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L’eredità di Salif Keita, l’ultimo album e la frase “l’Africa ha bisogno di dittatori”

Chi vive in Africa questa frase l’ha già sentita. Anche dalla gente comune. Però se a dirla è una star internazionale allora fa un certo, altro effetto.

All’estero, ovviamente. Perché – ripeto – chi vive in Africa questa provocazione (che tanto provocazione non è) l’ha compresa e fatta propria da tempo.

La frase è: la democrazia non va bene per l’Africa. L’Africa ha bisogno di dittatori benevolenti.  A pronunciarla, in un’intervista rilasciata al Guardian, è Salif Keita, conosciuto anche come  The golden voice of Africa, la “voce d’oro dell’Africa”.

Ma perché la democrazia non è adatta al continente? Keita, dà le sue motivazioni.

È difficile essere una brava persona quando si è corrotti, e i nostri politici sono sempre corrotti

Keita parla soprattutto del Mali, il suo Paese, che definisce “il più corrotto al mondo dopo il Camerun.”

 La democrazia non è una buona cosa per l’Africa. Eravamo tutti felici di avere la democrazia, ma questa ha distrutto la sensibilità umana. Per avere una democrazia, le persone devono capirla e come possono capire quando l’85% dei cittadini non sa leggere o scrivere? Quello di cui c’è bisogno, dunque, è un dittatore benevolo come accade in Cina; qualcuno che ama il suo Paese e agisce per il suo bene.

Keita lascia dunque in eredità non solo la sua musica, ma queste parole amare, ma anche realistiche. (Che però andrebbero approfondite, perché non è solo la corruzione che rende inadatta la democrazia in Africa, ma questo – appunto – è un altro discorso)

L’artista – discendente del fondatore dell’impero del Mali nel XIII secolo, l’imperatore Sundiata Keita – ha rilasciato qualche mese fa il suo ultimo album. Si intitola Un autre blanc (Un altro bianco) e dopo questo – il quattordicesimo – non ne realizzerà più.

A 70 anni ha deciso di ritirarsi dalle scene (forse solo qualche piccolo evento qua e là, niente di grosso). Quel che vuol fare adesso è dedicarsi alla vita rurale  e forse coltivare. Sicuramente continuerà ad occuparsi delle sue Fondazioni  Salif Keita Mali e Salif Keita Global Foundation, nate con lo scopo di sensibilizzare sui pregiudizi nei confronti degli albini e dare aiuti concreti, soprattutto alle persone affette da albinismo che vivono in famiglie disagiate.

Il fatto che lui sia albino si è rivelato un dono e una fortuna per il mondo musicale. Infatti, come usa dire: “ho fatto l’unica cosa che mi era consentito, la musica, altrimenti nella mia condizione avrei solo potuto fare il delinquente. Per gli albini non c’è grande scelta“.

Ed ha rotto anche tutte le regole Keita. Lui proviene da una famiglia nobile e in Mali i nobili non fanno musica, quello è un mestiere riservato ai griots“.

Ma la musica per lui era un destino, una predestinazione. Keita, un talento senza confronti. La golden voice of Africa. E, come dice lui “con la pelle bianca e il sangue nero

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