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‘Ghana must go’, simbolo di fughe, viaggi e migrazioni

Tra pochi giorni rientrerò in Ghana e, come ogni volta, mi domando: “Ma perché non ho comprato una ‘Ghana must go‘? Ci potrei mettere molte più cose che in una valigia normale e ormai sono abbastanza ghanese per non sentirmi a disagio trascinandomela dietro“.

Le Ghana must go sono delle tipiche grandi borse – di solito in raffia con colori rosso e blu (ma di cui esistono ormai innumerevoli versioni) – che i ghanesi usano per spostarsi, fare la spesa, viaggiare da un posto all’altro del Paese o anche all’estero.

Un segno di riconoscimento, ma anche – ormai – una vera e propria moda, esportata, imitata e elaborata in diverse varianti (persino abiti e copriletti).

ghana must go 4Ingombranti e in stile troppo africano. Tanto è vero che ormai diverse compagnie aeree stanno cominciando a vietarle sui loro voli.

Sono vietate all’aeroporto di Dubai, ad esempio, e sono state vietate dalla KLM e dalla Air France, tanto che l’Agenzia per la protezione dei consumatori ghanese è intervenuta affinché le compagnie aeree ritirassero il divieto.

Ma queste particolari borse portano con sé una storia che nessun ghanese ha mai dimenticato e che continua a tramandarsi tra le generazioni.

Una storia che risale al 1983 quando l’allora governo nigeriano – presidente era  Shehu Shagari – ordinò l’espulsione in massa di tutti gli immigrati, la maggior parte dei quali – più di 1 milione – era ghanese.

Avevano raggiunto la Nigeria e lì si erano stabiliti negli anni Settanta, quando l’economia nigeriana, grazie anche al petrolio, dava maggiori possibilità di trovare un posto di lavoro. Negli anni Ottanta però, la situazione cominciò a cambiare e il Governo decise che tutti gli immigrati non in possesso di documenti regolari dovevano lasciare il Paese nel giro di pochi giorni.

Cominciarono quindi, in fretta e furia, a recuperare le loro cose e riempirne quelle che i nigeriani – secondo alcuni – cominciarono a chiamare con un certo disprezzo “Ghana must go“.

Ci sono però anche altre versioni, quelle che parlano di politica, disaccordi e vendette tra il presidente nigeriano e l’allora presidente (militare e in qualche modo dittatore) ghanese,  Jerry J. Rawlings. Questa è la versione nigeriana.

Va d’altro canto ricordato che qualche anno prima, nel 1969, il Ghana aveva fatto una cosa analogaespellere i nigeriani dal Paese.

Nigeriani e Ghanesi si considerano un qualche modo cugini, e come tutti i parenti si attraggono e si respingono. Anche oggi.

La Ghana must go non l’ho ancora comprata. In compenso ho letto il libro di Taiye Selasi dal titolo omonimo e che in Italia è stato tradotto “La bellezza delle cose semplici” per Einaudi. Non ha a che fare con la storia che ho raccontato ma è uno dei libri più complessi, ariosi, profondi su certi temi. Trovo giusta questa recensione: “Taiye Selasi ci regala una riflessione profonda e cosmopolita sull’influenza che le nostre origini hanno su ciò che siamo“.

Per tornare alla vicenda storica esiste ovviamente anche un film prodotto – e non potevano esserci dubbi – da Nollywood, che racconta la storia d’amore di Chuks e Ama.

Le Ghana must go possono essere bandite, copiate, fatte in Cina oggi, ma rappresenteranno sempre i ghanesi in fuga e, oggi, i ghanesi in movimento, in partenza, emigranti. Alla ricerca – ancora una volta di greener pastures.

 

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