Keta, dove si respira l’odore degli schiavi, dove si respira l’odore della vita

Keta, questo puntino dell’immenso continente africano dove mi sono costruita un’altrettanto immensa esperienza, è un luogo particolare. Sono sicura di esserci arrivata a causa di quelle relazioni karmiche che più di altre servono a farti capire. Che ti spogliano degli abiti vecchi – e seppure belli, usati – per rivestirti di abiti logori ma nuovissimi.

Sono mappe geografiche antichissime quelle che segnalano Keta, mappe che parlano di dolore e di resistenza. Di distruzione e di rinascita. Documenti che attestano il passato coloniale, quello della continua erosione della costa, quello della tratta degli schiavi… Ci finirono in molti sulle navi dei negrieri, dal XVII secolo, ma può darsi anche prima – come attesta “Between the sea and the lagoon” o “Kwame, the last slave from West Africa” -. Rastrellati in quell’area, ma poi quando la materia prima finì, da Keta passavano quelli acchiappati altrove.

Di Keta parla anche Maya Angelou –  interessante (molto interessante) scrittrice, poetessa, attivista afro-americana – nel suo “All God’s children need traveling shoes“. Maya fece parte di un gruppo di intellettuali afro-americani che nell’entusiasmo dell’indipendenza degli Stati africani decise di ritornare alle sue radici, anzi di cercarle. Erano i “Revolutionist Returnees“, come si definirono, ispirati dalle promesse del Pan-Africanismo.

Maya le sue radici le trovò – o almeno ebbe la visione karmica di queste radici. Avvenne proprio a Keta, come raccontò nell’ultimo capitolo del libro. I Revolutionist Returnees non vennero accolti con grande entustiasmo dai Ghanesi, ma scoprirono – almeno Maya la raccontò così – la difficoltà di esseri neri in America, sebbene cittadini americani e di essere africani in Africa, sebbene neri. Sento molto (e vivo) questo sentimento, rimango bianca, comunque la pensi, comunque mi comporti, qualunque messaggio diffondo in questo universo in cui bianco e nero sono solo estremi che non rientrano nell’arcobaleno.

Torniamo a Keta. Apro una parentesi (mi viene da sorridere… in una recensione online Keta viene definita un “villaggio”… Keta è una città per chi ci vive, ed era la capitale della Regione del Volta prima che l’erosione della costa provocasse tanti danni… come è difficile capire la realtà quando non la si è mai vista! Questo è un villaggio, nei sobborghi di Keta, che è poi dove vivo).

A Keta c’è un forte. Si chiama Fort Prinzenstein, – è stato danese, tedesco, inglese…  Ce ne sono passati di schiavi, ce n’è passato di dolore. Se si ha la pazienza di cercare nel database del Trans-Atlantic Slave se ne trovano tanti di nomi e di partenze dal porto di Keta.  Io ci cammino davanti molte, molte volte. Ma sento la vita. Non la morte. Sento che niente ha distrutto queste donne e questi uomini. Sono ancora qui. Tornati, meticciati, incattiviti forse. Ma con la vita stretta tra le mani. Comunque sia.

Sono diventati furbi – o lo erano anche prima? – disincantati di sicuro. Guardinghi e problematici. Ma, some diceva Angelou, sono discendenti. Sono i discendenti rimasti.

Spiaggia Keta, particolare. Foto di ©Antonella Sinopoli

Spiaggia Keta, particolare. Foto di ©Antonella Sinopoli

Foto del 1985 dell'autore Beth Knittle pubblicata su Flickr con licenza Creative Commons. L'immagine mostra la spiaggia e l'erosione dal Forte Prinzestein.

Foto del 1985 dell’autore Beth Knittle pubblicata su Flickr con licenza Creative Commons. L’immagine mostra la spiaggia e l’erosione dal Forte Prinzestein.

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