno lo stesso sapore di una minestra cotta e riscaldata chissà quante volte.

E se quindi ospitassimo firme africane sui nostri media, come già fanno – e da tempo – testate estere?

Il giornalista investigativo ghanese Anas Aremeyaw Anas alla TED Conference 2013, foto su Flickr in licenza CC.
Il giornalista investigativo ghanese Anas Aremeyaw Anas alla TED Conference 2013, foto su Flickr in licenza CC.

Qualche giorno fa tutte le agenzie di stampa italiane hanno scioperato contro il bando con cui il Governo italiano ha messo a gara aperta a chiunque in Europa i servizi di informazione di agenzia. Un collega ha commentato in un suo post: “Immagino sia chiaro a tutti che per fare informazione italiana magari essere slovacchi non aiuta“. Siamo d’accordo. Ma allora perché questo stesso principio non vale per l’Africa in cui l’Europa per dimensione sta dentro  una decina di volte? Senza parlare della differente storia, cultura, ecc. ecc.?

No, non si tratta di svalutare il buon giornalismo di casa nostra che in qualche modo ha sdoganato l’Africa e l’ha portata all’attenzione del mondo. Ma il tempo delle corrispondenze estere è passato. Corrispondenze ormai limitate a pochi giornalisti europei, pochissimi soprattutto gli italiani. Il motivo? La solita mancanza di budget, ma sarebbe meglio dire, mancanza di visione. Errore madornale di valutazione.

Investimenti, approfondimenti, conoscenza, sostituiti dall’helicopter journalism. Quello di chi arriva, alloggia una o due settimane di solito in uno dei migliori alberghi di una capitale qualunque africana, e copre storie che meriterebbero mesi, a volte anni di studio per poter essere prima comprese, poi raccontate.

Per non parlare della tendenza dei freelance low budget a fiondarsi sul tema che in quel momento fa più scalpore e che hanno già coperto in tanti e tanti, fino a diventare solo un’espressione di narcisismo, autocompiacimento, autoreferenzialità.

Faccio un esempio, la grande discarica di Agbogbloshie ad Accra, nota anche come Sodoma e Gomorra, sta vivendo un periodo di sovraesposizione mediatica, con giornalisti e fotografi freelance che “vanno a vedere quali sono le condizioni di vita di questa povera gente” che ricicla il materiale elettronico che arriva da Stati Uniti ed Europa. Nessuno però, dico nessuno, che sia andato finora oltre l’aspetto di rammarico, di pietà, di denuncia, abbastanza generica, verso un Occidente, sfruttatore e vigliacco. Nessuno, dico nessuno, che abbia spiegato le dinamiche sociali, politiche e anche – perché no – l’aspetto edificante (sì, proprio così, ma dobbiamo rimandare l’argomento) di un luogo che sicuramente è una sorta di inferno sulla terra. Ma non rappresenta solo questo.

Ecco, per raccontare storie che superano il già detto, il già noto, il sensazionalismo, bisogna prima di tutto sapere di cosa si parla. E sapere non vuol dire aver letto qua e là o aver trascorso, facendo la parte degli eroi, qualche giorno nella discarica – tanto per restare su questo tema – scattando foto e ingraziandosi le persone che ci vivono con piccole somme di denaro. E questo è solo un esempio.

La prova di cosa? Che il giornalismo sull’Africa si riduce al solito riproporsi di luoghi comuni, opinioni più che fatti, racconti di pathos dalla lacrimuccia e/o l’indignazione facile. A questo riguardo aiuta molto la lettura critica e analitica di un breve saggio – sempre attuale – scritto a quattro mani da Evelyn Groenink e Anas Aremeyaw Anas, uno dei più noti giornalisti investigativi africani (che tra l’altro lo scorso anno Voci Globali ha portato al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia).

Direi che si tratta di una sintesi illuminante che dovrebbe essere letto da tutti quelli che scrivono d’Africa – o ne hanno la presunzione frequentandola a mala pena.

C’è un concetto riportato nell’analisi, quello di “do-gooderism”, vale a dire l’atteggiamento (e mentalità) dei buoni samaritani, dei benefattori. Concetto che crea veri e propri tabù nel modo di trattare storie dall’Africa.

Ovviamente ne è affetto l’Occidente, compresa la stampa. Un atteggiamento mentale che travisa l’esperienza in Africa e il modo di raccontarla, anche se a raccontare sono dei professionisti. È quell’atteggiamento che scrive del traffico internazionale di prostitute sempre come vittime sfruttate e raggirate, senza mai interrogarsi sulla “scelta” di trasferirsi all’estero consapevolmente (e come sex-workers) per guadagnare meglio. È quell’atteggiamento mentale che quando racconta della tragedia dei gorilla decimati del Virunga mostra locali buoni e sottomessi e altrettanto selvaggi, senza soffermarsi sulla loro rabbia o sui movimenti civili a protezione dell’ambiente. O, ancora, quell’atteggiamento, che non consente di guardare a fondo cosa veramene significa il fair trade, commercio equo e solidale che tanto piace a certi consumatori occidentali, per le popolazioni locali. E perché non si racconta davvero cosa succede con milioni di zanzariere spedite dalle ONG (o portate in Africa da bravi volontari) mentre non si risolve il problema della malaria alla radice. O si continua ad insistere sulle mutilazioni genitali femminili senza invece riportare l’alta percentuale di cambiamento di questa pratica. A chi giova tenere in piedi certi modi pensare e conoscere l’Africa? Attenzione, qui non si negano certe tematiche, se ne contesta l’uso strumentale.

La questione poi è anche questa: quanta libertà hanno i giornalisti occidentali e, soprattutto, italiani? A quante e quali ONG devono rispondere quando vanno per un servizio in un Paese africano dove da queste organizzazioni ricevono notizie (ovviamente legate alle attività delle stesse ONG), appoggio e contatti? Quanto devono rispondere al mondo politico della cooperazione internazionale? E quanto, last but not least, ai preconcetti e ai tabù sul continente?

Il problema principale per una certa parte di giornalisti, videomaker e fotografi, è che partono avendo già in mente ciò che scriveranno. O filmeranno o fotograferanno. Questo preconcetto impedisce di guardare davvero quello che è intorno e che, forse, potrebbe cambiare, il punto di vista o l’angolo di visuale messo a fuoco.

Stiamo parlando di quelli che intraprendono un viaggio, ma più spesso – soprattutto per i media italiani – i pezzi sono scritti a tavolino, raffazzonando qua e là notizie di agenzia o altri articoli che a loro volta ripropongono la solita frittata.

"Sierra Leone", film del giornalista Sorious Samura finanziato via crowdfunding e programmato per l'uscita nel corso del 2017.
“Sierra Leone”, film del giornalista Sorious Samura finanziato via crowdfunding e programmato per l’uscita nel corso del 2017.

Quanto sarebbe interessante invece (e serio) conoscere e valutare il giornalismo investigativo africano. In generale i giornalisti africani e il loro lavoro. E a dargli spazio, magari, perché come spesso ha ricordato Idris Akinbajo, giornalista nigeriano dai numerosi riconoscimenti internazionali: “le nostre storie hanno molto più impatto quando assumono un respiro internazionale perché sono pubblicati da media occidentali. Solo in quel caso i nostri leader ci ascoltano”. Che paradosso.

Ed è questo un altro dramma. Ci sono giornalisti africani che hanno rischiato e rischiano la vita per portare alla luce storie complesse (non semplificate come quelle che spesso appaiono sui nostri media) di corruzione, scandali, abusi di potere. Lo fanno nei loro Paesi, ma rimangono sconosciuti a gran parte non sono dei lettori occidentali, ma degli stessi giornalisti che poi si recano nei loro Paesi con la pretesa di spiegare. In questa sintesi, ferma agli anni 2000, ne abbiamo qualche esempio. E ai leader, alla fin fine, importa poco quello che scrivono, perché se non arrivano sui media grossi, quelli che contano, quelli dell’Ovest del mondo, allora possono continuare a stare tranquilli.

L’Africa però, per dirla in breve, non ha bisogno che altri la raccontino. Le forze in campo qui sono molte. E sono loro che dovrebbero darci informazioni di prima mano. Poi va bene, partire, osservare, raccontare. Magari lasciando a casa la tracotanza del “so tutto”.

Di giornalisti impegnati, in Africa ce ne sono una miriade, basti guardare – per esempio – al programma dello scorso anno e ai suoi speaker del The African Investigative Journalism Conference, organizzato dallUniversità di giornalismo di Johannesburg. Mentre si attende l’evento di quest’anno, a novembre che, guarda caso, sarà tenuto su territorio africano per la prima volta.

Insomma, basterebbe smetterla di pensare in modo eurocentrico per scoprire il mondo e imparare a raccontarlo meglio. Per noi giornalisti è un dovere, non un’opzione.

[Di questo – e di altro – parleremo con i nostri ospiti nei due appuntamenti in programma quest’anno al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia. Il 6 aprile e il 7 aprile].

Sorrisi, saluti e sguardi nel verde

Se non conosci la lingua del Paese in cui ti trovi che fai? Fai la faccia stralunata. Oppure, sorridi. E questo è lui: un sorriso pronto ad ogni evenienza. I sorrisi, in realtà, non sono tutti uguali (e soprattutto non sono tutti sinceri). Lo impariamo nel corso della vita.

Sull’Africa uno dei tanti cliché è: non hanno niente ma sono sempre felici. Di solito a diffondere questa falsità sono quelli che hanno assorbito una certa immagine del continente sub-sahariano e dei suoi abitanti e non riescono a staccarsene nemmeno davanti alle evidenze più palesi.

Ma torniamo a noi, lui sorride. Sorride di gioia vera, sorride per superare imbarazzi, sorride per trascendere le differenze e la carenza della lingua. Sorride per comunicare.

E poi grandi ciao a chiunque, conosciuto o sconosciuto; dall’amico al commesso di un negozio, al dottore dell’ospedale dove mi ha accompagnato per una visita. Riesce a dire ciao persino ad uno sconosciuto incrociato per strada o nell’autobus. Oggi ho provato a spiegargli la differenza tra ciao e arrivederci e che qualcuno alla forma può tenerci…

Il sorriso qualche volta, però, si è perduto. E ha lasciato spazio alla meraviglia. Nei giorni trascorsi in un paesino dell’Appenino tra l’Emilia e la Toscana – prima tappa di questo viaggio – i suoi occhi non hanno smesso di essere trascinati dal bello. Il bello delle montagne, dei fiori, dei ruscelli, dei boschi. Lo so bene che sono posti speciali e bellissimi, ma – mi sono domandata – come sarà vederli per la prima volta? Che bel sentimento che è la gioia, che bel sentimento che è lo stupore!

E poi… la città. Con le strisce pedonali e i semafori – altro che il Ghana dove ad attraversare si rischia la vita, e non è un’iperbole. Con gli autobus che hanno orari precisi e persino un display che ti informa del loro arrivo. Con i suoi ospedali lindi e organizzati – almeno quello dove è stato “costretto” a seguirmi. Con le due torri di cui si è fatto raccontare la storia due o tre volte. Con i giovani universitari seduti in terra a rivedere gli esami. Con le stradine del mercato con la merce esposta come se fosse un’opera d’arte. Con le sue osterie, dove ordini del buon vino, mangi e trovi sempre un vicino con cui chiacchierare.

Domani si parte per andare altrove. C’è tanto pieno di bellezza e di emozioni da fare. E di sorprese. Di tante e tante prime volte.

 

Aeroporti, corruzione e accoglienza

Siamo arrivati. Siamo in Italia. Non è stato facile. O almeno, tutto era in regola per Yaw (o Roland, che è il nome occidentale che precede quello ghanese). Ma ovviamente bisogna fare i conti, sempre con l’invidia, la tracotanza, la corruzione dei ghanesi. E il settore dell’Immigration è il peggiore tra tutti, almeno nella mia esperienza. Quando mi hanno dato la residenza permanente sono stata felice soprattutto per questo motivo: non avrei avuto più a che fare con loro. Macché.

È cominciata già al momento di mettere piede in aeroporto ad Accra, dove il primo controllo chiede a Yaw il biglietto – a me no, naturalmente. Poi il passaporto, e ok. Poi la “perquisizione” che per lui è doppia e poi tripla con la richiesta – ovvio – di togliere il berretto. E certo, tra i dreadlocks chissà quanta marijuana stava nascondendo. Poi, ancora, “no, non puoi entrare devi aspettare fuori, il tuo volo è tra molte ore” E lì intervengo “no, noi entriamo e aspettiamo dove ci pare“.

Il peggio doveva ancora venire: il passaggio finale, quello quando poi arrivi al gate e ti imbarchi. “Dove stai andando? Perché? Stai mentendo. Vieni con me“. Io divento una belva, Yaw conosce i suoi e spera che io mi calmi. Il tipo passa il passaporto a un altro che comincia a girarlo e rigiralo tra le mani e poi a guardare il visto in controluce. “Certo, è falso” dico io. (Zitta proprio non ci so stare). Il tipo mi guarda malissimo ed entra in una stanza. Mi lamento con il primo che mi dice “Siedi, qui abbiamo il diritto di fare quello che vogliamo“. Lo so, penso, anch’io vorrei fare quello che voglio, che ora esattamente è darti un pugno sui denti.

L’altro esce: “questo visto non va, non puoi partire“. Ho sentito un gelo e ho immaginato il dolore di Yaw. E poi si lancia in una spiegazione patetica e idiota quanto lui. La foto non era giusta, la luce, il bianco, non era corretto. Io mentre parlava ho girato la faccia dall’altra parte, guardare l’idiozia, l’avidità e l’invidia, tutte nello stesso momento, in faccia a uno richiede sforzo. Ed erano le 3,30 del mattino più o meno E noi stanchi, delusi e consapevoli di quello che ci attendeva. Pagare o restare.  Yaw aveva pochi soldi da parte, gli pesava chiedere a me e senza che me ne accorgessi, ha pagato.  Me lo ha detto dopo. Mi sono arrabbiata, ma sapevo che comunque non c’era scelta.

Poi l’ultimo controllo. Un altro ci riprova dicendo: il tuo non è un cognome ghanese… C’è da ridere se non fosse che è tutto vero. Gli chiede di aprire il bagaglio a mano. “Vuoi aprire il mio bagaglio?” gli chiedo? “Se è tuo perché lo porta lui?” “Perché è più forte” rispondo. Si accontenta della battuta e ci lascia andare.

Ecco, questo è l’immigration del Ghana. Hai avuto la fortuna di conoscere la donna bianca che ti porta in Italia? La devi pagare questa fortuna. La devi pagare a noi che abbiamo il posto fisso, ma i soldi non ci bastano mai, a noi che l’invidia ci rode. A noi che ti abbiamo puntato e ti faremo sudare freddo. Chissà quanti soldi avranno fatto quel giorno così. Anche questo è il Ghana. Lui è rimasto calmo, sottomesso e sorridente. Sì, era il solo modo per uscirne. Per uscire dal Paese. Ma a me rode, la rabbia e la frustrazione sono sempre troppo forti.

Sappiatelo perché la gente cerca di fuggire da questi posti, sappiatelo perché anche se avrebbero la possibilità di pagarsi un biglietto aereo devono affidarsi ai criminali del trasporto sui camion del deserto e sui gommoni del Mediterraneo. Sappiatelo che i diritti non sono uguali per tutti. Sappiatelo che il diritto NON esiste in  queste parti del mondo.

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Il mio passaporto ce l’hai tu, vero? I biglietti. Dove sono i biglietti? Ah, sì, eccoli“. Paura, paura che accada ancora qualcosa. Che qualcuno ti fermi e dica: no, tu rimani qui. E invece voliamo… Troppa stanchezza, troppo stress per gioirne, per lasciarsi andare. A Casablanca è già un’altra atmosfera. Il suo passaporto viene ricontrollato due volte, ma poi è tutto ok.  In volo, occhi ancora sbarrati – nonostante la lunga notte di veglia – ma ci si incomincia a rilassare. E a sorridere. Come quando versa lo yogurt nel caffé credendo che sia latte. E poi la percezione sbagliata dell’immensità dell’Africa quando si stupisce che Accra-Casablanca sia più del doppio che Casablanca-Bologna.

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Aeroporto Bologna, controllo passaporti – “Ciao“.  L:’ufficiale al controllo passaporti accoglie Yaw così. E con un sorriso. Ecco il benvenuto in Italia.  E il suo è stato: grazie. Rivolto a me appena scesi dall’aereo e toccato il suolo italiano. La tensione cala. Anche qui il controllo passaporti prende un po’, ma lui, gentile ci spiega il perché, che è poi il motivo dell’ulteriore controllo a Casablanca. Le impronte digitali non sono registrate, le prende ed è tutto a posto.

Siamo qui. A dispetto di quelle brutte persone che non sanno che provare odio, rancore, invidia. “I neri tra loro non si amano” mi dice spesso Yaw. Lo vedo. Lo sperimento. Ma ora siamo qui. Un sogno, per lui che da quando mi conosce non mi ha mai chiesto di venire in Italia. Eppure, il giorno è arrivato. Goditi questo mondo, Yaw. Tutti si meritano un mondo migliore.